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Jaime Riera Rehren

In memoria di Roberto (racconto pubblicato nel Diario - 5 settembre 2003)

LUNGO VIAGGIO VERSO SETTEMBRE

In memoria di Roberto


A metà luglio del 1973 Roberto decide di andarsene. Abita a Cittá del Messico, dove è arrivato cinque anni prima con la famiglia proveniente dal Cile, paese che l’aveva visto nascere e crescere in un ambiente di provincia assai diverso dal mondo cosmopolita scoperto nello sconfinato Distrito Federal. Adesso il giovane, che ha appena compiuto vent’anni, può contare su un lustro di esperienze messicane, un’intera vita che lo ha trasformato in un poeta, un poeta rivoluzionario. A sedici anni ha lasciato perdere la scuola e ha iniziato a leggere e a studiare sul serio. Ha cominciato a frequentare scrittori di altre generazioni, ha partecipato alla formazione di gruppi letterari e politici con sede in sgangherati bar e caffé della giungla metropolitana, ha trafficato un po’ con la marijuana, si è innamorato parecchie volte, ha percorso la geografia messicana da solo o con i compagni, i poeti ribelli. Ma sente giunta l’ora del grande salto.
 
Nell’estremo sud del continente, infatti, lontano più di diecimila chilometri, il Cile, maledetto paese che nessuno che ci sia nato è capace di togliersi dall’anima, è avvolto nelle fiamme di una rivoluzione vera. Arrivano notizie sempre più allarmanti: finanziati dalla CIA, si mobilitano i camionisti e i figli della borghesia per fermare il socialismo democratico di Salvador Allende, i militari diventano minacciosi, la maggioranza degli operai e contadini occupano terre e fabbriche in difesa del governo popolare. Roberto ha ritardato troppo il ritorno, adesso è ora di andare. Invece di prendere un aereo però prende una decisione che gli amici trovano piuttosto stravagante: ci arriverà via terra attraversando l’intera America latina. Saluta la madre e la sorella in lacrime, non condividono per niente questa sua decisione, poi esce a passeggiare nella la notte con amiche e amici che hanno l’abitudine di declamare a voce esagerata i versi dell’avanguardia messicana rendendo inquieto il sonno dei pacifici cittadini, e all’alba si trova a fare autostop all’imbocco dell’autostrada del sud.
 
Qualche giorno più tardi fa colazione in una locanda del centro storico di San Salvador. La guerriglia è stata sconfitta e si prepara nel paese uno scenario di violenza e guerra civile che durerà più di un decennio. Roberto conosce alcuni ex militanti della lotta armata e fa amicizia con giovani poeti salvadoregni. Scopre che fascisti e militari non sono i soli che hanno commesso atti orrendi. Gli presentano Cienfuegos, uno dei dirigenti rivoluzionari che ha ordinato l’assassinio del suo compagno Roque Dalton, grande poeta e membro del gruppo dirigente della guerriglia. Dalton era stato assassinato dopo una riunione, mentre dormiva, “così non ha sofferto”. Era colpevole di opporsi alla ripresa delle operazioni armate. Dei dieci comandanti della guerriglia quattro erano scrittori, la maggior parte vittime della repressione militare. Si respira una strana atmosfera nel Salvador, tutto sembra sospeso in attesa del giudizio universale. Gli amici salvadoregni parlano della morte come se si trattasse di un film. A Roberto sembra di invecchiare nel giro di pochi giorni. Riprende la strada verso sud, entra in Colombia, dove conosce altri rivoluzionari, reduci dalle guerriglie degli anni sessanta e adesso tassisti o rappresentanti di commercio. I giovani poeti e scrittori che incontra a Bogotà e Medellín gli sembrano sprofondati in un sopore inspiegabile. Roberto li vede attraverso uno sguardo di realismo duro, non trova niente di magico nel profondo disincanto delle nuove generazioni. I colombiani parlano della morte come di un destino veloce e spedito. Dopo una settimana, senza fermarsi nell’interno andino dell’Ecuador, scende a Guayaquil, sul Pacifico, con l’intenzione di salire su una nave. In questa bella città africana, bananiera e caotica, sospesa sulla grandiosità falsamente tranquilla dell’oceano, deve sostare qualche giorno in attesa di un cargo che lo porti in Perú. Tre giorni più tardi, una mattina uggiosa e grigia sbarca nel porto di Callao. I militari nazionalisti di Velasco Alvarado hanno riacceso in questo paese le speranze di riscatto dei cholos e dei serranos, che ora invadono Lima, fino a qualche anno prima città bianca e orgogliosa della propria storia di capitale coloniale, “la Ciudad de los Reyes”. Adesso è città di meticci e mulatti e le famiglie tradizionali si sentono assediate nei quartieri alti, murati e difesi da eserciti di guardie private. Mentre cammina per le rumorose strade del centro, Roberto non può che pensare continuamente a César Vallejo, il poeta peruviano che ha sedotto la sua generazione -
                Calor, cansado voy con mi oro adonde
                acaba mi enemigo de quererme.
                C’est Septembre attiédi, por ti Febrero!
                Es como si me hubieran puesto aretes.
- nota
e che è andato a morire in miseria a Parigi. Incrocia i visi vallejianos che sembrano di roccia, scolpiti dal vento della sierra, scruta gli sguardi antichi ed enigmatici della solitudine andina, non sa decifrare il senso di ciò che sta accadendo nel paese. Ormai è impaziente di arrivare in Cile. Dopo due giorni e una notte di autobus lungo la Carretera Panamericana che taglia interminabili montagne di sabbia oscura fiancheggiando l’oceano, viene finalmente depositato ad Arica.
 
