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F.Nietzsche

 • |Dionisiaco e apollineo |  •  • |Nietzsche e la tragedia |

Dionisiaco e apollineo: verso una definizione
la nascita della tragedia pp. 24-26; 26-38

(F.Nietzsche :La nascita della Tragedia, pagg. 24-26; 28-38)


 
Schopenhauer ci ha descritto l'immenso orrore che afferra l'uomo, quando improvvisamente perde la fiducia nelle forme di conoscenza dell'apparenza, in quanto il principio di ragione sembra soffrire un'eccezione in qualcuna delle sue configurazioni. Se a questo orrore aggiungiamo l'estatico rapimento che, per la stessa violazione del principium individuationis, sale dall'intima profondità dell'uomo, anzi della natura, riusciamo allora a gettare uno sguardo nell'essenza del dionisiaco, a cui ci accostiamo di più ancora attraverso l'analogia con l'ebbrezza. O per l'influsso delle bevande narcotiche, cantate da tutti gli uomini e dai popoli primitivi, o per il poderoso avvicinarsi della primavera, che penetra gioiosamente tutta la natura, si destano quegli impulsi dionisiaci, nella cui esaltazione l'elemento soggettivo svanisce in un completo oblio di sé. Anche nel medioevo tedesco schiere sempre più vaste si agitavano sotto lo stesso potere dionisiaco, cantando e danzando, muovendosi da un luogo a un altro: in quei danzatori di San Giovanni e di San Vito noi riconosciamo le schiere bacchiche dei Greci, con la loro preistoria in Asia Minore, sino a Babilonia e alle Sacee orgiastiche. Ci sono uomini che, per mancanza d'esperienza o per ottusità, distolgono lo sguardo da tali fenomeni come da "malattie popolari", schernendoli o compiangendoli nella coscienza della propria sanità: i poveretti non sospettano certo quanto cadaverica e spettrale apparirebbe appunto questa loro "sanità", quando passasse loro accanto fremendo la vita ardente degli invasati da Dioniso.
 
Sotto l'incantesimo del dionisiaco non solo si restringe il legame fra uomo e uomo, ma anche la natura estraniata, ostile o soggiogata celebra di nuovo la sua festa di riconciliazione col suo figlio perduto, l'uomo. La terra offre spontaneamente i suoi doni, e gli animali feroci delle terre rocciose e desertiche si avvicinano pacificamente. Il carro di Dioniso è tutto coperto di fiori e di ghirlande: sotto il suo giogo si avanzano la pantera e la tigre. Si trasformi l'inno alla "gioia" di Beethoven in un quadro e non si rimanga indietro con l'immaginazione, quando i milioni si prosternano rabbrividendo nella polvere: così ci si potrà avvicinare al dionisiaco. Ora lo schiavo è uomo libero, ora s'infrangono tutte le rigide, ostili delimitazioni che la necessità, l'arbitrio o la "moda sfacciata" hanno stabilite fra gli uomini. Ora, nel vangelo dell'armonia universale, ognuno si sente non solo riunito, riconciliato, fuso coi suo prossimo, ma addirittura uno con esso, come se il velo di Maia fosse stato strappato e sventolasse ormai in brandelli davanti alla misteriosa unità originaria.. Cantando e danzando, l'uomo si manifesta come membro di una comunità superiore: ha disimparato a camminare e a parlare ed è sul punto di volarsene in cielo danzando. Dai suoi gesti parla l'incantesimo. Come ora gli animali parlano, e la terra dà latte e miele, così anche risuona in lui qualcosa di soprannaturale: egli sente se stesso come dio, egli si aggira ora in estasi e in alto, così come in sogno vide aggirarsi gli dèi. L'uomo non è più artista, è divenuto opera d'arte: si rivela qui fra i brividi dell'ebbrezza il potere artistico dell'intera natura, con il massimo appagamento estatico dell'unità originaria. Qui si impasta e si sgrossa l'argilla più nobile, il marmo più prezioso, l'uomo, e ai colpi di scalpello dell'artista cosmico dionisiaco risuona il grido dei misteri eleusini: "Vi, prosternate, milioni? Senti il creatore, mondo?". nota
 
