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2666

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Dario Voltolini -

'Quel cuore semplice di Arcimboldi (2666 - secondo volume) '

Tuttolibri 25/10/2008

pubblicato su La stampa on line link esterno

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radio tre Fahrenheit

Il 2/11/2009 la stupenda trasmissione di radio tre Fahrenheit link esterno , ha dedicato "il libro del giorno" a 2666 di roberto Bolaņo intervistando Dario Voltolini: ecco l'intervista
 

Finalmente i lettori italiani stregati dal primo volume di 2666 possono tuffarsi nell'inesauribile materia narrativa di quest'opera di cui Adelphi completa la pubblicazione dando alle stampe il meraviglioso secondo volume, che comprende, delle cinque storie di cui si compone il tutto, le ultime due, intitolate "La parte dei delitti" e "La parte di Arcimboldi".

Tuttavia vorremmo che queste poche righe di commento a uno dei pių importanti capolavori della letteratura contemporanea raggiungessero i lettori che non conoscono ancora Bolaņo. Quelli che l'hanno conosciuto, e se ne sono innamorati, l'hanno fatto senza riserve. Si tratta di uno zoccolo duro, di un fan club. Non sono certo loro quelli a cui ha senso comunicare che il libro č ora in libreria.

Siccome un altro libro eccezionale di questo grande scrittore, I detective selvaggi (pubblicato da Sellerio cinque anni fa), non ha certo sconvolto le classifiche, confessiamo il timore che anche il maestoso progetto di scrittura che č 2666 possa non giungere a tutto il pubblico che si merita.

Per ciō che riguarda il primo volume rimandiamo alla recensione di Paolo Collo (ttl 03/11/2007 ). Qui diciamo che la narrazione riparte puntando direttamente al centro magnetico dell'opera, cioč la tremenda cittā di Santa Teresa, nel deserto di Sonora, in Messico, al confine con gli USA. Si snoda lungo la spina dorsale di un racconto cadenzato, biblico, in cui una per una vengono raccontate alcune delle donne assassinate nella cittā. D'altra parte, tutto il megaromanzo 2666 punta verso l'abisso cieco di Santa Teresa, come in un maelström a volte lentissimo a volte accelerato: ma nelle pagine della "Parte dei delitti" siamo posti a tu per tu con la voragine che inghiotte, senza peraltro sprofondarci mai, come č nelle corde pių profonde della poetica dello scrittore cileno.

La "Parte di Arcimboldi" chiude l'opera riandando all'origine del misterioso scrittore tedesco: fatato, toccante racconto di metamorfosi personale che prende il piccolo Hans Reiter dalla sua natia Prussia e ne sconvolge i tratti sottoponendolo a ogni tipo di pressione, tra cui la Seconda Guerra Mondiale, producendo in extremis il personaggio di Benno von Arcimboldi, nome d'arte composto anche da un richiamo al nostro pittore Arcimboldo, che faceva teste umane con frutti e verdure; cioč forme a partire da altre forme, come la narrativa di Bolaņo fa. Benno von Arcimboldi resta perō un cuore semplice, originatosi nel sogno di un mondo d'acqua e destinato al deserto di Sonora, di cui appena sappiamo qualcosa, cessiamo di sapere (come nel finale di Martin Eden). D'altronde un Arcimboldi compariva anche nei Detective selvaggi, come autore francese del libro La rosa illimitata, in una delle infinite tracce che solcano tutta l'opera di Bolaņo (che č una rosa illimitata!). Una frase lasciata cadere quasi a caso nel testo rende il senso di questa grande narrazione: "e, in effetti, era tutto vero, almeno in apparenza".

Le centinaia di personaggi creati da Bolaņo sono tutti al tempo stesso reali e irreali, come nota James Wood (in How Fiction Works) a proposito dei personaggi dei romanzi postmoderni: ma Bolaņo porta alle estreme conseguenze e a maturazione molte intuizioni narrative finora solo abbozzate ed č per questo che non lo si puō classificare se non tra gli inclassificabili. Come Kundera ha ribadito (Il sipario), il romanzo ha da giocare ancora innumerevoli carte. Bolaņo in 2666 dimostra questa tesi con una forza e una chiarezza esemplari.

Non si riesce a credere che 2666 sia l'ultima parola detta da Bolaņo. Resta la speranza che ci abbia fatto un tiro strano, dei suoi, e abbia lasciato da qualche parte un tesoro da disseppellire (come Benno von Arcimboldi fa per la sorellina). Ma se cosė non fosse, resterā la torsione impressionante che ha saputo dare, con una prosa dall'eleganza smisurata e con una maestria completa nell'uso delle voci, a una letteratura che appariva stanca e terminale. E resterā anche l'esempio di uno scrittore che il fato ha dotato di moltissimi talenti e che li ha giocati tutti senza risparmio facendoli fruttare al massimo. Non si possono ancora valutare gli effetti di questa opera di rilancio e di riapertura, e nemmeno di altre opere dello stesso tipo di altri autori, ma certo l'impressione č che una potente forza creativa sta di nuovo rianimando la narrativa, sta riaprendo ciō che appariva chiuso, calcificato e pronto per il museo.

L'ultima frase di 2666 chiude ciō che non si puō chiudere, e non la citiamo apposta per giocare anche noi una piccola carta, quella della curiositā.



NOTE





 
 
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