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2666

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Brett Levinson                   'Caso chiuso: Pazzia e dissociazione in 2666 '

•  1. la forma mostruosa   •  2. Fate non è Fate   •  3. tempo-ripetizione   •  4. ritmo come forma   •  5. tutto macchia   •  6. l'uomo seriale

Journal of Latin American Cultural Studies, Vol. 18, Nos. 2–3 December 2009, pp. 177-191

© trad Manuela Vittorelli link interno

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1. la forma mostruosa


"La parte de los crímenes" di 2666, romanzo postumo di Roberto Bolaño, registra una per una le condizioni di circa cento corpi di giovani donne uccise a Ciudad Juárez link interno, Messico (ribattezzata nel testo Santa Teresa link interno e collocata nel Sonora anziché nel Chihuahua). Bolaño ricava i dettagli dei delitti, iniziati nel 1993, dalla ricerca condotta dal giornalista messicano Sergio González Rodríguez (ora pubblicata con il titolo Huesos en el desierto). La resa narrativa di ciascun cadavere violato non si allinea però al resoconto di González Rodríguez link interno ma si snoda come un rapporto di polizia. L'autore elenca, con distacco monotono, l'ora e la data del ritrovamento, i nomi delle vittime, le condizioni in cui sono rinvenuti i corpi, gli abiti indossati, gli indirizzi delle vittime e le specifiche azioni della polizia per trovare gli assassini o coprire i loro misfatti. Lo stesso González Rodríguez si materializza come personaggio coinvolto nella vicenda. Concedendo ben poco al sentimentalismo, Bolaño non esclude nessuno dalla lista dei sospetti, nemmeno chi come González Rodríguez lo ha aiutato generosamente, rischiando la vita per seguire i delitti. Anzi, le finte indagini di 2666 non solo sono incapaci di individuare i colpevoli, ma non riescono neanche a limitare il numero dei possibili assassini: anzi, lo moltiplicano. Ciò nonostante, alla fine di ciascuna descrizione leggiamo: se cerró el caso. Il caso fu chiuso, chiusero il caso, si chiuse il caso, fu chiuso. Questa dichiarazione, come conto di dimostrare, non solo rivela l'essenza dei "casi" di Juárez presentati in 2666. Ci permette anche di dare una risposta a un altro mistero: qual è la posta in gioco di questo enorme e celebratissimo 2666?
 
La narrativa di Bolaño si sviluppa come accumulo di storie disparate, ciascuna legata alla successiva da una continuità di forme. Malgrado le apparenze, in 2666 il lettore non si trova di fronte a frammenti. È un fatto che il romanzo si divide in cinque parti distinte (non capitoli ma parti), sezioni collegate solo molto liberamente dal loro diverso rapporto con i fatti di Santa Teresa. Incalzato dalla morte ormai imminente, Bolaño lasciò istruzioni che le 1125 pagine fossero pubblicate in cinque tomi separati. Avrebbe anche potuto insistere per centinaia di racconti brevi: ciascuna sezione si scinde in tante sottosezioni autonome: "il modo in cui si susseguivano le storie non portava da nessuna parte[...] l'unica cosa che restava era la natura [...] che a poco a poco si disfaceva in un pentolone bollente fino a sparire del tutto" [2666, vol ii pag.665]. Eppure questa "natura", che (come vedremo) è la forma del romanzo, tiene assieme 2666 in una maniera che sarebbe difficile immaginare diversa. La forma, snodandosi agevolmente nel colossale volume, fa da collante – pur svanendo, o forse proprio per questo – unendo le svolte repentine, le interruzioni e le scomparse che percorrono tutto il contenuto.
 
