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La poesia medievale

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Sui Goliardi

© Armando Bisanti
testo completo: I Carmina Burana link interno


 

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Città, università, società e poesia “goliardica”

Nelle città frenetiche del XII e del XIII secolo i “goliardi” (ossia gli studenti universitari) trovano la loro ragione di vita, una vita fatta spesso di espedienti per sopravvivere, alla ricerca di un protettore o di un mecenate, mirando ad inserirsi con stabilità in quella stessa società di cui, almeno nelle loro poesie, essi non si peritano di denunziare, spesso in toni violenti e marcatamente offensi-vi, le pecche e le manchevolezze.
 
La figura del goliardo medievale è, in fondo, una figura paradossale. Anche se egli sembra voler cambiare la società che lo circonda, avvalendosi dell'unico mezzo a lui noto e congeniale, ossia l’arte della penna, in effetti però, alla resa dei conti, non tende a diventare altro che uno di coloro che egli stesso ha criticato, ad essere nuovamente beneficiario di quella società cittadina, di quell’ordine sociale all’interno del quale egli stesso si è formato e sopravvive.
 
Ecco che così il goliardo, singolare figura di protestatario, è capace al contempo di comportarsi in maniera antitetica, unendo la più violenta e scommatica composizione satirica e ridanciana alla più smaccata ed adulatoria lode del potente. E così, se da un lato abbiamo un Ugo d’Orléans il quale, pur essendo insegnante universitario a Parigi, condusse una vita errabonda e randagia ai margini della società, mantenendo sempre inalterato il proprio orgoglio intellettuale (cfr. § 8), dall’altro abbiamo invece figure come l’Archipoeta di Colonia, che passò gran parte della sua vita alle spalle del potente prelato Rainaldo di Dassel, o come Serlone di Wilton che si schierò col partito della regina Matilde d’Inghilterra, ritirandosi poi in convento, o ancora come Gualtiero di Châtillon, che visse alla corte di re Enrico II Plantageneto, diventando poi, addirittura, arcivescovo di Reims (anche per questi autori cfr. § 8).
 
Criticano il clero corrotto, ma sono clerici anch’essi (talvolta anche essi cor-rotti), si scagliano contro i nobili, ma poi cercano il loro appoggio e la loro protezione benevola e remunerativa, disprezzano le classi inferiori, come i “villani”, ma spesso diventano essi stessi assai peggio dei “villani”, ingaglioffandosí all'osteria fra interminabili bevute, carte, dadi e prostitute.
 
Sulla figura sociale dei goliardi esisteva, fin dal secolo XIX (ed in parte esiste tuttora), una annosa querelle. Chi sono essi, in ultima analisi? Santi e predicatori, o ribaldi, ciurmadori e buffo-ni? Alti prelati o intellettuali d’élite? Condannatori o condannati? C’è chi ha pensato a loro come a una sorta di intellighenzia urbana, c’è invece chi li ha ritenuti pericolosi sovvertitori dell’ordine costituito.
 
In epoca antecedente alla composizione della maggior parte dei Carmina Burana (di cui si inizierà a discorrere fra breve), si può ricordare, come composizione “goliardica” per eccellenza, la Apocalipsis Goliae, un poema satirico anonimo del XII secolo, pubblicato nel 1928 da Karl Stre-cker. Si tratta, in buona sostanza, di una parodia dell’Apocalisse di san Giovanni, l’ultimo libro del Nuovo Testamento. Per una breve analisi di esso, cfr. J. Mann, La poesia satirica e goliardica, ne
Lo Spazio letteratio del Medioevo. I. Il Medioevo latino, a cura di G. Cavallo, C. Leonardi, E. Menestò, vol. I, La produzione del testo, t. II, Roma 1993, pp. 73-109.
 

