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L'arte del racconto

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Jorge Luis Borges ( )
Carlos Pacheco y Luis Barrera Linares,
Del cuento y su alrededores. Aproximaciones a una teoría del cuento, 1997
trascrizione di una conferenza trad. carmelo pinto

Il racconto e io

Lo zahir   •  il libro di sabbia   •  Tlön, Uqbar, Orbis Tertius   •  utopia di un uomo che è stanco
Mi hanno appena informato che dovrò parlare dei miei racconti. Voi forse li conoscerete meglio di me, giacchè una volta scritti ho cercato di dimenticarli, per non scoraggiarmi sono passato ad altro; invece, forse qualcuno di voi magari ha letto qualche mio racconto, diciamo, una paio di volte, cosa che non mi è capitata a me. Ma credo che possiamo parlare dei miei racconti, se vi pare che meritino attenzione. Cerchero di ricordarne qualcuno e dopo mi piacerebbe conversare con voi che, magari, o senza magari, senza avverbio potete insegnarmi molte cose, visto che non credo, contrariamente alla teoria d Edgar Allan Poe link interno, che l'arte, l'operazione di scrivere, sia un'operazione intellettuale. Io credo che sia meglio che lo scrittore intervenga il meno possibile nella sua opera. Questo potrà sembrare sorprendente; tuttavia, non lo è; in ogni caso si tratta, curiosamente, della dottrina classica.
 
Lo vediamo nella prima riga – io non conosco il greco - dall'Iliade di Omero, che leggiamo nella versione tanto censurata di Hermosilla “Canta, Musa, la collera di Achille”. Vale a dire, Omero, o i greci che chiamiamo Omero sapevano che il poeta non è il cantore, che il poeta (il prosista, fa lo stesso) è semplicemente l'amanuense di qualcosa che ignora e che nella loro mitologia si chiamava la Musa. Al contrario, gli ebrei preferirono parlare dello spirito, e la nostra psicologia contemporanea, che non soffre di eccessiva bellezza, del subconscio, l'inconscio collettivo o qualcosa di simile. Però, infine, l'importante è il fatto che lo scrittore è un'amanuense, egli riceve qualcosa e cerca di comunicarlo, ciò che riceve non sono esattamente certe parole in un certo ordine, come volevano gli ebrei, che pensavano che ogni sillaba del testo era stata prefissata. No, noi crediamo in qualcosa di molto più vago di cio' ma in ogni caso, nel fatto che riceve qualcosa.
 
