Dall'estesa teorizzazione di Carl Schmitt estrapoleremo tre spunti concettuali che, più di
altri, ci sembrano interessanti ai fini di una riflessione sullo spazio e sulle discipline che
si occupano di governo del territorio: il concetto di nomos della terra, con riferimento
principalmente a quanto contenuto in Schmitt C. (1991), con alcuni spunti tratti anche
da Schmitt C. (2002) e da “Appropriazione/divisione/produzione”, saggio contenuto in
Schmitt C. (1972); l'interpretazione della storia del mondo (occidentale) come lotta fra
terra e mare, per quanto raccontato in modo particolare in Schmitt (2002); la dicotomia
amico/nemico come fondamento del concetto di politico, come illustrato nel saggio “Il
concetto del politico”, contenuto nella raccolta curata da Miglio G. e Schiera P., Schmitt
C. (1972).
1.3 Le categorie del politico: amico/nemico
A proposito di quelle che Schmitt definisce “le categorie del politico”, va
preliminarmente precisato che, con 'politico', il giurista tedesco non intende “ciò che
riguarda lo Stato”, ed anzi la sua preoccupazione è proprio quella, come prima cosa, di
rompere questo circolo vizioso che assimila politico a statale. Se tale assimilazione era
infatti possibile finché lo Stato era realmente un'entità chiara, univoca e determinata,
diviene invece scorretta allorquando Stato e società si trovano mescolati, senza confini
netti che li separino, ma con ampie zone di contatto e di indefinitezza come tipicamente
avviene nelle esperienze democratiche occidentali:
“[...] l'equiparazione di 'statale' e 'politico' è scorretta ed erronea nella stessa misura
in cui Stato e società si compenetrano a vicenda e tutti gli affari fino ad allora
statali diventano sociali e viceversa tutti gli affari fino ad allora «solo» sociali
diventano statali, come accade necessariamente in una comunità organizzata in
modo democratico. Allora tutti i settori fino a quel momento «neutrali» - religione,
cultura, educazione, economia – cessano di essere «neutrali» nel senso di nonstatali
e non-politici. [...] Di conseguenza, in esso, tutto è politico, almeno
virtualmente, e il riferimento allo Stato non basta più a fondare un carattere
distintivo specifico del 'politico' “
[Schmitt C.
(1972), Le categorie del 'politico', il Mulino, Bologna, pag. 105-106]
Il 'politico' è quindi qualcosa che va oltre la politica (quest'ultima intesa come insieme di
pratiche e istituzioni mediante le quali si crea un ordine e si organizza l'esistenza
umana), e si situa ad un livello più profondo, per certi versi ontologico, costitutivo delle
relazioni delle società umane. Come tale, dunque, il 'politico' è caratterizzato da una
distinzione di fondo della stessa natura di quelle su cui si basano la morale (buono-cattivo), l'estetica (bello-brutto) o l'economia (utile-dannoso), e, come queste, gode di
indipendenza, autonomia, valore in sé. Tale binomio fondativo del 'politico' è, per
l'appunto, quello amico-nemico:
“La specifica distinzione politica alla quale è possibile ricondurre le azioni e i
motivi politici, è la distinzione amico (Freund) e nemico (Feind). [...] Il significato
della distinzione di amico e nemico è di indicare l'estremo grado di intensità di
un'unione o di una separazione, di un'associazione o di una dissociazione; essa può
sussistere teoricamente e praticamente senza che, nello stesso tempo, debbano venir
impiegate tutte le altre distinzioni morali, estetiche, economiche o di altro tipo. Non
v'è bisogno che il nemico politico sia moralmente cattivo, o esteticamente brutto;
egli non deve necessariamente presentarsi come concorrente economico e forse può
anche apparire vantaggioso concludere affari con lui”
[Schmitt C.