Dopo il breve soggiorno peruviano, durante il quale Roberto non è riuscito a entrare in contatto diretto con molte persone, le prime ore in Cile gli trasmettono una strana impressione di ordine e cordialità. Siamo nella seconda metà di agosto. Appena sopra la linea del Tropico l’inverno australe è ancora molto mite. Il cielo è grigio ma l’aria tiepida e la brezza del mare mettono in luce una cittadina dall’aspetto prospero e tranquillo. Duemila chilometri di deserto lo separano ancora da Santiago, città praticamente sconosciuta per lui e che continua a sentire remota. Girovagando per le strade del centro di Arica nota le code davanti ai negozi di alimentari e comincia a percepire la tensione nascosta sotto la calma della superficie. Avrebbe bisogno di lavarsi e cambiare gli abiti che l’accompagnano da un mese. È sporco e stanco, non possiede che un paio di pantaloni e due camicie, ha fame. Non ha soldi. Nello zaino ci sono i Poemas y antipoemas di Nicanor Parra, un volume delle poesie di Rimbaud, metà dell’Ulisse di Joyce in versione spagnola, una vecchia raccolta di poesie di Vallejo comprata in un mercato di Lima, una copia malridotta dell’edizione Alianza de El tiempo recobrado di Proust. Agli occhi dei passanti può sembrare un barbone o uno dei tanti ragazzi che arrivano da tutta l’America latina in cerca di avventure rivoluzionarie. Il viaggio iniziatico di tutti i poveri ragazzi latinoamericani. Nel primo pomeriggio decide: dormirà e mangerà nel pullman che lo porterà a Santiago. È là che lo aspettano, nell’occhio del ciclone, come si dice.
 
