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Maurizio Garreffa il concetto di "perturbante" è citato da Alex Candia
Palinsesto totale nella opera di Roberto Bolaño
2. La reazione
Secondo passo: la reazione
Abbiamo abbozzato le caratteristiche del perturbante.
Ammesso di trovarci di fronte a una situazione unheimlich, qualcosa dentro di noi si muove e scatta: a questo punto, facendo leva sulle informazioni che ho raccolto, il nostro io si divide in due tipi di reazione plausibili, una che chiameremo positiva e una che chiameremo negativa. Se riconosciamo che la paura è un'esperienza essenziale del vivere umano, quando essa ha la capacità di mobilitare i nostri centri nervosi ("La paura e l'immaginario sociale nella letteratura", R. Runcini), allora avremo una reazione positiva. Stabilito, infatti, che la paura fa parte della nostra vita e regola il nostro equilibrio con il mondo che ci circonda, l'intervento di un fenomeno perturbante può essere in grado di spingere il soggetto all'azione, di dargli la forza di superare la situazione paurosa e permettergli così di raggiungere un nuovo equilibrio, migliore e più maturo del primo. Questa è quella che viene chiamata "paura primaria". Se invece intendiamo l'esperienza paurosa come una rottura del nostro equilibrio, e dunque qualcosa che ci paralizza e ci annichilisce, la reazione che avremo sarà negativa. Questa è quella che viene chiamata "paura secondaria".
In parole povere:
Ora, le domande sono: paura primaria e secondaria si manifestano separatamente a seconda dell'individuo in questione? Se si presenta una non si manifesta l'altra? Oppure sono consequenziali?
Mi rendo conto che stiamo parlando di cose che non c'entrano con la letteratura, ma credo abbia un senso soffermarci sul comportamento umano, perché cosa sono i racconti e i romanzi se non la trasposizione su carta delle debolezze (o delle grandezze) delle persone che vivono il mondo oggi?
Per rispondere alle domande che mi sono posto, ho raccolto qualche dato in ambito psicofisico, ambito che non ho nessuna intenzione di spiegare, ma solo di prendere come esempio. Secondo Marco Baranello, esperto di psicologia emotocognitiva (a livello scientifico e non retorico), la paura viene intesa sempre negativamente dall'organismo del soggetto, il quale tenterà di superarla oppure ne sarà sopraffatto ("I concetti di sofferenza primaria e sofferenza secondaria in psicologia emotocognitiva", M. Baranello, SRM rivista di psicologia, Roma 2006). Secondo l'esperto, la paura primaria è una sensazione di angoscia, dolore, disagio, che vengono prodotti da una determinata situazione all'interno dell'organismo della persona; la paura secondaria è il risultato dei tentativi della persona di risolvere la paura primaria. Per essere più chiari, la sofferenza primaria è il prodotto diretto e automatico dell'organismo di fronte a una situazione (come sintomo, stress, esperienza, ecc...), la sofferenza secondaria è ciò che nasce dal tentativo psico-sociale di risolvere quella primaria.
Anche: la sofferenza primaria è una soluzione, quella secondaria è il problema.
La paura secondaria segue la primaria, in ogni senso.
Eccoci dunque al punto: il soggetto si trova di fronte a una situazione perturbante che il suo organismo subito riconosce e cataloga come esperienza paurosa. Il suo organismo ha una reazione positiva (primaria) che lo spinge a reagire e a superare la paura, e una reazione negativa (secondaria) che lo paralizza se non avviene alcun tentativo psico-sociale in grado di risolvere il problema che gli è di fronte. La domanda è: si può paragonare la dicotomia paura primaria/secondaria alla dicotomia orrore/terrore?
Orrore o terrore? Dunque: c'è differenza tra loro? In cosa consiste?