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Ipotesi sull’etimologia del nome “goliardo”

La spiegazione etimologica del nome “goliardo” sfugge ad una definizione univoca e sicura. Nella seconda metà dell’Ottocento, in pieno clima positivistico, si ritenne che il nome derivasse da una vera e propria setta, riunitasi sotto lo pseudonimo di Golia, il celebre gigante biblico divenuto poi un’ipostasi del demonio nell’immaginario medievale. La facile assonanza fra Golia e gula (= gola) favorì quindi una interpretatio nominis che metteva in risalto la voracità, la ghiottoneria, la sete inestinguibile dei “goliardi”. A tale oggetto, conviene qui riportare (in traduzione italiana) la famosa definizione di Giraldo di Cambrai (Speculum Ecclesiae IV 15):
Dunque un parassita, di nome Golias, famosissimo ai giorni nostri sia per la golosità che per la lussuria, che sarebbe stato meglio chiamare “Gulias”, visto che di solito si abbandona alla crapula e alla ubriachezza, tuttavia abbastanza istruito, sebbene non virtuoso né formato da buoni insegnamenti, con tanta impudenza quanta imprudenza vomitò molte opere scandalose di poesia metrica e ritmica contro il Papa e la curia di Roma.
Su questa definizione, si può fare utilmente ricorso all’art. di E.G. Fichtner (The Etymology of Goliard, in «Neophilologus» 51 [1967], pp. 230-237), il quale si è opposto all’identificazione etimologica fra goliardus e golias, mostrando che i due termini sono indipendenti (cfr. anche A.G. Rigg, Golias and Other Pseudonyms, in «Studi medievali», n.s., 18,1 [1977], pp. 65-109; e J. Mann, Giraldus Cambrensis and the Goliards, in «Journal of Celtic Studies» 3 [1981], pp. 31-39).
 
È interessante aggiungere che nel 1889 Gaston Paris (grande filologo romanzo, professore all’Università di Parigi) attirò l’attenzione sul fatto che Bernardo di Chiaravalle denunciò il suo nemico ed avversario Pietro Abelardo come “novello Golia”, in una lettera indirizzata a papa Innocenzo II. Lo scrittore inglese Walter Map (De nugis curialium I 24) riferisce proprio questo particolare quando racconta che la lettera in questione fu letta ad alta voce alla tavola di Thomas Becket (arcivescovo di Canterbury ai tempi di re Enrico II Plantageneto): In epistola continebatur illa, quod magister Petrus instar Golie superbus esset («Nella lettera si diceva che il maestro Pietro [Abelardo] fosse superbo come Golia»).
 
Gaston Paris suggeriva che i seguaci di Abelardo accolsero verosimilmente il nome Golias, per indicare la loro fedeltà a lui. Tale ipotesi, per Jill Mann (La poesia satirica e goliardica, cit.), è suffragata dal fatto che la poesia goliardica dimostra notevole ostilità nei confronti di san Bernardo di Chiaravalle e dei Cisterciensi.
 

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Il manoscritto

I Carmina Burana, questa “Bibbia della goliardia medievale” (come sono stati definiti), ci sono stati tramandati in un unico manoscritto, il cod. CLM 4660 della Staatsbibliothek di Monaco di Baviera, 122 fogli in pergamena + 7 fogli del CLM 4660a (il cosiddetto Fragmentum Buranum), scoperti solo nel 1901. Il codice fu esemplato probabilmente intorno al 1230 e comprende composizioni redatte, grosso modo, fra la seconda metà del XII sec. e il primo quarto del XIII sec., prevalentemente in a-rea inglese e franco-germanica. Esso fu scoperto nel 1801 nella Abbazia benedettina di Benedi-ktbeuren (l’antica Bura Sancti Benedicti), fondata da Bonifacio fra il 730 e il 740. Nel 1803 il manoscritto fu trasferito nella Biblioteca di Monaco, dove tuttora si trova.
 
Il codice è illustrato. Esso contiene infatti otto miniature, la più famosa delle quali è quella della Ruota della Fortuna cui sono appesi due sovrani (probabilmente Federico II ed Enrico VII). Altre miniature illustrano le poesie d’amore, e fra queste ve ne sono due con la storia di Enea e di Didone. Altre ancora sono dedicate ai temi del gioco e del vino, con scene di bevute e di partite a scacchi, a dadi, a trick-track.
 
Molti componimenti sono stati musicati (vi è anche la notazione). La trascrizione del manosscritto è stata effettuata, comunque, in momenti diversi. Una parte del codice è andata irrimediabil-mente perduta. Infatti, al momento della prima rilegatura (ancora in età medievale), l’inizio della raccolta era già scomparsa. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che l’inizio della raccolta comprendes-se poesie di carattere religioso, fatto, questo, che avrebbe dato alla silloge una struttura ed una con-figurazione ben diversa da quella che essa ci mostra oggi.
 