Alle prime luci dell’alba il pullman attraversa l’interminabile periferia della capitale e si ferma nel terminal della stazione centrale. Roberto ha in tasca diversi indirizzi di giovani scrittori e un contatto con un militante del MIR. A mezzogiorno mangia un piatto di fagioli nel quartiere di San Miguel, in casa del poeta Jaime Quezada, amico di sua madre, che gli offre ospitalità a tempo indeterminato. È il 20 agosto del 1973. Durante i dieci giorni successivi Roberto fa amicizia con un centinaio di persone, frequenta sedi di partiti e movimenti politici in molti quartieri, dorme un paio di notti in una fabbrica occupata del Cordón Cerrillos, si guadagna la fiducia dei dirigenti della Federazione degli studenti universitari. I militanti cileni contano molto sull’esperienza politica e militare degli stranieri, soprattutto se latinoamericani. In Cile, a differenza della maggioranza dei paesi del continente, non c’è stata lotta armata negli anni Sessanta. A Roberto lo tradisce la parlata, lo prendono tutti per messicano, o argentino, il che gli dà un valore aggiunto agli occhi dei compagni cileni. C’è qualcosa nell’ambiente che lo inquieta. Non si parla d’altro che dello scontro decisivo con i momios e con i militari golpisti, ma non si vede, e nessuno lo capisce, su quale terreno si verificherà questo scontro. È in atto una guerra civile strisciante, ma gli attentati, le bombe, le perquisizioni armate nelle fabbriche, gli scioperi bianchi, sono tutta opera della destra, dei militari, dei gruppi paramilitari come “Patria y Libertad”, dei parlamentari sediziosi. Nelle strade del centro si registrano disordini ogni giorno, la polizia reprime indiscriminatamente. Il 4 settembre si svolge la più grande manifestazione che Roberto abbia mai visto: due milioni di persone sfilano lungo l’Alameda, la grande arteria che attraversa Santiago in tutta la sua lunghezza, per celebrare il terzo anniversario della vittoria elettorale di Allende. Quel giorno l’euforia delle famiglie arrivate dalle poblaciones riporta nell’ambiente l’ottimismo dei primi mesi del governo popolare. Roberto si mescola alla gente, è anche lui entusiasta, ma il suo sguardo stupefatto e in qualche modo straniero non riesce a cogliere il moto vero dell’entusiasmo. Gli viene in mente il Salvador, l’Apocalisse centroamericana. Anche qui avverte la presenza di quella attesa del giorno decisivo. In realtà la gente non ne può più e quando il grande corteo si scioglie e si torna a casa è molto forte la sensazione di stanchezza generale.
 
Un giorno il coordinatore del comitato di quartiere consegna a Roberto un foglio di istruzioni per situazioni di emergenza, con diverse parole d’ordine segrete e una mappa dettagliata del quartiere. San Miguel, nel sud della capitale, è zona tradizionalmente rossa, abitata da operai e piccolo-borghesi in maggioranza comunisti e socialisti da diverse generazioni. Sulla mappa consegnata a Roberto compaiono alcuni punti segnati in corrispondenza con le poche case appartenenti a gente di destra, qualche commerciante o proprietario di edifici della zona. Con il trascorrere dei giorni la situazione peggiora. I minatori del rame del nord del paese sono in sciopero e chiedono aumenti salariali; il governo, proprietario delle miniere, risponde schierando la polizia intorno ai centri di lavoro. Il MIR si appella ai militari antifascisti incitandoli alla ribellione. Allende non ha più il controllo politico della sinistra, nemmeno quello del suo partito. La democrazia cristiana si sta schierando apertamente con il blocco che chiede le dimissioni del presidente. Roberto esce di casa ogni giorno per incontrare persone a cui chiede chiarimenti su tante cose che ancora non capisce. Alcune sere rimane a casa a leggere fino a tardi, ha comprato libri della editoriale statale Quimantú, che pubblica in volumi economici romanzi cileni e latinoamericani. Conferma sempre di più la propria opinione rispetto alla mediocrità degli scrittori “progressisti” latinoamericani, ne salva pochi, Cortázar, Borges, Arlt, Rulfo, Quiroga. Altre sere va in giro nelle peñas, dove si beve, si suona e si canta musica folklorica, ma lui è già da molto che preferisce il rock. Stringe alcune amicizie con immigrati argentini, ovvero di quel paese dove persino gli scrittori che scrivono male sanno scrivere.
 