(1972), Le categorie del 'politico', il Mulino, Bologna, pag. 108-109]
La dicotomia amico/nemico va sottratta a qualsiasi caratterizzazione psicologica, a
qualsiasi mescolamento etico od economico, e neppure va intesa in senso
individualistico-privato, ma va considerata per quello che è, nel proprio significato
concreto di una possibilità di contrapposizione fondata sul raggruppamento degli uomini
in base a contrasti di natura diversa (economici, religiosi, etnici o altro che siano), ma
abbastanza forti da tracciare un solco fra un noi e un loro.45 In tal senso:
“Nemico non è il concorrente o l'avversario in generale. Nemico non è neppure
l'avversario privato che ci odia in base a sentimenti di antipatia. Nemico è solo un
insieme di uomini che combatte almeno virtualmente, cioè in base ad una
possibilità reale, e che si contrappone ad un altro raggruppamento umano dello
stesso genere. Nemico è solo il nemico pubblico, poiché tutto ciò che si riferisce ad
un simile raggruppamento, e in particolare ad un intero popolo, diventa per ciò
stesso pubblico. Il nemico è l'hostis, non l'inimicus in senso ampio”
[Schmitt C.
(1972), Le categorie del 'politico', il Mulino, Bologna, pag. 111]
Questa affermazione porta di conseguenza Schmitt a una serie di considerazioni volte a dimostrare come sia la lotta (o meglio la guerra) il vero presupposto della politica (non
in senso di scopo, ma in senso di possibilità reale sempre presente), la “continuazione
della politica con altri mezzi”.
Per quanto non desiderabile, la guerra deve infatti esistere come possibilità reale proprio
affinchè il concetto di nemico possa mantenere il suo significato. Un globo terrestre
definitivamente pacificato sarebbe un mondo senza politica, in cui l'antitesi
Freund/Feind non esisterebbe più, e implicherebbe, in questo senso, tutt'altro che il
raggiungimento della pace planetaria. Un tale mondo, che, nel Novecento, si è a più
riprese cercato di instaurare, per lo meno a livello retorico o di progettualità in seno al
diritto internazionale, copre sempre una volontà di potenza di un qualche soggetto, di un
qualche Stato, di colui il quale dichiara di combattere un nemico politico nel nome
dell'umanità, cercando invece semplicemente di impadronirsi, contro il suo avversario,
di un concetto universale (quello di umanità, per l'appunto) per potersi identificare con
esso, a spese del suo nemico, in una prospettiva imperialista, distruttiva e catastrofica47.
Il carattere concettuale del politico implica di conseguenza l'esistenza, a livello
mondiale, non di un uni-verso, ma di un pluri-verso, di un pluralismo di Stati e di
nessuno “Stato mondiale” capace di comprendere tutta la terra e l'umanità, poiché,
finchè esisterà uno Stato, sempre vi sarà un nemico esterno e perciò altri Stati.
In quest'ottica l'economia liberale (con tutto il suo bagaglio retorico annesso di
parlamentarismo, libertà, progresso, ragione, tecnica, industria), che si presentò a partire
dal XIX secolo come qualcosa di essenzialmente pacifico, come offensiva progressista
contro feudalità, reazione e Stato di polizia, come unificazione del mondo nel nome del
diritto, della civiltà, del benessere per tutti, in verità rappresenta solo una nuova diversa
forma di dominio48, un'introduzione nelle categorie del politico di una maschera
razional-economicistica che però non ne cambia l'essenza, nemmeno in termini di lotta,
violenza, ostilità:
“[...] Ora come prima, il destino continua ad essere rappresentato dalla politica, ma
nel frattempo è solo accaduto che l'economia è diventata qualcosa di 'politico' e
perciò anche essa «destino». Fu perciò anche errato credere che una posizione
politica conquistata con l'aiuto di una superiorità economica fosse [...]
«essenzialmente non bellicosa»”
[Schmitt C.
(1972), Le categorie del 'politico', il Mulino, Bologna, pag. 164]