[...]
 

Contenuto

I Carmina Burana comprendono complessivamente ben 315 testi poetici, in latino e in me-dio-alto tedesco. Il nucleo originario della raccolta (così come noi l’abbiamo) comprende i nn. 1-228, ed è stato il primo ad essere trascritto. Questi carmi sono chiaramente suddivisi in tre sezioni, a seconda del loro contenuto: 1) Carm. Bur. 1-55: testi di carattere satirico e morale;
2) Carm Bur. 56-186: testi di carattere amoroso. All´interno di questa seconda sezione è inoltre possibile individuare due gruppo: a) Carm. Bur. 56-121: composizioni in latino; b) Carm. Bur. 122-186: composizioni in latino e in volgare;
3) Carm. Bur. 187-228: testi nei quali vengono esaltati i piaceri della vita, del vino, del gio-co e dell´amore.
Nel secondo nucleo della raccolta (Carm. Bur. 229-315) predominano invece i testi a carat-tere moralistico e sacrale.
7. Temi e componimenti principali
 
La raccolta, per le sue dimensioni e per il notevole numero di componimenti che contiene, presenta una larga copia di tematiche. Fra le principali, si individuano qui le seguenti (fra parentesi, l’indicazione dei testi più significativi in cui tali tematiche sono espresse):
 
a) Satira dei vizi e della corruzione del clero (3, Ecce torpet probitas; 8, Licet eger cum e-grotis);
b) Tema della tristitia temporis (6, Florebat olim studium);
c) Tema del trionfo del denaro (11, In terra summus rex est hoc tempore nummus);
d) Tema della Fortuna (14, O varium Fortune lubricum; 16, Fortune plango vulnera; 17, O Fortuna velut luna; 18, O Fortuna levis);
e) Scontento della vita scolastica (75, Omittamus studia);
f) Contrasto fra ratio e amor (108, Vacillantis trutine libramine);
g) Amor de lonh (111, O comes Amoris, dolor);
h) Incontro con la pastorella (79, Estivali sub fervore; 90, Exiit diluculo);
i) Malelingue e lauzengiers (95, Cur suspectum me tenet domina?, di Ilario d´Orléans);
j) Descriptio pulchritudinis (si tratta di un topos molto diffuso, che ricorre nei Carm Bur. 69, 83, 115, 177, etc.);
k) Descriptio loci (anche questo è un topos molto diffuso, soprattutto per quel che riguarda l´incipit primaverile, nei Carm. Bur. 70, 78, 79, 80, 92, 142, 143, 144, 153, etc.);
l) Tema del “fuoco d´amore’ (Carm. Bur. 56, 61, 71, 177, etc.);
m) Maladie d´amour (Carm. Bur. 61, 69, 77, 104, etc.).
 
Fra le composizioni più giustamente celebri della raccolta ricordiamo qui :
 
1) Estuans intrinsecus (Carm. Bur. 192), dell´Archipoeta di Colonia;
2) In taberna quando sumus (Carm. Bur. 196);
3) Altercatio Phyllidis et Flore (Carm. Bur. 92, Anni parte florida);
4) Il “lamento del cigno arrosto’ (Carm. Bur. 130, Olim lacus colueram);
5) Dum caupona verterem vino debachatus (Carm. Bur. 76), poemetto bacchico;
6) Diatriba fra Diogene ed Aristippo (Carm. Bur. 189, Aristippe, quamvis sero), di Filippo il Cancelliere;
7) Contrasto fra l´acqua e il vino (Carm Bur. 193, Denudata veritate).
 

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Gli autori

Tutti i testi presentati nel manoscritto dei Carmina Burana sono rigorosamente anonimi. Eppure molti di essi appartengono ad importanti poeti mediolatini dei secoli XII-XIII, che è stato possibile identificare per altra via (per esempio, da altri codici che contengono poesie presenti an-che nel manoscritto monacense, ma con l’indicazione dell’autore).
Fra gli autori principali, si segnalano i seguenti.
 