La società cilena è spaccata in due e questa divisione si riproduce nello spazio urbano. I quartieri alti, da Plaza Italia in su, sono territorio vietato, invisibile, persino misterioso. Roberto si azzarda ogni tanto a oltrepassare il confine e gira in bicicletta fra le avenidas e piazze della bella gente, tutto pulito, verde, grandi ville stile francese, alti palazzi di vetro e cemento, fiammanti Fiat 125, supermercati senza code, ragazze bionde sedute nei café di Providencia e Las Condes, l’imponente mole della Scuola Militare. Un altro mondo. Non è difficile immaginare lo schieramento delle forze in un’eventuale guerra civile. Il presidente Allende sfreccia ogni mattina con la numerosa scorta di auto blu attraversando il barrio alto per andare a La Moneda, in pieno centro. Se si fermasse ai semafori dovrebbe affrontare i gestacci ostili degli automobilisti del quartiere. Le maestose vette andine ancora coperte di neve sembrano spettatori silenziosi e gravi dell’approssimarsi di un dramma annunciato. I cileni parlano della morte fingendo di parlare d’altro.
 
La mattina di martedì 11 settembre Roberto viene svegliato dal padrone di casa, che trema incapace di parlare coerentemente. Ma si capisce cosa sta tentando di dire: è iniziato il golpe. Roberto chiede subito dove si trovano le armi nel quartiere, dov’è che bisogna andare a combattere. L’amico risponde che bisogna invece chiudersi in casa, cosa direbbe a sua madre se gli succedesse qualcosa? Ma lui prende il telefono e riesce a parlare con chi gli fornisce l’indirizzo giusto. Le strade sono vuote, quasi tutti gli abitanti del quartiere sono già in fabbrica e negli uffici. Le poche donne e bambini rimasti sembrano svaniti nel nulla. La bici corre veloce nel silenzio di questa mattina grigia e fredda. La porta della casa gli viene aperta e si trova insieme a una ventina di giovani dall’aria smarrita. Due giorni prima, domenica, erano tutti al Palasport a sentire e applaudire il discorso incendiario del segretario socialista Carlos Altamirano, che prometteva di trasformare il Cile in un “Vietnam eroico” se i militari avessero osato insorgere contro il popolo. Adesso c’è da aspettare, però. In questa casa non si vede in giro neanche una pistola giocattolo.
 
Si aspetta tutto il giorno. Si sentono le notizie alla radio, ormai controllata dai generali. Stanno bombardando La Moneda, si ascolta un discorso di Allende grazie al fatto che Radio Corporación non è stata ancora presa dai golpisti. Il presidente si appella alla saggezza del popolo, rimanere nelle case e nelle fabbriche, non provocare, non andare al sacrificio, la storia ci vendicherà. Nella stanza dei ragazzi che aspettano a San Miguel, oltre il fumo si respira col passare delle ore un’atmosfera di crescente irrealtà. La radio e quella brutta faccia che appare sullo schermo televisivo annunciano il coprifuoco per le sei di sera. Alle quattro si fa vedere un compagno comunista del coordinamento locale e distribuisce i compiti. A Roberto tocca uscire a vigilare la casa di un momio del quartiere, uno di quelli segnati sulla piantina. Si siede sul marciapiedi di fronte e quasi subito si rende conto del ridicolo della situazione. Che ci fa qui a controllare i movimenti di una famiglia che sicuramente in questo momento sta stappando bottiglie di spumante e scambiando telefonate gioiose con gli amici? Gli si avvicina in strada un ragazzino quindicenne che gli domanda dove si organizza la resistenza nel quartiere, vuole fare il volontario. Roberto risponde che anche lui vuole fare il volontario ma non sa dove andare. Sta per scattare il coprifuoco. Torna nella casa, dove trova solo la famiglia del proprietario, un operaio comunista che sembra terribilmente spaventato, molto più di sua moglie, che invece appare arrabbiata. La novità è che si è insediata una Giunta Militare presieduta dal generale Pinochet, fino a quella mattina l’uomo di fiducia di Allende nell’esercito. Il presidente è morto tra le fiamme del palazzo presidenziale. La situazione si fa ancora più irreale. Roberto non ce la fa a tornare a casa sua e la moglie dell’operaio comunista gli offre ospitalità per quella notte. Mentre si cena Roberto ascolta la predica del padrone di casa. Bisogna aspettare cosa dice il Partito, e capire ciò che farà questa Giunta, non è detto che sciolgano il parlamento.
 