In tutti i confini del mondo antico - per lasciar qui da parte quello moderno -, da Roma fino a Babilonia, possiamo dimostrare l'esistenza di feste dionisiache, il cui tipo, nel caso migliore, sta rispetto a quello delle feste greche nello stesso rapporto in cui il satiro barbuto, a cui prestò nome e attributi il capro, sta rispetto a Dioniso stesso. Quasi dappertutto il nucleo di queste feste consisteva in un'esaltata sfrenatezza sessuale, le cui onde spazzavano via ogni senso della famiglia e dei suoi venerandi canoni; venivano qui liberate proprio le bestie più selvagge della natura, fino a quell'orribile miscuglio di voluttà e crudeltà, che a me è sempre apparso come il vero "beveraggio delle streghe". Contro le febbrili eccitazioni di quelle feste, di cui i Greci avevano notizia per tutte le vie di terra e di mare, essi furono per qualche tempo pienamente difesi e protetti dalla figura, ergentesi ora in tutta la sua fierezza, di Apollo, che non poteva opporre la testa di Medusa a nessuna forza più pericolosa di questa dionisiaca, così grottescamente rozza. E', nell'arte dorica che si è eternato quell'atteggiamento di maestosa ripulsa. Più problematico e addirittura impossibile divenne tale resistenza, quando infine dalla radice più profonda della grecità si fecero strada istinti simili: ora l'azione del dio delfico si limitò a togliere di mano al poderoso avversario, con una riconciliazione conclusa al momento giusto, le armi annientatrici. Questa riconciliazione rappresenta il momento più importante nella storia del culto greco: dovunque si guardi, sono visibili gli sconvolgimento causati da questo avvenimento. Fu la riconciliazione di due avversari, con la rigorosa determinazione delle linee di confine che sarebbero state d'ora in avanti rispettate, e con lo scambio periodico di doni onorifici; in fondo l'abisso non era superato. Ma se consideriamo il manifestarsi della forza dionisiaca sotto l'influsso di quel trattato di pace, nell'orgia dionisiaca dei Greci ravvisiamo ora, paragonandola alle anzidette Sacee babilonesi e al regredire in esse dell'uomo a tigre e a scimmia, il significato di feste di redenzione del mondo e di giorni di trasfigurazione. Solo in essa la natura raggiunge il suo giubilo artistico, solo in essa la lacerazione del principium individuationis diventa un fenomeno artistico. Quell'orribile filtro di streghe fatto di voluttà e crudeltà fu qui impotente: solo la meravigliosa mescolanza e duplicità nelle passioni degli invasati dionisiaci lo ricorda - come i rimedi ricordano i veleni mortali - quel fenomeno in cui i dolori suscitano piacere, in cui il giubilo strappa al petto voci angosciate. Dal sommo della gioia risuona il grido del terrore o lo struggente lamento per una perdita irreparabile. In quelle feste greche si manifesta come un carattere sentimentale della natura, quasi che essa debba sospirare per il suo frammentarsi in individui. Il canto e la mimica di tali invasati dai duplici sentimenti furono per il mondo omerico dei Greci qualcosa di nuovo e di inaudito. In particolare suscitò in esso spavento e orrore la musica dionisiaca. Se, a quanto sembra, la musica era già conosciuta come un'arte apollinea, lo era solo, parlando rigorosamente, come onda del ritmo, la cui forza plastica veniva sviluppata per la rappresentazione di stati apollinci. La musica di Apollo era architettura dorica in suoni, ma in suoni solo accennati, quali appartengono alla cetra. t tenuto cautamente lontano, come non apollineo, proprio l'elemento che costituisce il carattere della musica dionisiaca, e pertanto della musica in genere, la violenza sconvolgente del suono, la corrente unitaria della melodia e il mondo assolutamente incomparabile dell'armonia. Nel ditirambo dionisiaco l'uomo viene stimolato al massimo potenziamento di tutte le sue facoltà simboliche; qualcosa di mai sentito preme per manifestarsi, l'annientamento del velo di Maia, l'unificazione come genio della specie, anzi della natura. Ora l'essenza della natura deve esprimersi simbolicamente; è necessario un nuovo mondo di simboli, e anzitutto l'intero simbolismo del corpo, non soltanto il simbolismo della bocca, del volto, della parola, ma anche la totale mimica della danza, che muove ritmicamente tutte le membra. In seguito crescono all'improvviso e impetuosamente le altre capacità simboliche, quelle della musica, come ritmica, dinamica e armonia. Per comprendere questo scatenamento totale di tutte le capacità simboliche, l'uomo deve essere già giunto a quel vertice di alienazione di sé che in quelle capacità vuole esprimersi simbolicamente: il ditirambico seguace di Dioniso viene quindi compreso solo dai suoi simili! Con quale stupore dové guardare a lui il Greco apollineo! Con uno stupore che era tanto più grande, quanto più a esso si mescolava l'orrore di sentire che tutto quello non gli era poi davvero così estraneo, anzi che la sua coscienza apollinea gli nascondeva questo mondo dionisiaco solo come un velo.
 