Cercherò allora di ricordare un mio racconto. Stavo dubitando mentre mi conducevano qui e mi sono ricordato di un racconto che non so se voi avete letto: si chiama Lo Zahir . Mi ricorderò come sono arrivato alla concezione di questo racconto. Uso la parola “racconto” tra virgolette, che non so se lo sia o che cosa sia, però, infine, il tema dei generi conta poco. Croce credeva che non ci sono generi; io credo che si, ci sono nel senso che c'è un'aspettativa nel lettore. Se una persona legge un racconto, lo legge in modo diverso dal suo modo di leggere quando cerca un articolo in una enciclopedia, o quando legge un romanzo, o quando legge una poesia. I testi possono non essere distinti ma cambiano secondo il lettore, secondo le aspettative. Chi legge un racconto sa o spera di leggere qualcosa che lo distragga dalla sua vita quotidiana, che lo faccia entrare in un mondo non dirò fantastico – molto ambiziosa è la parola - però sì leggermente diverso dal mondo delle esperienze comuni.
A Buenos Aires lo Zahir è una moneta comune, da venti centesimi; graffi di coltello o di temperino tagliano le lettere NT e il numero due; 1929 è la data incisa sul rovescio. (A Guzerat, alla fine del secolo XVIII, fu Zahir una tigre; in Giava, un cieco della moschea di Surakarta, che fu lapidato dai fedeli; in Persia, un astrolabio che Nadir Shah fece gettare in mare; nelle prigioni del Mahdi, intorno al 1892, una piccola bussola avvolta in un brandello di turbante, che Rudolf Cari von Slatin toccò; nella moschea di Cordova, secondo Zotenberg, una vena nel marmo di uno dei milleduecento pilastri; nel ghetto di Tetuàn, il fondo di un pozzo.) Oggi è il tredici di novembre; il giorno sette di giugno, all'alba, lo Zahir giunse alle mie mani; non sono più quello che ero allora, ma ancora mi è dato ricordare, e forse narrare, l'accaduto. Ancora, seppure parzialmente, sono Borges.
[J.l.Borges, incipit de, Lo Zahir, in L'Aleph, ]
Ora arrivo a Lo Zahir e già che siamo tra amici, vi racconterò come è nato questo racconto. Non ricordo la data in cui ho scritto questo racconto, so che ero direttore della Biblioteca Nazionale, che è situata nel Sud di Buenos Aires, vicino alla chiesa de La Concepción; conosco bene quel quartiere. Il mio punto di partenza fu una parola, una parola che usiamo quasi tutti i giorni senza renderci conto del misterioso che in essa si cela (salvo che tutte le parole sono misteriose); pensai nella parola indimenticabile, unforgettable in inglese. Mi trattenni, non so perchè, visto che avevo udito quella parola migliaia di volte, non passava giorno che non la udivo; pensai: che strano sarebbe se ci fosse qualcosa che veramente non potessimo dimenticare. Che strano sarebbe se ci fosse, in ciò che che chiamiamo realtà una cosa, un oggetto - perchè no? - che fosse realmente indimenticabile!
 
Quello fu il mio punto di partenza, abbastanza astratto e povero; pensare nel possibile senso di quella parola udita, letta, letteralmente indimenticabile, unforgettable, unvergesslich, inoubliable. E' una considerazione abbastanza povera, come avete visto. Subito pensai che se c'è qualcosa di indimenticabile, questo qualcosa deve essere comune, poiché se avessimo una chimera, per esempio un mostro con tre teste (una testa credo di capra, un'altra di serpente, un'altra credo di cane, non sono sicuro), lo ricorderemmo sicuramente. E quindi non ci sarebbe alcuna grazia in un racconto con un minotauro, con una chimera, con un unicorno indimenticabili; no, doveva essere qualcosa di molto comune. Nel pensare in quel qualcosa di comune pensai, credo immediatamente, a una moneta, visto che se coniano migliaia e migliaia di monete tutte esattamente uguali. Tutte con la effige della libertà, o con uno scudo o con certe parole convenzionali. Che strano sarebbe se ci fosse una moneta, una moneta perduta tra quei milioni di monete, che fosse indimenticabile! E pensai a una moneta che ora è scomparsa, una moneta di venti centesimi, una moneta uguale alle altre, uguale alla moneta da cinque, o a quella di dieci, un po' più grande; che strano se tra milioni, letteralmente, di monete coniate dallo stato, ce ne fosse una indimenticabile. Da lì nacque un'idea; una indimenticabile moneta da venti centesimi. Non so se esistono ancora, se i numismatici le collezionano, se hanno qualche valore, però, infine, non pensai a ciò allora. Pensai a una moneta che ai fini del mio racconto doveva essere indimenticabile; vale a dire: una persona che l'avesse vista non avrebbe potuto pensare ad altro.
 
