"Abbiamo sognato l'utopia e ci siamo svegliati gridando" Roberto Bolaño
Ogni volta che i tempi sono bui si fa un gran parlare di Apocalisse, ma credo che pochi la 'conoscono' veramente, per così dire dall'interno: quei pochi per i quali l'Apocalisse (o le apocalissi, perché la storia ne è piena) c'è già stata, che se la portano dentro.
Roberto Bolaño - cileno, uno dei massimi scrittori latinoamericani del secondo Novecento, morto nel 2003, all'età di 50 anni, in attesa di un trapianto di fegato - è uno di questi.
Dentro di lui è già avvenuta la 'catastrofe', e non si tratta di un atteggiamento, di un esercizio di scrittura, si tratta della sua vita, di una intera esistenza che si è fatta 'opera': e che ci parla ininterrottamente di quella (sua) catastrofe, di quella (sua) Apocalisse (o apocalissi), che a guardar bene sono anche le nostre. Non è un caso che il suo capolavoro 'postumo', il libro smisurato e testamentario finito poco prima della morte, sia "2666". Non è un caso, anzi è proprio una 'necessità' poetica, che la sua opera chiami continuamente a raccolta - come proiezioni del proprio io e puntelli osmotici al suo procedere verso una scrittura che equivalga agli 'orrori del mondo', come fratelli e compagni di strada - disadattati, pazzi, reietti, visionari, sognatori, prostituti, assassini, miserabili, tragicomici eroi del bene e del male; scrittori e poeti, convocati, elencati, sbeffeggiati, accarezzati, amati, odiati; e in cima a tutti uno straordinario quartetto di poeti maledetti, i "4 cavalieri dell'apocalisse" del moderno: Lautréamont, Rimbaud, Baudelaire e Mallarmé.
Tutti figure, o personaggi - poeti poeti e poeti di vita, senza distinzione - che, come lui, sono 'scesi' all'inferno e hanno 'visto', esplorato e 'vissuto' territori sconosciuti, e sono in grado di farci intravvedere ciò che hanno visto, testimoniare, raccontare le loro apocalissi, magari mostrandoci che sono il riflesso, più autentico e potente di qualunque specchio reale, delle apocalissi di cui periodicamente discutiamo e che indubbiamente in qualche misura ci portiamo dentro da secoli.
Perché l'Apocalisse di Bolaño non è solo un fatto interiore, una crisi dell'uomo, delle sue storie, è anche un giudizio sulla Storia, sulle "macerie fumanti che annunciano il 2666": senza nessun moralismo, o concessione, forte di una 'disperazione' post-moderna (che si beve 'selvaggiamente' e si butta alle spalle tutto ciò che chiamiamo post-moderno in un cortocircuito banale-sublime), percorsa da un'euforia insieme folle e lucida, supremamente 'ironica', come se il teatro del mondo fosse una terribile farsa nera. Attraversa i territori della bestemmia, dell'irrisione, della visionarietà; è scacco, fallimento, fuga, viaggio, violenza, genocidio, strage; trova il suo ultimo rifugio (quasi una placenta protettiva che non esime dall'ennesimo scacco, anzi lo certifica definitivamente) nella letteratura, nella poesia, nei libri... Perché Bolaño è uno di quelli che 'hanno letto tutti i libri', che partorisce libri, si nutre e 'muore' di libri, si può dire che 'si uccide' scrivendo, si immola nel tentativo prometeico di essere "il quinto cavaliere". Tanto da far pensare che uno dei suoi 'personaggi' principali sia proprio quella magnifica ossessione che è il 'libro', l'oggetto libro che diventa soggetto.
Bolaño in Italia (tranne un mio spettacolo 'studio' - "La linea spezzata della tempesta" - di qualche anno fa all'Atelier Meta-Teatro) non è mai stato rappresentato. Ma anche altrove. Per quanto ne sappiamo c'è stata una messa in scena di parte del suo "2666" ad opera di Alex Rigola. Forse perché non ha scritto nulla direttamente per il teatro; ma soprattutto perché è così complesso e 'smisurato' che non è facile trovare la 'misura' per affrontarlo. E' una sfida che mi riporta ad altre riscritture 'letterarie', con Hawthorne, Gadda, Joyce, Bernhard, Genet, Bufalino, Kafka, Rulfo ecc..., ma in special modo a una delle prime, quella con Lautréamont. Una sfida in nome della letteratura e del teatro che provano ad attraversare la 'malattia' che ci cammina a fianco, si fa fatica ad ignorare.
Lo spettacolo enuclea e mette a fuoco alcuni temi o figure ricorrenti della multiforme (un io diviso nei mille fiumi della sua opera: e tuttavia 'poeticamente' unico ed unitario) produzione di Bolaño. In particolare sette segmenti, o personaggi, con percorsi individuali, 'solitari', ma le cui traiettorie spesso si identificano e si incrociano.