Per comprendere ciò, dobbiamo per così dire disfare pietra per pietra il geniale edificio della cultura apollinea, fino a scorgere le fondamenta su cui esso è basato. Qui vediamo anzitutto le magnifiche figure degli dèi olimpici, che stanno sul frontone di questo edificio, e le cui gesta, raffigurate in luminosi e ampi bassorilievi, ne costituiscono il fregio. Anche se Apollo sta tra loro come una singola divinità accanto alle altre e senza la pretesa di occupare la prima posizione, non dobbiamo farci trarre in inganno. Lo stesso impulso che prese figura sensibile in Apollo generò altresì tutto quel mondo olimpico, e in questo senso Apollo può essere da noi considerato come padre di quel mondo. Quale fu l'immenso bisogno da cui scaturì una così splendente società di esseri olimpici?
 
Chi, con un'altra religione in cuore, si accosta a questi dèi olimpici e cerca poi in loro altezza morale, anzi santità, spiritualità incorporea, misericordiosi sguardi d'amore, dovrà tosto volger loro le spalle scontento e deluso. Niente ricorda qui ascesi, spiritualità e dovere: qui parla a noi soltanto un'esistenza rigogliosa, anzi trionfante, in cui tutto ciò che esiste è divinizzato, non importa se sia buono o malvagio. E così l'osservatore può rimanere profondamente colpito davanti a questa fantastica dovizia di vita, per domandarsi con quale filtro magico in corpo questi uomini tracotanti potessero aver goduto la vita, al punto che, dovunque guardassero, rideva loro incontro Elena, la dolce immagine ideale della loro esistenza, "fluttuante in dolce sensualità". Ma questo osservatore, già volto all'indietro, dobbiamo apostrofarlo così: "Non andartene, ma ascolta prima che cosa dice la saggezza popolare greca di questa stessa vita che ti si allarga davanti con così inspiegabile serenità. L'antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine fra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l'uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole:
 
"Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringe a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente.
Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è - morire presto".
In che rapporto sta con questa saggezza popolare il mondo degli dèi olimpici? Nello stesso rapporto in cui la visione estatica del martire torturato sta rispetto ai suoi tormenti.
 
Ora si apre a noi per così dire la montagna incantata dell'Olimpo e ci mostra le sue radici. Il Greco conobbe e sentì i terrori e le atrocità dell'esistenza: per poter comunque vivere, egli dové porre davanti a tutto ciò la splendida nascita sognata degli dèi olimpici. L'enorme diffidenza verso le forze titaniche della natura, la Moira spietatamente troneggiante su tutte le conoscenze, l'avvoltoio del grande amico degli uomini Prometeo, il destino orrendo del saggio Edipo, la maledizione della stirpe degli Atridi, che costringe Oreste al matricidio, insomma tutta la filosofia del dio silvestre con i suoi esempi mitici, per la quale perirono i melanconici Etruschi - fu dai Greci ogni volta superata, o comunque nascosta e sottratta alla vista, mediante quel mondo artistico intermedio degli dèi olimpici. Fu per poter vivere che i Greci dovettero, per profondissima necessità, creare questi dèi: questo evento noi dobbiamo senz'altro immaginarlo così, che dall'originario ordinamento divino titanico del terrore fu sviluppato attraverso quell'impulso apollineo di bellezza, in lenti passaggi, l'ordinamento divino olimpico della gioia, allo stesso modo che le rose spuntano da spinosi cespugli. Altrimenti quel popolo che aveva una sensibilità così eccitabile, che bramava così impetuosamente, che aveva un talento così unico per il soffrire, come avrebbe potuto sopportare l'esistenza, se questa non gli fosse stata mostrata nei suoi dèi circonfusa da una gloria superiore? Lo stesso impulso che suscita l'arte, come completamente e perfezionamento dell'esistenza che induce a continuare a vivere, fece anche nascere il mondo olimpico, in cui la "volontà" ellenica si pose di fronte uno specchio trasfiguratone. Così gli dèi giustificano la vita umana vivendola essi stessi la sola teodicea soddisfacente! L'esistenza sotto il chiaro sole di dèi simili viene sentita come ciò che è in sé desiderabile, e il vero dolore degli uomini omerici si riferisce al dipartirsi da essa, soprattutto al dipartirsene presto: sicché di loro si potrebbe poi dire, invertendo la saggezza silenica, "la cosa peggiore di tutte è per essi di morire presto, la cosa in secondo luogo peggiore è di morire comunque un giorno". Se una volta risuona il lamento, ciò avviene per Achille dalla breve vita, per l'avvicendarsi e il mutare della stirpe umana come le foglie, per il tramonto dell'età degli eroi. Non è indegno neanche del più grande eroe bramare di vivere ancora, fosse pure come lavoratore a giornata. Nello stadio apollineo la "volontà" desidera quest'esistenza così impetuosamente, l'uomo omerico si sente con essa così unificato, che perfino ìl lamento si trasforma in un inno in sua lode.
 