Dopo mi trovai davanti alla seconda o terza difficoltà... ho perso il conto. Perchè quella moneta sarebbe divenuta indimenticabile? Il lettore non accetta l'idea, io dovevo preparare l'indimenticabilità della mia moneta e per quello conveniva supporre uno stato emozionale in chi l'avesse vista, bisognava insinuare la pazzia, visto che il tema del mio racconto è un tema che assomiglia alla pazzia o alla ossessione. Allora pensai, come pensò Edgar Allan Poe quando scrisse la sua giustamente famosa poesia Il corvo, [ ascolta ], alla morte di una donna splendida. Poe pensò a chi potesse impressionare la morte di quella donna, e dedusse che doveva impressionare a qualcuno che fosse innamorato di lei. Da lì arrivai all'idea di una donna, di cui io sono innamorato, che muore, e io sono disperato.
il sei giugno, Teodelina Villar commise l'errore di morire in pieno Quartiere Sud. Confesserò che, mosso dalla più sincera delle passioni argentine, lo snobismo, io ero innamorato di lei e che la sua morte mi toccò fino alle lagrime? Forse il lettore l'ha già sospettato.
    Nelle veglie funebri, il progresso della corruzione fa si che il morto riacquisti le sue facce anteriori. In una delle tappe della confusa notte del sei giugno, Teodelina Villar fu, magicamente, quella che era stata ventanni prima; i suoi tratti ripresero l'autorità che datino la superbia, il denaro, la giovinezza, la coscienza di coronare una gerarchia, la mancanza d'immaginazione, i limiti, la stolidità. Pensai, pressappoco: nessuna versione di codesto volto che tanto mi inquietò, sarà memorabile quanto questa; conviene che sia l'ultima, giacché è stata la prima. Rigida tra i fiori la lasciai, il disdegno reso perfetto dalla morte.
[J.l.Borges, Lo Zahir, in L'Aleph, ]
A questo punto sarebbe stato facile, forse troppo facile, che questa donna fosse come la perfida Leonor di Poe. Però non decisi di mostrare a questa donna in modo satirico, mostrarle in modo un po' ridicolo l'amore di chi non dimenticherà la moneta di venti centesimi; tutti gli amori lo sono per chi li vede dal di fuori.
Allora, invece di parlare della bellezza del, low splendor, la trasformai in una donna abbastanza triviale, un po' ridicola, decaduta, nemmeno tanto bella. Immaginai quella situazione che si verifica spesso un uomo innamorato di una donna, che sa, da un lato, che non può vivere senza di lei e, allo stesso tempo, sa che questa donna non è particolarmente memorabile, diciamo per sua madre, per le sue cugine, per la domestica, per la sarta, per le amiche; tuttavia per lui, questa persona è unica.
 
Questo mi fa fa venire in mente un'altra idea, l'idea che forse ogni persona è unica, e che noi vediamo l'unico di quella persona che parla in suo favore. Ho pensato qualche volta che ciò avviene per tutte le cose, se riflettiamo che nella natura o in Dio (Deus sive Natura, diceva Spinoza) l'importante è la quantità e non la qualità. Perchè non supporre, allora, che che c'è qualcosa di unico, non solo in ogni essere umano, ma anche in ogni foglia, in ogni formica, che per questo Dio o La Natura, crea milioni di formiche; è falso, non ci sono milioni di formiche, ci sono milioni di esseri molto differenti, ma la differenza è tanto sottile che noi li vediamo come uguali
 