Si può circolare dalle 10 alle 18, dice la radio al mattino presto del giorno dopo. Le persone che non hanno niente da temere possono restare tranquille in casa, mentre si fa pulizia di marxisti e sovversivi, più della metà del paese fino all’altro ieri. Roberto si avventura in centro da solo e ormai dispera di trovare una colonna di resistenti. Si dice che siano in corso combattimenti in una o due poblaciones, in periferie alle quali è impossibile accedere; si dice che il generale Prats avanza verso Santiago in testa alle truppe fedeli ad Allende; si dice che il fiume Mapocho trasporta cadaveri; si dice che le ambasciate dei paesi europei si stanno riempiendo di dirigenti politici che chiedono rifugio e protezione; si dice che i capi dei partiti sono nascosti. Roberto risale l’Alameda e si guarda intorno, è sopraffatto da pensieri un po’fuori luogo, tutto quanto gli fa venire in mente un film dei fratelli Marx, altro che marxisti e sovversivi, nessuno comunica con nessuno, ordini e contrordini insensati, il lato comico lo difende dalla disperazione. Durante tutto il giorno si sentono spari, esplosioni e elicotteri in volo. Girare da solo per le strade comincia a diventare più che rischioso. La cosa davvero straordinaria di tutto ciò che sta accadendo è la trasformazione brutale in poche ore di tutta la scena pubblica. Come se di colpo nel corso di una rappresentazione teatrale fossero cadute le maschere, cambiata la disposizione degli attori, cambiata la musica e i dialoghi e senza un intervallo fosse cominciata una storia completamente diversa, in un altro tempo, in un altro luogo, con personaggi mai visti prima. In poche ore la vita di milioni di persone si è radicalmente trasformata, prendendo una piega assurda. Come se il creatore avesse mosso un dito in un gesto imperioso e la materia nuova occupasse il tempo e lo spazio senza lasciare traccia di ciò che fino a poco prima era ben visibile. Qualsiasi attività, iniziativa, movimento, desiderio assolutamente normale fino a lunedì sera, ora sembra inconcepibile. Questo pensa Roberto, non senza una grande meraviglia, mentre riprende stancamente la strada del ritorno.
 
A casa, il suo amico poeta lo vede rientrare con sollievo. Roberto è esausto e deve prendere decisioni rapide. Ma non le prende subito, e giovedì 13 è ancora a Santiago, testimone di questa incredibile trasformazione del paesaggio intorno a sé. Si dice che i pochi focolai di resistenza si stiano spegnendo, che la favola del generale Prats è una bufala, che gli stadi si riempiono di prigionieri, che migliaia di persone in tutto il paese vengono uccise, che le ambasciate continuano ad affollarsi. Gli angoli delle strade del centro sono presidiati da uomini in divisa e carri armati. I capi politici e le masse che ogni giorno dimostravano nelle piazze sono scomparsi dalla scena. Roberto si affaccia in Plaza Constitución e vede La Moneda distrutta. Da quando l’ha visto per la prima volta un mese fa l’ha trovato brutto quel palazzaccio, costruito da un architetto italiano dell’Ottocento, tale Toesca. Adesso è ridotto a una rovina destinata a simboleggiare l’eroismo e la crudeltà.
 