Bisogna ora dichiarare che questa armonia, anzi quest'unità dell'uomo con la natura, contemplata con tanta nostalgia dagli uomini moderni, e per la quale Schiller ha introdotto il termine tecnico "ingenuo", non è per nulla uno stato così semplice, che risulti evidente, per così dire inevitabile, e in cui dobbi

NOTE

Da Gli inni omerici, Daniele Ventre ha tradotto "Inno a Dioniso":
Inno a Dioniso (Inni omerici, VII)
 
Di quel glorioso rampollo di Sèmele, sì, di Dioníso
ricorderò come apparve sul lido del limpido mare,
su uno sperone di costa, era simile a un giovinetto
di primo pelo: stupende gli erravano intorno le chiome
nere, ma sopra le spalle possenti indossava un mantello
porpora; uomini in fretta, su nave ben salda di scalmi,
vennero, svelti, predoni, sul mare colore del vino,
genti Tirrene: funesto destino li spinse; al vederlo,
cenni scambiarono, presto sbarcarono, presolo, a un tratto,
lo trascinarono sopra la nave, eran lieti nel cuore.
Immaginavano che d´un sovrano alunno di Zeus
fosse il rampollo e volevano avvincerlo in ceppi dolenti.
Né lo trattennero, i ceppi, lontano ricaddero i lacci,
via dalle mani e dai piedi, ed egli sedeva, ridendo
con i suoi occhi cerulei. S´accorse di lui il timoniere,
subito ai propri compagni parlò, dispiegò la sua voce:
“Tristi, chi è questo dio che avete rapito e legato,
pur così forte? Non può portarlo la solida nave!
Certo costui sarà Zeus o Apollo dall´arco d´argento,
o Poseidone: poiché non è certo a genti mortali
simile, no, ma agli dèi che hanno dimore in Olimpo,
Ma rilasciamolo, via, sulla terraferma nerigna,
subito, non gli avventate le mani, o da collera preso
vènti ci solleverà dolorosi e immensa procella!’
Disse; ma il capo di contro inveì con cruda parola:
“Tristo che sèi, bada al vento, dispiega alla nave la vela,
tutti gli attrezzi manovra: sia d´uomini cura, costui.
Spero che possa arrivare in Egitto o a Cipro, perfino,
fra gli Iperbòrei o anche più in là: così poi, finalmente,
ci svelerà dove siano i suoi cari e tutti i suoi beni
e i suoi fratelli di sangue, poiché lo consegna a noi il dio’.
Come ebbe detto, alla nave con l´albero tese la vela.
Vento nel mezzo gonfiò la vela: essi mossero allora
tutti gli attrezzi: ma in quella apparvero casi ammirandi.
Ecco che prima sprizzò sulla nera ed agile nave
vino soave da bere, odorato, e sorse un profumo
come d´ambrosia: stupore recò ai marinai quella vista.
Poi d´improvviso dall´alto dell´albero prese a fiorire
da un lato e l´altro una vite e ne penzolarono molti
grappoli; l´edera intorno all´albero nera s´avvolse
e di corolle fiorì, poi frutto grazioso ne nacque:
tutti gli scalmi di serti s´ornarono; quelli, a vederli,
vollero che il timoniere volgesse all´istante la nave
verso la terra; ma il dio a prua in un fiero leone
si tramutò, sulla nave, e forte ruggì, poi nel mezzo
fece apparire anche un´orsa, mostrandone il collo villoso:
l´orsa impetuosa balzò, dal seggio di prora il leone
bieco e feroce occhieggiò; e quelli fuggirono a poppa,
strettisi sul timoniere, che l´animo aveva assennato,
stettero terrificati; balzando d´un tratto, il leone
catturò il capo, ma gli altri, a fuggire il fato funesto,
tutti nel limpido mare balzarono al primo vederlo,
per diventare delfini. Ebbe il dio pietà del nocchiero
e lo trattenne e lo rese felice e gli disse parola:
“Animo, splendido padre, che ho caro nell´animo mio,
sono Dioniso, quel dio fremente che ha avuto per madre
Sèmele figlia di Cadmo, congiuntasi a Zeus in amplesso’.
Figlio di  Sèmele bella, salute: a chiunque ti scordi,
no, non è dato una volta intonare il canto soave.
 
(Trad. di Daniele Ventre) torna su



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