Allora, che cos'è essere innamorati? Essere innamorati è percepire l'unico che c'è in ogni persona, quest'unicità che non può comunicarsi salvo che per mezzo di iperboli o metafore. Allora, perchè non supporre che quella donna, un po' ridicola per tutti, un po' ridicola per chi è innamorato di lei, muoia. E poi abbiamo la veglia funebre. Scelsi il luogo della veglia, scelsi l'angolo, pensai alla chiesa della Concepcion, una chiesa non troppo famosa né troppo patetica, e poi all'uomo che dopo la veglia va a prendere un liquore in una cantina. Paga; gli danno una moneta di resto e lui si accorge subito che c'è qualcosa in essa – immaginai che fosse rigata per distinguerla dalle altre – . Lui vede la moneta, è molto emozionato per la morte della donna, però appena vede la moneta comincia a dimenticarla, comincia a pensare alla moneta. Abbiamo già l'oggetto magico per il racconto. Dopo vengono i sotterfugi del narratore per liberarsi de quella che lui sa essere una ossessione. Ci sono diversi sotterfugi; uno di essi è perdere la moneta. La porta, allora, in un'altra cantina che sta un po' lontano. La consegna pagando, cerca di non fissarsi in che posto sta quella cantina, ma tutto ciò non serve a niente perchè lui continua a pensare alla moneta.
Nella figura che si chiama oximoron, si applica a una parola un epiteto che sembra contraddirla; cosi gli gnostici parlarono di luce oscura; gli alchimisti, di un sole nero. Uscire dalla mia ultima visita a Teodelina Villar ed entrare in una mescita, era una specie di oximoron; la sua grossolanità e facilità mi tentarono. (La circostanza che vi si giocasse a carte, aumentava il contrasto.) Chiesi un'aranciata; nel resto mi dettero lo Zahir; lo guardai un istante; uscii, forse con un principio di febbre. Pensai che non esiste moneta che non sia simbolo delle monete che senza fine risplendono nella storia e nella favola. Pensai all'obolo di Caronte; all'obolo che chiese Belisario; ai trenta dfenari di Giuda; alle dracme della cortigiana Taide; all'antica moneta che offri uno dei dormienti di Efeso; alle lucenti monete del mago delle Mille e una notte, che poi si rivelarono cerchi di carta; al denaro inesauribile di Isaac Laquedem; alle sessantamila monete d'argento, una per ciascun verso di un'epopea, che Firdusi restituì a un re perché non erano d'oro; all'oncia d'oro che Ahab fece inchiodare all'albero della nave; al fiorino irreversibile di Leopold Bloom; al luigi la cui effige denunciò, presso Varennes, il fuggitivo Luigi XVI. Come in un sogno, il pensiero che ogni moneta permette tali illustri parentele mi parve di grande, benché inesplicabile, importanza. Percorsi, con crescente rapidità, le vie e le piazze deserte. La stanchezza m'arrestò a un cantone. Vidi una paziente inferriata; dietro, vidi le piastrelle nere e bianche dell'atrio della Concezione. Avevo errato in un cerchio; mi trovavo a un isolato dalla mescita dove m'avevano dato lo Zahir....
Il giorno seguente decisi ch'ero stato ebbro. Decisi altresì di liberarmi della moneta che tanto m'inquietava. La guardai: nulla aveva di particolare, salvo qualche graffio. Seppellirla nel giardino o nasconderla in un angolo della biblioteca sarebbe stata la cosa migliore, ma io volevo allontanarmi dalla sua orbita. Preferii disfarmene. Non andai al Pilar, quella mattina, né al cimitero; andai, con la metropolitana, a piazza della Costituzione e di li a San Giovanni e Boedo. Scesi, impensatamente, in via Urquiza; mi diressi ad ovest e a sud; girai, con disordine studiato, alquanti angoli e in una via che mi parve uguale a tutte le altre, entrai in una bottega qualunque, chiesi un bicchierino e pagai con lo Zahir. Tenni gli occhi socchiusi, dietro gli occhiali affumicati; riuscii a non vedere i numeri delle case né il nome della strada. Quella notte, presi una pastiglia di "veronal" e dormii tranquillo.
[J.l.Borges, Lo Zahir, in L'Aleph, ]
In seguito arriva ad estremi un po' assurdi. Per esempio, compra una lira sterlina con San Giorgio e il dragone, la esamina con una lente d'ingrandimento, cerca di pensare ad essa e dimenticarsi della moneta di venti centesimi ormai perduta per sempre, ma non ci riesce. Verso il finale del racconto l'uomo comincia a impazzire ma pensa sempre che la sua stessa ossessione possa salvarlo. Ovvero, ci sarà un momento nel quale l'universo sarà già scomparso, l'universo sarà una moneta di venti centesimi. Allora lui – qui ho creato un piccolo effetto letterario – lui, Borges, sarà pazzo, non saprà che è Borges. Ormai non sarà altro che lo spettatore di quella moneta perduta indimenticabile. E conclusi con questa frase debitamente letteraria, vale a dire falsa:
«Quizás detrás de la moneda está Dios»
Vale a dire, se uno vede una sola cosa, questa cosa unica è assoluta. Ci sono altri episodi che ho dimenticato, magari qualcuno di voi li ricorda. Nel finale, lui non puo' dormire, sogna la moneta, non può leggere, la moneta si interpone tra lui e il testo, quasi non riesce a parlare se non in modo meccanico, perchè in realtà sta pensando alla moneta, così si conclude il racconto.
Nelle ore deserte della notte ancora posso camminare per le strade. L'alba suole sorprendermi su una panchina di piazza Garay, mentre penso (mentre cerco di pensare) a quel passo dell'Asrar Nama, dove si dice che lo Zahir è l'ombra della Rosa e lo squarcio del Velo. Metto quella definizione in rapporto a questa notizia; per perdersi in Dio, i gufasti ripetono il loro nome o i novantanove nomi divini finché questi non vogliono più dire nulla. Io desidero percorrere tale via. Forse finirò per logorare lo Zahir a forza di pensarlo e ripensarlo; forse dietro la moneta è Dio.
[J.l.Borges, Lo Zahir, in L'Aleph, ]
Lo zahir   •  il libro di sabbia   •  Tlön, Uqbar, Orbis Tertius   •  utopia di un uomo che è stanco