Come Bolaño afferma ripetutamente nei commenti su se stesso e nei momenti metaletterari del testo, la forma rappresenta una componente essenziale dell'opera scritta. (Bolano por si mismo link interno 98). Tanto che a volte sembra che qualsiasi contenuto possa andargli bene. La storia di un'ex Pantera Nera che torna alla ribalta negli anni Novanta per dispensare consigli sulla cottura delle costolette di maiale; un professore di filosofia sull'orlo della pazzia che appende alla corda del bucato un libro di filosofia; lo sterminio di un numero imprecisato di ebrei greci durante l'Olocausto – liquidati perché ebrei ma anche perché l'esercito tedesco non sa che farsene – in 2666 sono posti fianco a fianco e sono ugualmente importanti. Comunque, se la narrativa di Bolaño sembra a volte indifferente all'azione che ospita (ci si chiede anzi se l'elenco di cadaveri deliberatamente inventato di 2666 rimandi davvero a Ciudad Juárez; dopo tutto Bolaño aveva creato simili elenchi di corpi femminili violati in La letteratura nazista jn América link interno e in Stella distante link interno), non è perché l'autore raccoglie fatti a caso. Succede perché situa gli episodi in una forma che li separa e li divide, così che la continuità non risulta sempre riconoscibile. Il problema non è che i fatti sono collocati arbitrariamente, ma che la relazione tra quei fatti non è facilmente leggibile.
 
Qui non si deve confondere tra "forma" e tecnica narrativa. La narratologia, o i modelli interpretativi che operano delineando strutture narrative, non sarebbe molto utile al lettore di Bolaño. La tecnica, di fatto, è una componente della narrativa modernista e postmodernista che Bolaño irride. Nessuno scrittore latinoamericano, con la possibile eccezione di Borges, ha sbeffeggiato quanto Bolaño l'"avanguardia" o le istanze formaliste. Lui, naturalmente, la sapeva lunga sulle nuove forme di scrittura fagocitate dal nemico numero uno di Bolaño (secondo lui): il Boom. Tutte le storie sono state raccontate. Ciò che resta per il romanziere contemporaneo, dunque, è la riformulazione della tecnica, del modo di raccontare: il gioco con il tempo e con lo spazio, con la prospettiva, con il significante, con il genere. Questa teoria, però, si distacca da una convinzione fondamentale che Bolaño non condivide: il romanzo deve essere nuovo. Di certo Bolaño tenta delle innovazioni, conduce esperimenti letterari. "Saggia" il terreno come un pattinatore saggia la durezza del ghiaccio con la punta dell'alluce in un gelido giorno d'inverno: non ci sono crepe, le crepe si producono pattinando. La scrittura è un tentativo che "saggia" le fusioni, le separazioni e le biforcazioni, le crepe, i gemiti e i silenzi del mondo.
 
Tutto questo costituisce il rozzo scheletro sul quale vengono tracciate le storie. Bolaño scrive solo storie mostruose, doppiamente mostruose perché troncate proprio al culmine della loro forza: mostruosità abortite. Non è l'azione a essere mostruosa, lo è la forma del testo: in definitiva, la forma della scrittura. Quest'ultima non cattura le atrocità storiche ma è la bestia bruta, la griglia scricchiolante ma inevitabile percorsa dal terrore della storia. La descrizione delle stragi. In Bolaño nessuna azione merita una descrizione scritta, tranne questo massacro.

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•  1. la forma mostruosa   •  2. Fate non è Fate   •  3. tempo-ripetizione   •  4. ritmo come forma   •  5. tutto macchia   •  6. l'uomo seriale

Brett Levinson                   'Caso chiuso: Pazzia e dissociazione in 2666 '


 

Riferimenti bibliografici
Bolaño, Roberto, 2666, Barcelona, Anagrama, 2004.
Bolaño, Roberto, 2666, Translated by Natasha Wimmer. New York, Farrar, Straus,
and Giroux, 2008.
Braithwaite, Andrés, Bolaño por sí mismo: entrevistas escogidas, Santiago, Chile,
Ediciones Universidad de Diego Portales, 2006.
González Rodríguez, Sergio, Huesos en el desierto, Barcelona, Anagrama, 2002.
                                                Ossa ne deserto, Adelphi
 
Brett Levinson è professore di Letteratura Comparata alla Binghamton University, State University of New York. I suoi campi di ricerca comprendono la letteratura latinoamericana e gli studi culturali, gli studi postcoloniali, la filosofia continentale, la psicanalisi, la teoria letteraria e il Terzo Cinema. Ha recentemente pubblicato Market and Thought: Meditations on the Political and Biopolitical (Fordham UP, 2004) e The Ends of Literature: Post-transition and Neoliberalism in the Wake of the Boom


NOTE


 


 
 
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