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Ricardo Piglia

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Intervista a Ricardo Piglia

di Ana Ciurans
pubblicato da Blow up e dal blog Sur.

Ricardo Emilio Piglia è nato ad Adrogué, provincia di Buenos Aires, Argentina, nel 1940. Nel 1955 la famiglia si trasferisce a Mar del Plata e oggi vive a Princeton, dove insegna all’università. Scrittore, critico e saggista, malgrado i tanti riconoscimenti ricevuti (tra cui il premio Planeta per Soldi bruciati, nel ’97), Piglia è pressoché sconosciuto in Italia. Con lui abbiamo parlato della sua idea fissa, il poliziesco. E abbiamo tentato di far venire alla luce i retroscena del brodo di coltura di scrittori come Roberto Bolaño. La pubblicazione di un suo racconto, La pazza e il racconto del crimine, nell’antologia di racconti e saggi del Río de la Plata, Inchiostro sangue ci ha dato lo spunto per intervistare questo maestro del noir di cui uscirà tra poco Blanco nocturno per Feltrinelli.
 

Nel 1975 il racconto La pazza e il racconto del crimine, contenuto nell’antologia recentemente pubblicata in Italia (Inchiostro sangue, ndr), vince il premio letterario della rivista Siete días. Borges è uno dei membri della giuria. L’Argentina sta precipitando nella repressione. Il racconto narra la storia di un giornalista che, grazie alle sue particolari conoscenze linguistiche, riesce inutilmente a risolvere un crimine perché “interessi superiori” gli proibiscono di rivelare l’identità del colpevole. La letteratura come veicolo di denuncia, soccombe. Nonostante, il racconto, metafora di questa situazione, vince il premio. Crede che in quel momento la giuria non fosse cosciente di ciò che stava per accadere in Argentina o che la buona letteratura riesce a scavalcare persino gli interessi politici?

I rapporti tra letteratura e realtà politica non sono mai diretti. Il racconto – tra altre cose – sembra criticare la logica dei meccanismi giornalistici che impediscono, in questo caso, la denuncia di un crimine. Come conseguenza di questo rifiuto, Renzi (il giornalista protagonista del racconto, ndr) decide di scrivere il racconto come una sorta di alternativa fiction all’immediatezza della stampa. Se dovessi definire la funzione della letteratura – ma non intendo farlo – direi che narra ciò che i mass media non possono affermare o capire.

La finalità del racconto è far apparire artificialmente qualcosa che prima era nascosto, cerca la verità segreta, indaga. Crede che questo sia il motivo per cui il genere poliziesco trova la sua massima espressione nella brevità del racconto? Qual è la differenza, a questi effetti, tra un romanzo e un racconto poliziesco?

Non sono sicuro che il genere poliziesco possa solo esprimersi attraverso il racconto. Esistono romanzi polizieschi straordinari – basta ricordare Il lungo addio di Chandler. Forse la tradizione inglese, legata all’enigma, funziona meglio nel racconto; ma anche su questa linea ci sono dei magnifici romanzi, come Mr Byculla di Eric Linklater o Laura di Vera Caspary. In quanto al noir nordamericano, anche se è famoso per i romanzi, ci sono dei racconti eccellenti come Aspetterò di Chandler o First Offense di Evan Hunter. Proviamo a ipotizzare una risposta radicale alla domanda sulla durata del genere poliziesco: un racconto narra un solo crimine; una novella (romanzo breve, ndr) narra almeno due crimini, un romanzo tutti i crimini. Non so se è una definizione pertinente, mi piace però la progressione: uno, due, tre, tutti…

Epistolari, sottostorie, sottotesti, racconti. La sua opera è una mescolanza di ricorsi e di generi, basti prendere come esempio L’ultimo lettore. Anche quella di Roberto Bolaño lo è, così come quella di molti scrittori latinoamericani. Perché in America latina questo “disordine” apparente sembra particolarmente significativo? Crede che esista qualche qualità latinoamericana intrinseca dalla quale scaturisce questa scrittura?

Noi siamo figli – o nipoti – di Borges che aprì questa strada nella narrativa contemporanea. In Argentina ci stiamo ancora riprendendo dalla sorpresa che causa la lettura di un racconto come «Tlön Uqbar Orbis Tertius» (Finzioni, ndr). Credo che questo “tocco” concettuale definisca parte della migliore narrativa attuale. Pensate ad Avalovar di Osmans Lins o a Il Danubio di Magris o ancora a Gli anelli di Saturno: un pellegrinaggio in Inghilterra di Sebal.