 
Bene questo racconto appartiene a una serie di racconti [L'Aleph], dove si incontrano oggetti che sembrano preziosi all'inizio e dopo sono maledizioni, succede che sono pieni di orrore. Ricordo un altro racconto che essenzialmente è lo stesso, che sta nel mio libro migliore, se posso parlare di libri migliori: El libro de arena [Il libro di sabbia]. Già il titolo è migliore di Lo zahir, credo che zahir voglia dire qualcosa come meraviglioso, eccezionale. In questo caso, pensai prima di tutto al titolo: Il libro di sabbia, un libro impossibile, giacchè non possono esistere libri di sabbia, si disgregherebbero. Lo chiamai libro di sabbia perchè consta di un numero infinito di pagine. Il libro contiene il numero della sabbia, o più che il presumibile numero della sabbia. Un uomo acquista questo libro, e siccome ha un numero infinito di pagine, non può aprirsi due volte nella stessa.
 
Questo libro potrebbe essere un grande libro, di aspetto illustre; però la stessa idea che mi condusse a una moneta di venti centesimi nel primo racconto, mi condusse a un libro stampato male, con brutte illustrazioni e scritto in una lingua sconosciuta. Ne avevo bisogno per il prestigio del libro, e lo chiamai Holy Writ – scrittura sacra - la scrittura sacra di una religione sconosciuta. L'uomo lo compra, pensa di avere un libro unico, ma dopo avverte l'orrore di un libro senza prima pagina (giacchè se ci fosse una prima pagina ce ne sarebbe una ultima). In qualsiasi punto dove apre il libro, ci saranno sempre alcune pagine tra quella che lui apre e la copertina. Il libro non ha niente di particolare, però finisce per suscitargli orrore e lui opta per perderlo e lo fa nella Biblioteca Nazionale. Scelsi quel luogo in particolare perchè conosco bene la biblioteca.
 
Così abbiamo lo stesso soggetto: un oggetto magico che realmente racchiude orrore.
Lo zahir   •  il libro di sabbia   •  Tlön, Uqbar, Orbis Tertius   •  utopia di un uomo che è stanco

