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Giorgio Manganelli
citazioni
Susanna Vancini
• Encomio del Tiranno • Centuria • Pinocchio: un libro parallelo • dall'inferno
Giorgio Manganelli • Encomio del Tiranno • Centuria • Pinocchio: un libro parallelo • dall'inferno
Giorgio ManganelliSESSANTATRE'
Un illustre fabbricante di campane, dalla lunga barba e assolutamente ateo, ricevette un giorno la visita di due clienti. Erano vestiti di nero, molto seri, e avevano un rigonfiamento sulle spalle, per cui l'ateo pensò che lì potevano esserci le ali, come si dice che usino gli angeli; ma non vi fece caso, perché non era conciliabile con le sue convinzioni. I due signori gli commissionarono una campana di grandi dimensioni – il maestro non ne aveva mai fatte di simili – e di una lega metallica che non aveva mai usato; i due signori spiegarono che la campana avrebbe prodotto un suono particolare, assolutamente diverso da quello di qualsiasi altra campana. Al momento di congedarsi, i due signori spiegarono, non senza un punto di imbarazzo, che la campana doveva servire per il Giudizio Universale, che era ormai imminente. Il maestro delle campane rise amichevolmente, e disse che non ci sarebbe mai stato Giudizio Universale, e comunque avrebbe fatto la campana nel modo indicato e nel tempo stabilito. I due signori passavano ogni due o tre settimane a vedere come procedevano i lavori; erano due signori malinconici e, sebbene ammirassero il lavoro del maestro, sembravano segretamente scontenti. Poi, per qualche tempo, non si fecero vedere. Intanto, il maestro portò a termine la più grande campana della sua vita, e si accorse di essere orgoglioso, e nel segreto dei sogni gli parve di desiderare che una campana così bella, unica al mondo, fosse usata in occasione del Giudizio Universale. Quando la campana era già finita e montata su un gran trespolo di legno, i due signori ricomparvero; guardarono la campana con ammirazione, e insieme con profonda malinconia. Sospirarono. Finalmente, quello dei due che sembrava più autorevole, si rivolse al maestro e gli disse a bassa voce, quasi con vergogna: “Aveva ragione lei, caro maestro; non ci sarà, né ora né mai, nessun Giudizio Universale. E' stato un terribile errore”. Il maestro guardò i due signori, anch'egli con una certa malinconia, ma benevola e felice. “Troppo tardi, miei signori”, disse, con voce sommessa e ferma; e diede mano alla corda, e la grande campana ondeggiò e suonò, suonò forte e alta e, come doveva essere, i Cieli si aprirono.• Encomio del Tiranno • Centuria • Pinocchio: un libro parallelo • dall'inferno
Giorgio Manganelli• Encomio del Tiranno • Centuria • Pinocchio: un libro parallelo • dall'inferno
“Signori, oso affermare che, contrariamente a quel che affermano taluni dotti colleghi, il problema se il concetto di inferno sia compatibile con il concetto di confine, questo problema è fondamentale per la coerenza del nostro discorso. Credo che lor signori saranno d'accordo che il vero problema dell'inferno è la coerenza. Gli altri sono problemi derivati o solo secondari. Se concepiamo l'inferno, ecco, come un luogo definito, una nazione, uno Stato, allora saremo costretti a supporre che l'inferno sia qui o là, insomma in un luogo preciso; per cui sia possibile essere solo totalmente dentro o totalmente fuori l'inferno. Di più ci sarà un punto, sottile ma indubitabile, in cui si è parte fuori parte dentro l'inferno. Se l'inferno è un luogo, dobbiamo ammettere non solo che abbia confini, ma che sia possibile varcarli. Ora, uno dei presupposti, pacifici, in cui tutti i geoteologi convengono, è che l'inferno sia in qualche modo – ma sul modo si dissente – discontinuo a qualsivoglia altro luogo. Ma se è discontinuo come sarà possibile penetrare da altro luogo, quale che