Roberto Bolaño, 2666.
La parte dei critici. La parte di Amalfitano. La parte di Fate,
traduzione dallo spagnolo di Ilide Carmignani, Adelphi, 2007, pp. 433. 19.
Tutte le strade conducono al deserto di Sonora – nordovest messicano sul confine con gli Stati Uniti – dove dal nulla era sorta
Ciudad Juárez 
, nel romanzo
Santa Teresa 
, la città più brutta, caotica e violenta del mondo, dove vengono massacrate e fatte sparire centinaia di donne e, complice il governo e la polizia, regnano impuniti il traffico di droga e la prostituzione minorenne, mentre viene ostentato il distretto industriale delle maquiladoras, gli impianti di assemblaggio al servizio delle multinazionali nordamericane e asiatiche.
“Entrarono a Santa Teresa da sud e la città parve un immenso accampamento di zingari o di rifugiati pronti a rimettersi in marcia al minimo segnale”.
Ecco il buco nero dove si disintegrano nella vana ricerca di una pur minima verità i personaggi principali dell’opera postuma di Roberto Bolaño.
Le loro vicende strutturano le cinque parti che articolano il libro e sono chiamate fatalmente a incrociarsi. Il centro sfuggente dell’intreccio è Benno von Arcimboldi, nom de plume di uno scrittore tedesco, diventato famoso in circoli letterari di tutto il mondo, che si muove nell’ombra della storia del secolo e che nessuno è riuscito mai a incontrare di persona. Ci sono poi quattro critici arcimboldiani europei, che dedicano le loro frustranti esistenze a cercarne le tracce nel tempo libero da convegni accademici di inenarrabile noia, e che dovranno forse rinunciare a guardarlo negli occhi. In questo deserto abissale finisce insieme alla bella figlia Rosa anche Amalfitano, sognatore cileno sconfitto, dopo l’esilio a Barcellona e un doloroso passato (di cui abbiamo solo parziali ma sconvolgenti rivelazioni). Infine il giornalista nero di New York conosciuto nel mestiere con il nome di Oscar Fate, inviato di un infimo periodico di Harlem con un debole per la storia dei Black Panthers, per caso e per drammatica necessità si ritrova nel momento giusto a Santa Teresa a fare il commentatore di un incontro di box.
Apparentemente smisurata ma tecnicamente perfetta, la trama di 2666 –
titolo davvero enigmatico 
di cui molto si discute nei luoghi di culto del bolañismo – procede così per millecento pagine verso e dentro quello spazio geografico che vediamo come metafora del male assoluto, ma non senza innumerevoli deviazioni e soste in altri tempi e luoghi. Assisteremo infatti alla comparsa e scomparsa di una moltitudine di personaggi reali o inventati, storie raccontate o abbozzate – impossibile riferirle qui – che hanno come sfondo diverse città europee e americane in un arco di tempo che attraversa la seconda guerra mondiale, il dopoguerra europeo e i fantasmi delle sconfitte latinoamericane –
“las guerras floridas”
– fino ad arrivare ai crudeli e caricaturali giorni nostri, in un accumulo febbrile di tensione narrativa che, come in tutta l’opera di Bolaño, rimanda, più che a un immaginazione fine a se stessa, ai portati di un’esperienza che rimangono sospesi in un margine quasi indefinibile fra realtà, delirio e letteratura. Come se ormai la mera fantasia fosse diventata in certo modo superflua o abusata: basta una buona memoria e la volontà di lavorarci dentro.
Assai difficile individuare nella storia recente della letteratura ispanoamericana precedenti di potenza stilistica, ambizione e capacità narrativa simili a quelle dispiegate nell’opera complessiva di Roberto Bolaño, e particolarmente in questo suo ultimo libro nel quale si condensa ed esplode la materia di un confronto senza tregua con le oscure pulsioni del secolo appena finito e con l’indecifrabile presente di un continente all’eterna ricerca di un futuro meno buio.