 
Ma prima io avevo scritto un altro racconto intitolato “Tlön, Uqbar, Orbis Tertius”. Tlön, non si sa a quale idioma corrisponde.possibilmente a una lingua germanica. Uqbar suggerisce qualcosa di arabo, qualcosa di asiatico. E poi, due parole chiaramente latine: Orbis Tertius, mondo terzo. L'idea era diversa, l'idea è quella di un libro che modifichi il mondo.
Debbo la scoperta di Uqbar alla congiunzione di uno specchio e di un’enciclopedia. Lo specchio inquietava il fondo d’un corridoio in una villa di via Gaona, a Ramos Mejia; l’enciclopedia s’intitola ingannevolmente The Anglo-American Cyclopaedia (New York 1917), ed è una ristampa non meno letterale che noiosa dell’Encyclopaedia Britannica del 1902. Il fatto accadde un cinque anni fa.
[J.l.Borges, Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, in Finzioni, ]
Sono sempre stato un lettore di enciclopedie, credo che sia uno dei generi letterari che preferisco perchè in qualche modo offre tutto in modo sorprendente, ricordo che ero solito andare alla Biblioteca Nazionale con mio padre; ero troppo timido per chiedere un libro, e allora prendevo un volume dagli scaffali, lo aprivo e leggevo. Trovai una vecchia edizione della Enciclopedia Británica, un'edizione molto superiore a quelle attuali giacchè era concepita come libro di lettura e non di consultazione; conteneva una serie di lunghe monografie. Ricordo che una notte particolarmente fortunata in cui cercai il volume che corrisponde a D-L e lessi un articolo sui druidi, antichi sacerdoti dei celti, che credevano – secondo Cesare – nella trasmigrazione (potrebbe essere un errore da parte di Cesare). Lessi un altro articolo sui drusi dell'Asia Minore, che credono anche nella trasmigrazione. Poi pensai a un particolare non indegno di kafka: Dio sa che questi drusi sono molto pochi, che i loro vicini li assediano, ma nello stesso tempo credono che ci sia una vasta popolazione di drusi in Cina e credono, come i druidi, nella trasmigrazione. Questo lo trovai nell'edizione, credo dell'anno 1910, e poi in quella del 1911 non incontrai questo paragrafo, che magari sognai; anche se credo di ricordare ancora la frase Chineses druses – drusi cinesi – e un articolo su Dryden, che parla di tutta la triste varietà dell'inferno, sul quale ha scritto un eccellente libro il poeta Eliot: questo mi successe in una notte.
 
E siccome sono stato sempre un lettore di enciclopedie, riflettei – questa riflessione è anch'essa triviale, però non importa, per me fu ispiratrice – che le enciclopedie che io avevo letto si riferiscono al nostro pianeta, agli altri, alle diverse lingue, alle loro diverse letterature, alle diverse filosofie, ai diversi fatti che configurano quello che sia chiama mondo fisico. Perchè non supporre una enciclopedia di un mondo immaginario?
 
Questa enciclopedia avrebbe il rigore che non ha ciò che chiamiamo realtà. Disse Chesterton che è naturale che il reale sia più strano dell'immaginato, giacchè l'immaginato procede da noi, mentre il reale procede da una immaginazione infinita, quella di Dio. Bene, allora supponiamo l'enciclopedia di un mondo immaginario. Questo mondo immaginario, la sua storia, le sue matematiche, le sue religioni, le eresie di quelle religioni, le sue lingue, le grammatiche e filosofie di quelle lingue, tutto ciò sarà più ordinato, vale a dire, più accettabile per l'immaginazione che il mondo reale in cui siamo perduti, di cui possiamo pensare che è un labirinto, un caos. Possiamo immaginare, allora, l'enciclopedia di questo mondo, o questi tre mondi che si chiamano, in tre tappe successive, Tlön, Uqbar, Orbis Tertius. Non so quanti esemplari fossero, diciamo trenta esemplari di questo volume che letto e riletto, finisce per soppiantare la realtà , giacchè la storia reale che narra è più accettabile della storia reale che non comprendiamo, la sua filosofia corrisponde alla filosofia che possiamo ammettere facilmente e comprendere. L'idealismo di Hume, degli hindu, di Schopenhauer, di Berkley, di Spinoza, Supponiamo che questa enciclopedia crei il mondo quotidiano e lo rimpiazza. Allora, una volta scritto il racconto, quella stessa idea di un oggetto magico che modifica la realtà porta a una specie di pazzia; una volta scritto il racconto pensai: ”che che cosa è realmente accaduto? Che sarebbe il mondo attuale senza i diversi libri sacri, senza i diversi libri di filosofia?
Lo zahir   •  il libro di sabbia   •  Tlön, Uqbar, Orbis Tertius   •  utopia di un uomo che è stanco