Passano i giorni e le scarse notizie che circolano finiscono per spegnere ogni speranza. Roberto non riesce a ristabilire i contatti, il suo ospite è sempre meno contento di avere in casa uno come lui. Allora decide di concedersi una tregua, andrà a Mulchén, nel sud, a casa degli zii, vicino al paese dove è cresciuto, un posto isolato e forse tranquillo in questo momento. Ci arriva dopo una fortunosa giornata di viaggio, evitando gli innumerevoli controlli stradali. Santiago è rimasta indietro, come un mostro fumante e insanguinato, ma i suoi parenti gli raccontano le atrocità che si stanno verificando nelle campagne. La riforma agraria si paga con migliaia di morti, contadini scomparsi, razzie negli angoli più sperduti. Nessuno si sente al sicuro, ma gli zii accolgono Roberto con affetto e provvedono a rimetterlo in sesto. Dovrebbe cominciare l’ora delle grandi riflessioni, ma non ne ha la forza, ha vissuto due mesi che equivalgono a una vita, si riposa, dorme. Pensa al concetto di eroismo, ma sono pensieri indolenti. Lascia passare tre settimane che sembrano un anno, poi decide di andare a vedere cosa sta succedendo a Concepción, la seconda città del paese, distante non più di cinquanta chilometri.
 
L’autobus procede lentamente lungo la strada provinciale attraversando un paesaggio idilliaco di colline verdi e boschi di araucarie. Dopo una curva, li aspetta un blocco militare. Un tenente con faccia da figlio di puttana lo segnala con un dito, proprio lui, e lo costringe a scendere. Documenti, rispondi alle domande. Questo è un terrorista straniero, capitano. Da dove vieni, dall’Argentina, dall’Uruguay, comunista di merda? Inutili le spiegazioni, troppo complicate davvero. Calci in culo, spintoni verso il cellulare. Roberto ci arriva, a Concepción, ma la destinazione è la caserma di via Temple, dove in una specie di palestra si pigiano un centinaio di prigionieri, che nonostante tutto cercano di organizzarsi le giornate con una parvenza di normalità. Si ride e si scherza, si piange, si raccontano mille peripezie. Un prigioniero gli racconta che un mattino hanno visto un aereo militare che disegnava nel cielo strane poesie in latino, si dice che sia un torturatore pazzo della Forza Aerea. Da altri fabbricati della caserma giungono urla e suoni musicali che si coprono a vicenda. Roberto fa rapidamente amicizia con due o tre ragazzi della sua età. Al mattino si va in bagno in gruppi di dieci sotto stretta sorveglianza, e lui rifiuta di guardarsi allo specchio. Tramite un ragazzo che fa lo sguattero in cucina riesce a mandare un messaggio agli zii.
 
Trascorsi otto giorni di vita piuttosto noiosa, appena sfiorata dall’ansia di non sapere come andrà a finire, succede qualcosa che molti oggi saranno tentati di interpretare alla luce del realismo magico e dei luoghi comuni sudamericani, ma che in realtà non è altro che un episodio, uno dei tanti che non rientrano nelle visioni semplicistiche della vita, che aprono con discrezione le porte e cambiano i destini. Roberto ha appena finito di mangiare, seduto per terra, l’oscura minestra di verdura del rancio di mezzogiorno, quando vede avvicinarsi un individuo che ha le stigmate inconfondibili del poliziotto in abiti civili, un detective, come vengono chiamati in Cile, il quale gli posa sorridendo una mano sulla spalla e gli chiede se per caso non sia el flaco Bolaño, lui ne è sicuro, sicuro che sia proprio Bolaño, e gli chiede se non si ricorda… Arancibia… il suo compagno di scuola alle medie. Roberto lo fissa dal basso in alto in silenzio. L’altro insiste e comincia a fargli domande sul perché si trova lì. Poi sparisce per tornare con un altro detective, un altro compagno di scuola, certo. Parlano concitatamente fra di loro e poi se ne vanno. Il mattino seguente, dopo essere stato nei bagni, dove questa volta si guarda allo specchio ma non si riconosce, Roberto viene chiamato dalla guardia di custodia. Lo portano in una stanza dove Arancibia gli annuncia che è riuscito a convincere il comandante dell’ assoluta innocenza dell’amico, il flaco Bolaño.
 