- Il primo (Estèban De Oviedo Sahagùn: sulla scena Pippo Di Marca) è uno scrittore ritiratosi dal mondo sotto falso nome che scrive libri su libri e sulle cui tracce ormai 'mitiche' critici-detective si scatenano in una sorta di caccia all'uomo, al fine di 'smascherarlo'. Lo scrittore è una 'proiezione', un alter ego di Bolaño: autore e motore dell'azione, oltre che di se stesso, anche degli altri 'sei' personaggi. (In lui si può vedere, volendo, una specie di Hinkfuss pirandelliano).
Gli altri personaggi sono:
- una poetessa messicana (Encarnacion Vertiz: sulla scena Anna Paola Vellaccio) scomparsa da decenni, anch'essa 'mitizzata' e considerata la 'madre' di un movimento poetico d'avanguardia dei primi anni '70, cercata e inseguita dai 'figli' (o nipoti) di quello stesso movimento nel deserto di Sonora, dove si era autosegregata;
un vecchio poeta ubriacone (Francisco Buenaventura: sulla scena Luigi Lodoli) che è l'unico testimone rimasto della poetessa scomparsa, 'interrogato' da due giovani poeti-detective, uno dei quali è Bolaño (Rimbaud), per conoscere il suo rifugio e il segreto della sua 'poesia', tentare di sciogliere l'enigma che la riguarda;
un prete visionario (Juan Angel Cruzado: sulla scena Vincenzo Schirru; anche
Bolaño-Rimbaud) che affronta in punto di morte una delirante disputa con il più grande critico letterario e il più grande poeta del Cile per 'identificarsi' in loro e trascinarsi con loro in un cupio dissolvi senza uscita né risposta;
una poetessa 'sensitiva' e giramondo (Dolores De Remedios: sulla scena Elisa Turco
Liveri) il cui 'orologio del tempo' fuori sesto la fa 'viaggiare' tra passati e futuri di violenza e d'orrore, trasformandola in un allucinato catalogo vivente di 'apocalissi' individuali e universali;
un giovane poeta con le stimmate di Baudelaire (Jorge San Nazario: sulla scena Gianluca
Bottoni; anche Durrell) e una spiccata impronta genetiana che è l'anima corrosiva, irridente e iconoclasta del movimento d'avanguardia;
e infine 'l'ultimo' poeta del movimento, un diciottenne neofita (German Castillo: sulla scena Adriano
Mainolfi) che, quasi suo malgrado, prende la 'parte' di un redivivo Lautréamont destinato ad essere il
custode degli scritti segreti della poetessa scomparsa - quando costei, nell'atto della sua scoperta, troverà una morte 'eroica'. In quello stesso deserto di Sonora, dove anni dopo, in un paradigmatico e 'simbolico' 2666, ci sarebbe stata una delle più orribili, gratuite e 'reali' carneficine di donne (diverse migliaia) della
storia umana; una ‘apocalisse’ che avrebbe visto accorrere, in difesa del serial killer più crudele e spietato, un ex-nazista suo parente, proprio lo scrittore-autore (De Oviedo Sahagùn) un tempo ritiratosi dal mondo sotto falso nome e ora definitivamente stanato, ‘smascherato’.
Musiche di Wagner, del gruppo Sine Nomine, delle cantanti messicane Tehua e Chavela Vargas, del
musicista Claudio Mapelli.
La parte di Bolaño: il quinto cavaliere
tratto dall´Opera/Vita di Roberto Bolaño
testi, scrittura scenica e regia Pippo Di Marca
con Pippo Di Marca, Gianluca Bottoni, Luigi Lodoli, Adriano Mainolfi, Vincenzo Schirru,
Elisa Turco Liveri, Anna Paola Vellaccio
scene e costumi Luisa Taravella
selezione musiche Pippo Di Marca
disegno luci Giovanna Bellini
produzione La Compagnia del Meta-Teatro
I personaggi che descrive Di Marca sono tratti dall'opera di Bolano:
Lo scrittore Benno Von Archimboldi e "la parte dei critici" di 2666
Cesarea tinajero, poetessa estridentista ne I detective selvaggi, cercata da Ulises Lima, Arturo belano, Garcia Madero e Lupe
Il prete, critico e poeta, Urrutia Lacroix di Notturno cileno
La poetessa Auxilio Lacouture di Amuleto
Il giovane realvisceralista Garcia Madero, de I detective selvaggi. Amadeo Salvatierra, vecchio poeta ubriacone, unico testimone della poetessa Cesarea Tinajero
Lo scrittore è un alter ego di Bolaño, motore dell’azione, oltre che di se stesso, anche degli altri personaggi.