Se il precedente romanzo –
I Detective Selvaggi 
, osannato dalla critica seria in tutto il mondo e passato quasi sotto silenzio in Italia – e i racconti (l’uno e gli altri pubblicati da Sellerio) costituivano un’opera di chiaro segno generazionale che faceva i conti impietosi con la politica della rivoluzione e con la tradizione letteraria latinoamericana, in 2666 Bolaño gioca tutte le carte a sua disposizione in una corsa contro il tempo, il suo tempo, che stava per scadere. Non si abbandona mai a frasi memorabili, questo estroso talento della lingua, né rincorre la pirotecnica un po’ vuota che caratterizza certa prosa latinoamericana, ma non si rifugia nemmeno nella correttezza di uno stile troppo vigilato. La scrittura ci rivela una passione fredda, energica ma gentile, se possiamo dire, una inflessibile capacità di riconoscere indizi che portano fuori da ogni retorica in luoghi dove le grandi tragedie collettive e individuali si compiono dietro le quinte dello scintillante spettacolo del mondo. Tutto ci sembra essenziale e impregnato di senso etico in queste pagine, anche quando si fa commento acuto e ironico di testi letterari o cronaca di duelli a coltellate nei sotterranei editoriali o accademici, o si coltiva un humour nero ereditato dalle avanguardie ispaniche, oppure nelle rare occasioni in cui si allude allegoricamente a grandi questioni:
“Per un istante immaginò una bilancia, simile alla bilancia che tiene in mano la giustizia cieca, solo che ai posti dei piatti questa bilancia aveva due bottiglie o qualcosa di simile. La bottiglia di sinistra, chiamiamola così, era trasparente e piena di sabbia del deserto. Aveva vari fori da cui perdeva. La bottiglia di destra era piena di acido. Non aveva alcun foro, ma l’acido si stava mangiando la bottiglia da dentro”
.
Ricordiamo che il cosiddetto “boom” latinoamericano degli anni Sessanta aveva prodotto una lunga serie di capolavori, nei quali a mio avviso l’aggettivo latinoamericano finiva per imporsi per eccesso sulle qualità intrinseche delle opere, quasi come un marchio di denominazione controllata. Gli autori dei decenni successivi – la cosiddetta “nuova narrativa latinoamericana” degli anni Settanta e Ottanta – sarebbero rimasti schiacciati sotto il peso dei maestri e finiscono per soccombere in una routine spettrale, ripetitiva di forme e contenuti, risentendo anche delle soffocanti condizioni politiche e sociali create dalle dittature militari. Dal suo discreto esilio nella costa catalana – dopo lunghi anni di silenzio e di vita stentata – Roberto Bolaño irrompe nei primi anni Novanta in questo panorama esangue sprovvisto di marchio di fabbrica: è un senza patria che afferma di voler riannodare i fili della tradizione letteraria liberandola dalle distinzioni di frontiera (fedele al suo maestro Borges:
“No existe la literatura argentina”
), e che con i suoi libri provoca - nel senso letterale della parola - un grande scompiglio nei cenacoli letterari ispanoamericani, che di rado ormai nascondono l’impossibilità di prescindere da questo nuovo punto di partenza. A proposito del breve arco di tempo che racchiude l’esordio pubblico di Bolaño e la prematura scomparsa nel 2003, non mi dispiace citare un commento di Angelo Morino, suo mentore e introduttore in Italia oltre che uno dei suoi traduttori, tratto dall’ultima nota critica inserita nel volume
Anversa 
(Sellerio, 2007), che sarebbe stato uno degli ultimi scritti di Morino prima di lasciarci pure lui:
“A Blanes, nel 2002, Roberto Bolaño è uno scrittore che, negli ultimi dieci anni, ha imposto il suo nome come una delle realtà di maggiore spicco della letteratura in lingua spagnola. A Barcellona, nel 1980, quello stesso Roberto Bolaño è un profugo cileno che vive ‘esposto alle intemperie e senza permesso di soggiorno’. È uno malato di rabbia, orgoglio e violenza, che, di notte, lavora, mentre, di giorno, scrive e legge. Uno che non dorme mai, tenendosi sveglio a forza di caffè e sigarette, e che, se frequenta persone interessanti, in genere è perché sono prodotto delle sue allucinazioni”.
Purtroppo i lettori italiani si devono accontentare per ora di meno della metà del capolavoro ultimo di Roberto Bolaño: infatti, solo per l’autunno del 2008 Adelphi annuncia l’uscita della “Parte dei Crimini” e la “Parte di Arcimboldi”, capitoli che racchiudono il nucleo rivelatore – ma non risolutore – dell’intero romanzo, che ci fanno entrare con la forza di un documentario allucinato nell’orrore delle donne trucidate e nel racconto strabiliante della vita di Hans Reiter, il perno di questa narrazione. Scelta editoriale non facilmente comprensibile, date le premesse. Non mancano perciò i disperati che si precipitano a ordinare una copia in Spagna e provvisti di un grosso dizionario si tuffano nell’impresa di arrivare fino alla fine, costi quel che costi.