- Ugo d’Orléans (detto Primate). A lui è assegnabile Carm. Bur. 194 (In cratere meo Thetys est sociata Lyaeo), che non è certo una delle sue liriche migliori. La sua figura storica e la sua produzione letteraria sono però fondamentali per la poesia goliardica. Nato ad Orléans verso il 1093, diventò maestro di grammatica e di retorica. Passò poi a Parigi e in altre città della Francia settentrionale. Grande conoscitore dei classici latini (per la sua conoscenza di Orazio, cfr. G. Orlan-di, Ugo Primate, in Orazio. Enciclopedia Oraziana, III, Roma 1998, pp. 494-495), spirito arguto e mordace, epigrammista salace e caustico, scrisse molte composizioni satiriche (l’edizione delle sue poesie è stata allestita da Ch. McDonough nel 1984). La sua composizione più celebre è forse quella in cui egli, lamentando la propria povertà, chiede un mantello per l’inverno, una breve poesia ispira-ta, forse, a Marziale (Pontificum spuma: su di essa, cfr. gli studi di Th. Latzke, Die Mantelgedicht des Primas Hugo von Orléans und Martial, in «Mittellateinisches Jahrbuch» 5 [1968], pp. 54-58; Ead., Der Topos Mantelgedicht, in «Mittellateinisches Jahrbuch» 6 [1970], pp. 109-131). A lui ri-salgono altri temi tipicamente “goliardici”, quali il vino, la taverna, il gioco, le donne, etc. Morì do-po il 1160.
 
- L’Archipoeta di Colonia. Personaggio di difficile e sfuggente identificazione, nacque probabilmente in Renania da una famiglia di nobiltà cavalleresca. Nel 1161 trovò in Rainaldo di Dassel, arcivescovo di Colonia, un valido protettore. Al seguito di Rainaldo accompagnò in Italia l’imperatore Federico Barbarossa (a Novara e a Pavia). Alla morte del suo protettore, rientrò nell’ombra. Dal 1167 in poi non si hanno infatti più notizie su di lui.
I temi della sua poesia sono assai simili a quelli evidenziati da Ugo d’Orléans. L’Archipoeta, però, risulta meno vario nell’ispirazione e nei risultati poetici. Nei Carmina Burana sono accolte due sue composizioni: la cosiddetta Confessio Goliae (Carm. Bur. 191, Estuans intrinsecus) e Sepe de miseria mee paupertatis (Carm. Bur. 220), in cui l’autore difende orgogliosamente la propria condizione di clericus.
L’edizione delle sue poesie è stata procurata da Watenpuhl e Krefeld nel 1958. Ottima bi-bliografia in V. De Angelis - G. Orlandi, Archipoeta, in Orazio. Enciclopedia Oraziana, III, Roma 1998, pp. 94-95.
 