Molti sono abituati a usarli quasi come sinonimi, altri non li sanno usare al posto giusto e chi comincia a muovere i primi passi nella scrittura spesso si trova in difficoltà. Almeno, a me è capitato più di una volta quando cominciai (senza rendermene troppo conto) a scrivere di paura. Cominciamo a diversificare i due sostantivi a livello di dizionario, quei pochi che ho in casa, per renderci subito conto degli elementi che li caratterizzano. Sul Grande Dizionario Garzanti (Milano 1991) alla voce terrore viene riportato: "sentimento di forte sgomento, di intesa paura; cosa o persona che sgomenta;" alla voce orrore, invece, si legge: "sentimento di forte paura e ribrezzo destato da ciò che appare crudele, ripugnante in senso fisico o morale." L'elemento che salta subito all'occhio è il termine ribrezzo, che accosta l'orrore a una situazione (e a una reazione) più fisiologica (vomito, disgusto, nausea. Non a caso il Garzanti usa ripugnante). Terrore va dunque a legarsi a un ambito prevalentemente psicologico, tant'è vero che sul dizionario dei sinonimi e dei contrari della lingua italiana orrore viene citato quale sinonimo di terrore, mentre non avviene il contrario: alla voce orrore è riportato ribrezzo, ripugnanza, raccapriccio, schifo, oscenità. L'Oxford English Dictionary (l'edizione che ho consultato è del 2001) conferma la teoria: "Terror: very great fear; an instance of great fear", e "Horror: a feeling of great fear or shock mixed with disgust". Sul dizionario Zingarelli, mentre la definizione di terrore è identica alle altre, per orrore aggiunge: "timore profondo e quasi incontrollabile". Se vogliamo essere sicuri di tutto questo, andiamo a sbirciare tra le pagine del vocabolario di latino. Sul Castiglioni-Mariotti (IL, Loescher, Milano 2001) troviamo: "Terreo: atterrire, spaventare, far tremare", e "Horreo: essere irto, irsuto; detto di esseri animati cui si raggrinza la pelle per il freddo o si rizzano i capelli per paura; inorridire; sensazione fisica di spavento."
Anche in questo caso l'orrore si differenzia perché riguarda l'ambito fisiologico. Dunque:
Giulio Dello Buono, che ho seguito nella stesura di queste argomentazioni, riporta questo esempio:
Castorp non riesce a muoversi, è sopraffatto dall'orrore, ossia dalla ripugnanza che gli provoca ciò che vede. Prendiamo invece un racconto di Stephen King: "Il bicchiere della staffa" nell'antologia "A volte ritornano" pubblicata nel 2001. Un uomo sta cercando disperatamente la moglie e la figlia perse nel bosco durante una tormenta di neve, aiutato da due sconosciuti che sanno che in quel luogo (Jerusalem's Lot) accadono fatti strani. L'uomo, nonostante quello che gli dicono, spera ancora di trovarle. A pagina 363 si legge: "Sollevò la testa e ricominciò a urlare nella notte: 'Francie! Janey! Dio, dove sieteee!' E si udiva la disperazione nella sua voce, il terrore che ispirava una gran compassione. La sola risposta che riceveva era il fragore da treno merci del vento." Dopo poco la situazione cambia: la bambina salta fuori dalla neve, ma è cambiata, è diventata un mostro raccapricciante. Se voltiamo pagina, quindi, leggiamo: "Lui neppure si voltò... ma lei sì. Guardò verso di noi e sorrise. E in quell'istante sentii il mio desiderio, la mia brama trasformarsi in orrore gelido come la tomba, bianco e silenzioso come ossa in un sudario. Perfino dall'altura potevamo vedere il luccichio rosso e torvo di quegli occhi. [...] Non era più un essere umano."
Credo che qui si capisca bene come il sentimento sia cambiato da terrore a orrore. La prima era una sofferenza psicologica, che ha spinto il marito (Lumley) a mettersi a cercare moglie e figlia nonostante la terribile leggenda su Jerusalem's Lot. Per il momento è solo terrore irrazionale: è una paura primaria, che mette in movimento il meccanismo interno di Lumley e lo spinge a reagire. Quando vede la bambina, e il suo mutamento in vampiro, è disgustato: la paura è divenuta secondaria, è divenuta orrore, infatti Lumley annichilisce, non riesce neppure a muoversi né a girarsi. Dato che il cambiamento avviene, sulla carta ma anche sul set, nel giro di poche pagine, è facile comprendere la duplice reazione di fronte all'effetto perturbante.