sai, nell'inferno? D'altronde, se l'inferno ha un confine, questo non può non avere due obiettivi: da un lato, deve definire la propria discontinuità; dall'altro, indicare i modi della propria accessibilità. Un confine è di fatti una linea che differenzia, ma anche una linea che indica il punto del passaggio da luogo a luogo. Supponiamo, comunque, per didattica chiarezza, che esista un così fatto confine, onde dedurremo che l'inferno è un luogo distinto e non confondibile con altri luoghi, che l'inferno è in un certo luogo e nessun altro, e infine che tutti i luoghi che non sono all'interno di quel confine sono totalmente estranei, diversi, imparagonabili; sono luoghi che non sono sotto nessun punto di vista inferno. Ma v'è di più. Se ipotizziamo che l'inferno abbia un confine per cui si differenzia dagli altrove, viene di necessità che chi voglia, per studi, per turismo, per vocazione, penetrare nell'inferno, dovrà lasciarsi alle spalle tutti gli altri luoghi, e farsi abitante di un luogo che è inferno, tutto e solo inferno. Ora, non è chi non veda,” e qui l'anfesibena ha un dotto sogghigno, giacché lui ben vede chi non vede “che se qualcuno non ha nozione alcuna dell'inferno sotto nessun profilo, se mai ha gustato il suo acre e sapido gusto, mai goduto i suoi fondi aromi, difficilmente, per non dire mai affatto, si sentirà indotto a sperimentare il luogo detto inferno. Non esito ad affermare, che se l'inferno è luogo discreto, discontinuo, dotato di limiti certi e nitidi, non vi sarà ragionevole motivo per cui si possa penetrare entro i suoi limiti. Ma supponiamo, per mera foia argomentativa, che taluno, informato dei singolari pregi, degli eletti paesaggi, della diversificata cucina degli inferi, si decida a varcare tal confine. Ecco una prima difficoltà logistica. Se l'inferno ha confini, per la sua natura dovrà essere del tutto discontinuo: questo s'è già detto. Ma in tal caso è lecito chiedersi dove e come il turista, il geoteografo riuscirà a trovare un punto d'accesso; a mio avviso, dai precedenti ragionamenti risulta inevitabile concludere che l'inferno risulterà introvabile. Esso sarà sempre in un altro posto, dove che sia il punto in cui lo si cerca. Tanto non può non derivare dalla sua qualifica di luogo discontinuo. Ma tralasciamo le ferree argomentazioni della logica: ammettiamo che esista un procedimento, che io giudico impossibile, per cui sia consentito a taluno la discoperta del vero inferno. Ne verrà che non solo sarà possibile entrare, ma anche uscire, giacché il confine è per sua natura ancipite. Ora, entrare nell'inferno è impossibile, ma uscirne è insensato; se chi ha sperimentato l'inferno potesse poi tornare nei luoghi diversi si creerebbe una duplice discontinuità, giacché un essere che ha abitato questo luogo può tornare nei luoghi che ad esso sono estranei. Ma non abbiamo mai insistito sulla discontinuità infernale? Discontinuità che non può non comunicarsi, per la sua qualità peculiare, a chiunque si intrattenga nell'inferno. Si aggiunga quel che appena mette conto di sottolineare: che il concetto di tempo infernale è imparagonabile a qualsivoglia altro analogo concetto, e dunque chiunque soggiorni nell'inferno non solo sperimenta un luogo affatto diverso, ma un tempo affatto deforme e, vi prego di tener presente, non traducibile in termini del tempo in qualsivoglia altro luogo, spazio o punto. Ora, noi possiamo transitare da luogo a luogo solo se vi sia omogeneità del tempo, ma se non vi è nulla del genere, se questa insuperabile diversità si assomma alle diversità specifiche di questo luogo unico, non sarà possibile transitare in senso inverso, e dunque il concetto di confine sarà in tal caso insensato e penosamente inadeguato; un vero imbroglio nominalistico.”
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