- Gualtiero di Châtillon. Si tratta, assai probabilmente, del più grande poeta latino del XII secolo. Sulle sue vicende biografiche ci sono giunte alcune vitae in forma di accessus al suo po-ema più significativo, la Alexandreis, anche se spesso le notizie che questi scritti ci trasmettono non sono molto esaurienti e sicure. Nato a Ronchin, presso Lilla, negli anni 1135-1136, Gualtiero studiò a Parigi e poi a Reims sotto la guida di Stefano di Beauvais, acquisendo una vasta e profonda cultu-ra letteraria e teologica. Ben presto fu chiamato a dirigere la scuola di Laon e poi quella di Châtil-lon-sur-Marne, ed è da ciò che deriva il suo appellativo (de Châtillon piuttosto che, in relazione alla sua nascita, de Lille). Fu anche a Bologna per impararvi il diritto canonico e per perfezionare la sua preparazione giuridica e retorica, visitò Roma e la curia papale, attingendone materia per le sue sati-re anticlericali. Per un certo periodo entrò a far parte della cancelleria del re d’Inghilterra Enrico II Plantageneto, con cui più tardi entrò in violento conflitto, forse in sèguito all’omicidio di Thomas Becket (29 dicembre 1170), cui era legato da vincoli di amicizia. Gualtiero, in quella occasione, ac-cusò il re dell’omicidio del Becket, e fu quindi costretto a rientrare in patria. Dopo essere tornato in Francia, venne eletto, per intercessione del potente arcivescovo di Reims Guglielmo dalle Bianche Mani, canonico della stessa città e quindi vescovo di Amiens, dove morì, consumato dalla lebbra, verso il 1184-1185. Lo stesso poeta ci ha lasciato un auto-epitaffio in distici elegiaci, di sapore vir-giliano, che contiene la sintesi della sua vita e della sua attività letteraria: Insula me genuit, rapuit Castellio nomen, / perstrepuit modulis Gallia tota meis. / Gesta ducis Macedum scripsi, sed sincopa fati / infectum clausit obice mortis opus. Le sue opere principali sono le seguenti:
1) il Tractatus contra Iudaeos, un dialogo in tre libri in prosa fra lo stesso Gualtiero e Bal-duino di Valenciennes, in cui vengono esaminati, sotto la scorta del procedimento scolastico, i passi dell´Antico e del nuovo Testamento contro gli Ebrei, ma tenendo anche conto di autori classici quali Virgilio (Bucoliche 7 e 8, Georgiche), Orazio e Calcidio;
2) alcune Epistolae, oggi perdute (ma rimangono alcune lettere di Giovanni di Salisbury a lui dirette);
3) circa 50 poesie di vario argomento, satiriche, religiose, morali, amorose e per varie occa-sioni, come, per esempio, le strofe goliardiche cum auctoritate di Eliconis rivulos modice respersus o la “pastorella’ Sole regente lora, o altre ancora, alcune delle quali, appunto, poi confluite nei Carmina Burana (come Ecce torpet probitas [Carm. Bur. 3], Licet eger cum egrotis [Carm. Bur. 8], Fas et nefas ambulant [Carm. Bur. 19] o Propter Sion non tacebo [Carm. Bur. 41], tutti sulla dege-nerazione dei tempi, del clero e della curia romana; nonché Ecce gratum et optatum [Carm. Bur. 143], canto del risveglio dell´amore a primavera). Alla sua scuola, poi, possono essere assegnati i Carm. Bur. 1, 39, 42, 226.
4) i Georgica contenuti nel ms. Par. Bibl. Nat. Lat. 15155, attribuiti a Gualtiero già da Hau-réau e da Novati, che fanno parte invece, come ha dimostrato Wilson, di un florilegio di passi dai Georgica spiritualia di Giovanni di Garlandia, scritto probabilmente in margine a una copia della sua opera maggiore, l´Alexandreis; così come forti dubbi permangono circa l´attribuzione di altre opere, per esempio il Dogma moralium philosophorum, in prosa (certamente non suo) e la versione latina in strofe goliardiche del Voyage de saint Brendan di Benedeit (quest´ultima, invece, assai probabilmente da ascrivergli e risalente forse al periodo bolognese);
5) e soprattutto la Alexandreis, in dieci libri in esametri di raffinata fattura classicheggiante, sicuramente il suo capolavoro. Scritto fra il 1178 ed il 1184 (ma le opinioni avanzate dagli studiosi, a tal proposito, sono state varie e divergenti), il poema è dedicato alle imprese di Alessandro Ma-gno, la cui fortuna durante il Medioevo fu, come è noto, dilagante e dirompente. Il poeta, pur di-chiarandosi, fin dal proemio, consapevole della propria inferiorità nei confronti dell’epos virgiliano (si tratta del classico tòpos modestiae), è però fiero di svolgere un argomento finora mai affrontato in poesia epica (ed è l’altro tòpos della novitas dell’impresa cui si accinge il poeta). La fonte più se-guita è Curzio Rufo, ma Gualtiero mostra di conoscere anche il Romanzo di Alessandro (probabil-mente attraverso la rielaborazione tardo-antica di Giulio Valerio), Flavio Giuseppe, Giustino, Isido-ro di Siviglia e, ovviamente, la Bibbia. Dopo il libro I, dedicato all’educazione dell’eroe protagoni-sta da parte di Aristotele e alle sue prime imprese, i libri II-VII narrano le lunghe lotte fra Alessan-dro e Dario (che in questa sezione dell’opera assume le funzioni di coprotagonista) e, infine, i libri VIII-X raccontano il tentativo, effettuato dal sovrano macedone, di conquistare l’ignoto, restandone però ovviamente sconfitto (e questo elemento costituisce un importante antecedente per la figura dell’Ulisse dantesco). Negli oltre 5500 esametri che compongono l’Alexandreis si notano frequen-tissime suggestioni virgiliane: Gualtiero si rifà infatti all’Eneide sia a livello di situazioni topiche (l’invocazione alle Muse, la discesa agli Inferi, la descrizione dello scudo di Dario, l’amicizia fra due giovani sventurati, Simmaco e Nicanore, e così via) sia, appunto, a livello di suggestioni e rie-cheggiamenti. La tradizione virgiliana «viene rivissuta entro una diversa dimensione epica, dove all’attenta e sapiente forma, in esametri molto regolari di tipo senza dubbio classicheggiante, non si accompagna il sentimento dell’antica epica. Quella di Gualtiero è un’epica statica, dove l’eroe antico si veste parzialmente di temi cristiani, senza essere investito, nell’una e nell’altra tradizione, di grandi eventi epici» (Leonardi). Assai rilevanti sono anche le presenze oraziane, ovidiane e, soprat-tutto, lucanee: anzi, si può affermare che sia stato proprio Lucano il poeta classico maggiormente tenuto presente da Gualtiero, e la stessa figura di Alessandro è stata modellata sulla figura del Cesa-re lucaneo. L’opera ebbe grande e meritata fortuna ed entrò ben presto nel canone scolastico, insie-me ai testi epici classici. Nel suo De scriptoribus ecclesiasticis (1260 circa) Enrico di Bruxelles at-testa infatti che in scholis grammaticorum Alexandreis tantae dignitatis est hodie, ut prae ipso vete-rum poetarum lectio negligatur; tradotto durante il XIII secolo in norvegese e neerlandese e glossa-to in latino e in volgare, il poema ebbe una notevolissima influenza nella letteratura tardo-medievale (Enrico da Settimello, Pietro da Eboli, Guglielmo Bretone, Oddone di Magdeburgo), venne cono-sciuto probabilmente da Dante e sicuramente dal Petrarca (che spesso mostra di disprezzarlo, come tipico esempio di epica medievale, e quindi deteriore) e dal Boccaccio.
L’edizione delle sue poesie è stata allestita da K. Strecker (1929); per l’Alexandreis, si veda l’edizione a cura di M. Colker (1978); bibliografia di base in V. De Angelis, Gualtiero di Châtillon, in Orazio. Enciclopedia Oraziana, III, Roma 1998, pp. 273-275; e in A. Bisanti, Una recente lettu-ra dell’«Alexandreis» di Gualtiero di Châtillon, in «Schede medievali» 40 (2002), pp. 191-200.
 