 
Questo fu uno dei primi racconti che scrissi. Potrete osservare che questi racconti in apparenza tanto diversi, “Tlön, Uqbar; Orbis Tertius”, “l Zahir” y “Il libro de sabbia”, sono essenzialmente lo stesso:un oggetto magico intercalato in ciò che si chiama il mondo reale. Forse penserete che io abbia scelto male, forse ce ne sono altri che vi interessano di più. Vediamo pertanto un altro racconto: "Utopía de un hombre que está cansado2 [Utopia di un uomo che è stanco - Il libro di sabbia]
 
Questa utopia di un uomo che è stanco è realmente la mia utopia. Credo che patiamo molti errori: uno di questi è la fama. Non c'è nessuna ragione perchè un uomo sia famoso. Per questo racconto io immagino una longevità molto superiore a quella attuale. Bernard Shaw credeva che converrebbe vivere 300 anni per diventare adulti. Forse la cifra è scarsa; non ricordo quale abbia stabilito in questo racconto: lo scrissi molti anni fa. Suppongo innanzitutto un mondo che non è parcellizzato in nazioni come ora, un mondo che sia giunto a una lingua comune. Giocai tra l'esperanto e un'altra lingua neutrale e poi pensai al latino. Tutti sentiamo la nostalgia del latino. Mi ricordo una frase molto bella di Browking che ne parla: «Latin, marble’s language» —Latíno, idioma del mármo— Ciò che si dice in latino appare effettivamente scritto nel marmo in un modo abbastanza lapidario.
 
Pensai a un uomo che vive molti anni, che arriva a sapere ciò che vuole sapere, che ha scoperto la sua specialità e si dedica ad essa, che sa che gli uomini e le donne nella sua vita possono essere innumerevoli, però si ritira in solitudine. Si dedica alla sua arte, che può essere la scienza o qualunque delle arti attuali. Nel racconto si tratta di un pittore. Lui vive solitario, dipinge, sa che è un assurdo lasciare un'opera d'arte alla realtà, giacchè non c'è alcuna ragione perchè ognuno non sia il suo proprio Velázquez, il suo proprio Schopenhauer. Allora arriva un momento in cui decide di distruggere tutto ciò che ha fatto. Lui non ha nome: i nomi servono per distinguere ciascun uomo dall'altro, ma lui vive solo. Arriva un momento in cui crede che sia giunta l'ora di morire, Si dirige verso un piccolo locale dove si amministra il suicidio e brucia tutta la sua opera. Non c'è ragione perchè il passato ci opprima, giàcche' ognuno può e deve bastarsi: perchè questo racconto fosse raccontato mancava una persona del presente; questa persona è il narratore. L'uomo regala uno dei suoi quadri al narratore, che ritorna al tempo attuale (credo che sia nostro contemporaneo). Qui ricordai due belle fantasie, una di Wells e un'altra di Coleridge. Quella di Wells si trova nel racconto intitolato The Time Machine - (la macchina del tempo) -, dove il narratore viaggia verso un avvenire molto remoto e da questo avvenire porta un fiore, un fiore appassito; al suo ritorno il fiore non è fiorito ancora. L'altra è una frase, una sentenza perduta di coleridge che si trova nei suoi quaderni, che mai vennero pubblicati fino a dopo la sua morte, e dice semplicemente:
"se un uomo attraversasse il paradiso in un sogno , e gli dessero come prova del suo passaggio un fiore e si svegliasse con quel fiore in mano, allora, che?" Eso es todo, yo concluí de ese modo: el hombre vuelve al presente y trae consigo un cuadro del porvenir, un cuadro que no ha sido pintado aún. Ese cuento es un cuento triste, como lo indica su título: Utopía de un hombre que está cansado. Questo è tutto, conclusi in questo modo: l'uomo torna al presente e porta con se un quadro del fututro, un quadro che non è stato dipinto ancora. Questo racconto è un racconto triste, come indica il titolo: Utopia di un uomo che è stanco
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Note



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