In Italia la letteratura argentina e latinoamericana in generale, è stata poco tradotta, con eccezioni che occupano una posizione all’estremo opposto, di grande fama, quasi sempre legate in qualche modo al boom latinoamericano. Che ne pensa del boom? Nel saggio I miti di Chtulhu, Bolaño si chiede: “che possono fare Sergio Pitol, Fernando Vallejo e Ricardo Piglia contro la valanga di glamour? Ben poco”. Mi scusi perché so che non è la prima volta che le viene chiesto, ma può fare qualcosa Ricardo Piglia contro la valanga del glamour? Crede che Bolaño si riferisse precisamente a “quella” valanga?

Per Bolaño il glamour è il realismo mágico; la moda dice che gli scrittori latinoamericani siamo primitivi, spontanei e meravigliosi. È evidente che i migliori scrittori latinoamericani – Roberto Bolaño, Juan José Saer, José Emilio Pacheco, Clarice Lispector, per citarne solo alcuni – sono molto lontani da questo stereotipo anti intellettuale e selvatico.

Dopo gli anni sessanta la “scuola dell’enigma” lascia il posto alla “scuola dei tipi duri” nel romanzo poliziesco rioplatense. Il suo saggio sul poliziesco, pubblicato dentro all’antologia di cui parlavamo prima, è un piccolo manuale per capirne l’evoluzione. Può spiegare il ruolo della letteratura nordamericana, dell’hard boiled, in questo sviluppo? E anche quello della letteratura europea…

Secondo me, la cosa più importante del poliziesco nordamericano è lo stile, uno stile che viene da Hemingway, anti soggettivo, anti psicologico, impersonale, un po’ schizofrenico. Basterebbe includere in questa linea del hard boiled Lo straniero di Camus, Breve lettera del lungo addio di Peter Hanke o Le gomme di A. Robbe Grillet per apprezzarne tutte le possibilità. Anche i romanzi corti di Pavese – in particolare La casa in collina – hanno questo tono. I miei primi racconti sono molto legati a questa tradizione. In quello che concerne il poliziesco europeo, ci sono molti scrittori di grande qualità, come Sciascia o Simenon – e anche Dürrenmatt – che hanno dato una nuova impronta al genere, portandolo oltre il classico noir.

“La poesia è essenziale per pensare a una poetica della prosa in lingua spagnola” ha dichiarato in un’occasione. Aveva in mente Nicanor Parra quando lo dichiarò? Solo in lingua spagnola o la poesia è essenziale per pensare in una poetica della prosa in qualsiasi lingua?

In qualsiasi lingua, per scontato, pensiamo ai toni di Ezra Pound o di Ungaretti che hanno capovolto i ritmi del linguaggio e hanno mostrato – ancora una volta – che lo stile dipende dall’udito, dall’ellisse, dalla sintassi.

La chiave di lettura del noir è contraddittoria o ambigua perché spesso racconta storie contraddittorie e ambigue. C’è chi ne condanna il cinismo e chi gli attribuisce una profondità eccessiva che forse non era nelle intenzioni neanche dell’autore. In Soldi bruciati l’epigrafe riporta la seguente frase di Brecht: Cos’è rapinare una banca a paragone di fondarne una? E, nel suo saggio, afferma che in questa domanda è contenuta la miglior definizione del noir. É quindi il materialismo del noir quello che fa di questo genere il possibile genere del futuro?

In un certo senso sì. Tutto è molto concreto nel poliziesco. Ho pensato spesso – ultimamente – alla finzione paranoica, una categoria che forse ci può aiutare a immaginare il futuro del genere. Mi sembra che molte storie poliziesche degli ultimi tempi abbiano la tendenza a narrare seguendo l’ottica della vittima, di quello che viene braccato (o crede di esserlo): una tradizione la cui origine può trovarsi nei romanzi di David Goodis. Allora, schematicamente, potremmo dire che la narrativa inglese classica si centra sul detective, che la narrativa poliziesca nordamericana ha la sua chiave di lettura nell’assassino e che la posizione contemporanea del genere tende a collocare la vittima – e l’innocente – al centro dell’intrigo. Una semplice ipotesi – paranoica – sulla storia del poliziesco.

Una domanda inevitabile, le piace la letteratura italiana e ha qualche autore preferito?

Sí, naturalmente; dico sempre, per scherzo, che sono uno scrittore italo-argentino. Mio padre era italiano e per attiguità la mia letteratura ha vari padri di quest’origine: Pavese in primo luogo, ma anche autori che ammiro come Calvino, Bassani, Pasolini, Landolfi o Natalia Ginzburg. Alcuni libri scritti in italiano sono stati dei punti di riferimento per me, La cognizione del dolore di Gadda, con la sua localizzazione così vicina a noi argentini e il suo uso straordinario del linguaggio. Ammiro la grande tradizione della poesia italiana e ho sempre letto Montale, Ungaretti Quasimodo, Saba. La letteratura italiana forma parte della letteratura universale che è scritta in una sola lingua.


NOTE


 
 
 

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