- Ilario di Orléans. Poeta raffinato e versatile, autore di un piccolo corpus di versi e ludi pubblicato da Bulst nel 1989. Fu in rapporti con Pietro Abelardo, cui dedicò il carme Lingua servi, lingua perfidie. Scrisse laudationes di monache (Ad sanctimonialem nomine Bonam, Ad sanctimo-nialem nomine Superbam), poesie d’amore omosessuale, tre importanti ludi drammatici (Suscitatio Lazari, Ludus super iconia Sancti Nicolai, Historia de Daniel representanda), epistole ed inni sacri. A lui appartengono Carm. Bur. 95 (Cur suspectum me tenet domina?), fondato sul tema delle “ma-lelingue” che possono rovinare il rapporto d’amore fra la dama e il poeta, tacciando quest’ultimo di omosessualità; e Carm. Bur. 117 (Lingua mendax et dolosa), fondato sul motivo della segretezza nel rapporto d’amore.
 
- Pietro di Blois. Nato a Blois (centro culturale molto importante per la letteratura medio-latina del sec. XII) intorno al 1135 da nobile famiglia (il suo fratello minore Guglielmo fu l’autore della “commedia elegiaca” Alda), frequentò gli studi a Tours e a Parigi, e fu discepolo di Giovanni di Salisbury. Nel 1166 si trasferì in Sicilia, come precettore del re normanno Guglielmo II Il Buono (cfr. L. Gatto, Pietro di Blois, arcidiacono di Bath, in Sicilia, ovvero storia di un contrastato e con-tristato soggiorno, in «Siculorum Gymnasium» 31 (1978), pp. 46-85, poi in Id., Sicilia medievale, Roma 1985, pp. 153-173). Tornato in Francia nel 1170, fu mandato in Inghilterra presso la corte di re Enrico II Plantageneto e divenne arcivescovo di Canterbury e, in seguito, arcidiacono di Bath in Cornovaglia. Morì intorno al 1210. A lui, fra l’altro, possono ascriversi Carm. Bur. 72 (Grates ago Veneri) e Carm. Bur. 30 (Dum iuventus floruit), che rappresentano, in un certo qual modo, le due “facce” della sua ispirazione poetica, quella intensamente erotica e quella morale. Per una messa a punto della sua produzione poetica è fondamentale lo studio di P. Dronke, Peter of Blois and Poetry at the Court of Henry II, in «Medieval Studies» 28 (1976), pp. 185-235 (poi in ID., The Medieval Poet and his World, Roma 1984, pp. 281-339).
 