Quando, verso mezzogiorno, Roberto torna alla luce del sole e si ritrova a camminare per le strade di Concepción, la decisione l’ha già presa. Tornerà in Messico, dove gli sono successe nel passato tante cose, perfino più di quante gliene siano successe adesso in questo suo paese. Il Messico, dove la gente parla della morte con naturalezza, come in una danza notturna senza principio né fine, e dove lo vedranno ricomparire come un fantasma australe che nessuno si aspettava di incrociare mai più. La delusione, la sconfitta, l’impotenza, non sono comprensibili ora. Sono prigioniere dentro di lui, insieme a tutto ciò che ha visto e sentito nelle ultime settimane. Per adesso questo viaggio è finito.
 
Post Scriptum.
 
Dopo l’esperienza cilena del 1973, Roberto Bolaño torna a Città del Messico, da dove, alcuni anni più tardi, si trasferisce definitivamente in Spagna. Negli anni Novanta comincia a pubblicare romanzi e racconti che lo rivelano come uno degli scrittori più originali del fine secolo in lingua spagnola. Dopo la fine della dittatura torna due volte nel suo paese di origine, dove ormai è considerato un maestro delle nuove generazioni, candidato al Premio Nazionale di Letteratura. A Caracas, nella cerimonia di consegna del premio Rómulo Gallegos, il più importante riconoscimento letterario dell’America latina, Roberto Bolaño dice:
«In qualche misura tutto ciò che ho scritto è una lettera d’amore e un saluto alla mia generazione, a quelli che hanno scelto la militanza e la lotta e che hanno dato quel poco che avevano, e quel molto che avevano, la giovinezza, a una causa che per noi era la più generosa delle cause del mondo, e che in un certo modo lo era, ma in realtà non lo era […] Ma siamo stati stupidi e generosi, come sono i giovani che danno tutto a cambio di niente, e adesso di questi giovani non rimane nulla, quelli che non sono morti in Bolivia morirono in Argentina o in Perú, e i sopravissuti sono andati a morire in Cile o in Messico, oppure dopo in Nicaragua, Colombia o El Salvador. L’intera America latina è seminata con le ossa di questi giovani dimenticati.»
[Roberto Bolaño , Discorso di Caracas link interno]
All’alba del 15 luglio 2003, Roberto Bolaño muore, a cinquant’anni, in un ospedale di Barcellona, in attesa di un trapianto di fegato.

I testi di Jaime Riera Rehren sull'Archivio Bolaño:

 •  In memoria di Roberto link internoracconto dedicato a Roberto Bolaño
 •  La caccia ai testi inediti di Roberto Bolaño - i link interno ( Tra parentesi )
 •  La caccia ai testi inediti di Roberto Bolaño - iilink interno ( Amuleto )
 •  discorso di Vienna di Roberto Bolaño (traduzione)
 •  I detective selvaggi (recensione)
 •  2666 - vol 1 (recensione 2007)
 •  intervista a Roberto Bolaño giugno 2003
 •  la forza delicata di Bolaño (recensione 2007)
 •  poesie tratte da "los perros romanticos link interno
 • I cani romantici  • autoritratto a ..  • risurrezione  • nella sala..  • Soni  • insanguinato..  • la visita ...  • Il verme


NOTE

E' la prima strofa della poesia di Cesar Vallejo (che ispirò il romanzo Monsieur Pain):
 
Calor, cansado voy con mi oro...
 
Calor, cansado voy con mi oro, a donde
acaba mi enemigo de quererme.
¡C'est Septembre attiédi, por ti, Febrero!
Es como si me hubieran puesto aretes.
 
París, y 4, y 5, y la ansiedad
colgada, en el calor, de mi hecho muerto.
¡c'est Paris, reine du monde!
Es como si se hubieran orinado.
 
Hojas amargas de mensual tamaño
y hojas del Luxemburgo polvorosas.
iC'est l'été, por ti, invierno de alta pleura!
Es como si se hubieran dado vuelta.
 
Calor, París, Otoño, ¡cuánto estío
en medio del calor y de la urbe!
¡C'est la vie, mort de la Mort!
Es como si contaran mis pisadas.
 
¡Es como si me hubieran puesto aretes!
¡Es como si se hubieran orinado!
¡Es como si te hubieras dado vuelta!
¡Es como si contaran mis pisadas! torna su
 



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