Il terrore spinge all'azione, l'orrore (come quello di Lumley e di Castorp) pietrifica. Un altro esempio molto chiaro, a mio avviso, lo troviamo in un celebre racconto di Edgar Allan Poe:
Per concludere questo aspetto, se consideriamo che la paura è un fenomeno sociale e soprattutto individuale, e che la paura emerge quando l'evento contraddice la concezione del mondo del nostro personaggio, allora diremo che:
A questo punto, il precedente riferimento a King diventa lampante: Lumley prova dapprima terrore perché la scomparsa della moglie e della figlia sono comunque razionali e possibili. C'è un bosco e una tormenta di neve, loro sono rimaste sole e si sono perse. È razionale che si siano perse ed è razionale che loro ancora non le trovino: questo alimenta la speranza e viene spiegato dal personaggio secondo una concezione del mondo che è anche la nostra, vale a dire che è facile perdersi in quel modo. Lumley non crede alla storia dei vampiri, ma quando vede che la sua piccola è divenuta un mostro non ha più risposte razionali da darsi: il tutto esce dalla sua concezione del mondo e dalle sue cognizioni sul soprannaturale. Lumley è sconfitto, choccato, non ha reazione e si lascia sopraffare dall'avanzare ipnotizzante della bambina.
Il passaggio dal perturbante alla reazione è stato lungo, a me ha chiarito diversi dubbi.
Di seguito vorrei riportare molteplici esempi che mi vengono in mente e che ho letto e trovato nelle mie ricerche, ma questo saggio diverrebbe più lungo dell'Autosole, perciò ne parlerò prossimamente e mi fermo qui con queste domande:
Cosa succede quando due persone di diversa cultura si trovano di fronte allo stesso fenomeno pauroso?
E: quali sono le risposte che l'essere umano dà alla paura?
Si deve parlare di spirito di conservazione e/o di istinto?
È possibile eliminare la paura?
Fonti e letture consigliate:
Maurizio Gareffa
Nasce a Genova nel 1981. Ha svolto studi artistici ottenendo il diploma di Rilievo e Catalogazione dei Beni Culturali, e studi letterari, laureandosi a Genova nella facoltà di Lettere Moderne con una tesi in storia medievale incentrata sul ramo della microstoria. Titolo della tesi: "Società e vita quotidiana a Chiavari nel Medioevo". Attualmente vive a Chiavari dove lavora come giornalista presso l'emittente televisiva TeleRadioPace, dopo aver collaborato con diversi giornali locali.
Nel 2000 ha conseguito il diploma triennale della Scuola Chiavarese del Fumetto e ha collaborato con lo studio Giorgetti-Mazza, specializzato in illustrazioni per la scolastica elementare, apprendendo la conoscenza dei maggiori programmi di grafica per computer.
La passione letteraria e la voglia di scrivere arrivano all'età di quindici anni. Nel 2001 riceve il premio di segnalazione al concorso Marengo d'Oro di Sestri Levante per il racconto "Helen, la storia insegna".
Nell'ambito della narrativa, ha pubblicato il romanzo " Anime Maledette
" (De Ferrari editore, aprile 2005), che è stato ristampato nel mese di ottobre dello scorso anno. Nell'aprile del 2006 è stato pubblicato il suo racconto "L'enigma della cripta", inserito nell'antologia ligure del giallo "Liguria in giallo e nero" a cura di Anselmo Roveda (Fratelli Frilli editori, aprile 2006). Il racconto è l'apertura di una saga ambientata tra il medioevo parigino e quello ligure: per il primo libro della serie è prevista l'uscita tra il 2006 e il 2007. Sempre nel 2006, è uscito il racconto "E fu di gioia", nella raccolta pubblicata dall'Associazione chiavarese "L'Agave".
Dal 1996 è membro del Corpo Bandistico Città di Lavagna, dove suona il clarinetto al secondo livello. Dal 2003 è consigliere attivo nell'organico amministrativo della F.I.D.A.S. di Chiavari, associazione per i volontari di sangue. Dal 2005 è membro dell'Associazione culturale "La Torre" di Leivi e sempre dal 2005 è fondatore e organizzatore dell'Associazione "Sei nell'Arte", dedicato all'arte in tutte le sue forme e in particolare ai giovani che la praticano. Dal 2006 si occupa dell'organizzazione e dell'ufficio stampa.
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