- Filippo il Cancelliere (o Filippo di Grève). Nacque a Parigi intorno al 1170, fu nomi-nato arcivescovo di Noyon nel 1211 e, nel 1218, divenne cancelliere e maestro della scuola catte-drale di Notre-Dame. Morì intorno al 1236-1237. È autore di un cospicuo corpus di poesie, buona parte delle quali confluite nei Carmina Burana (per una messa a punto della situazione, cfr. P. Dronke, The Lyrical Compositions of Philip the Chancellor, in «Studi medievali», n.s., 28 [1987], pp. 563-592; D.A. Traill, Philip the Chancellor and F 10: Expanding the Canon, in «Filologia me-diolatina» 10 [2003], pp. 219-248; ID., A Cluster of Poems by Philip the Chancellor in «Carmina Burana» 21-36, in «Studi medievali», n.s., 47,1 [2006], pp. 267-285) e di moltissimi sermoni. Fra i Carmina Burana a lui ascrivibili, cfr. i nn. 21, 22, 26, 34 (Deduc, Sion, uberrimas), 131 e 189 (Ari-stippe, quamvis sero). La sua vena poetica è di tipo prevalentemente morale
 

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Bibliografia essenziale

Edizioni: J.A. SCHMELLER, Carmina Burana. Lateinische und deutsche Lieder und Gedichte einer Handschrift des XIII. Jahrunderts aus Benediktbeuern auf der K. Bibliothek zu München, Stuttgart 1847; R. PEIPER, Gau-deamus! Carmina vagorum selecta in usum laetitiae, Leipzig 1877; L. LAISTNER, Golias: Studentelieder des Mittelalters: aus dem lateinischen, Stuttgart 1879; W. MEYER, Fragmenta Burana, Berlin 1901; A. HILKA - O. SCHUMANN, Carmina Burana, mit Benutzung der Vorarbeiten W. Meyers. Bd. I.: Text, 1: Die moralisch-satirischen Dichtungen, mit 5 Farbentafeln, Heidelberg 1930; A. HILKA - O. SCHUMANN, Carmina Burana, mit Benutzung der Vorarbeiten W. Meyers. Bd. II.: Kommentar, 1: Einleitung (Die Handschrift der «Carmina Bu-rana»), Die moralisch-satirischen Dichtungen, Heidelberg 1930; A. HILKA - O. SCHUMANN, Carmina Burana, mit Benutzung der Vorarbeiten W. Meyers. Bd. I.: Text, 2: Die Liebeslieder, Heidelberg 1941; B. BISCHOFF, Faksimile-Ausgabe der Handschrift der «Carmina Burana» und der «Fragmenta Burana» (CLM 4550; CLM 4660a) der Bayerischen Staatsbibliothek in München, Brooklyn- München 1967; O. SCHUMANN - B. BI-SCHOFF, Carmina Burana, mit Benutzung der Vorarbeiten W. Meyers. Bd. I.: Text, 3: Die Trink- und Spieler-lieder. Die geistlichen Dramen. Nachträge, Heidelberg 1970; P.G. WALSH, Thirty Poems from the «Carmina Burana», Bristol 1976; E. MASSA, «Carmina Burana» e altri canti della goliardia medievale, Roma 1979; B.K. VOLLMANN, Carmina Burana. Texte und Übersetzungen mit den Miniaturen aus der Handschrift und ei-nem Aufsatz von P. und D. Diemer, Frankfurt am Main 1987.
 
Traduzioni - Francesi: E. WOLFF, Carmina Burana, Paris 1995.
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