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Giorgio Manganelli

citazioni

Susanna Vancini

 •  Encomio del Tiranno  •  Centuria  •  Pinocchio: un libro parallelo  •  dall'inferno


 
Giorgio Manganelli
Encomio del Tiranno,
Adelphi, 1990

 

 

 
Va da sé che non tutte le storie si possono raccontare in qualsiasi luogo. Eravamo per strada, non so dove, in una di quelle frettolose e macchinose città che si progettano nei sogni, una metropoli sommaria. Ma ora, se vuoi da me un'altra storia che ora ho in mente, voglio vederti nella oratoria poltrona di una sala direzionale, e vorrei esaminare le tue rughe, inutilmente pazienti, inesatte, disegnate da quello stesso progettatore più accanito che sensato da cui tu derivi, con la tua ignota magnificenza e la tua meschina efficienza. Mi domando come sia il mondo interiore del tiranno intento ad ascoltare storie. Non può essere una creatura infantile, devoto al meraviglioso come una fiaba. Non solo è esperto del male ma, in un modo raffinato e insieme distratto, è il male. Il male ascolta il male verosimilmente con compunzione, ma anche con la naturale, aristotelica simpatia – la mimesi – con cui noi riconosciamo l'anima parente, amica, consanguinea. Seguimi. Esistono poche persone per le quali una storia di crimini efferati sia un caso di piatto, autobiografico realismo. Per te, propriamente, sebbene tu non lo sappia, qualunque efferatezza è autobiografica. I romanzi sadici, un genere non privo di grazia, per te sono la monotonia più accanita. Sono intollerabili. E' possibile che un romanzo a lieto fine, con un matrimonio umile tra cuori candidi, ti incuriosirebbe come una stravaganza, e forse la storia di un trovatello che diventa archimandrita dei trappisti sarebbe densa di implicazioni erotiche semplicemente sfrenate. Ma so anche che tu non hai una coscienza. Tu uccidi, ma sei del tutto disinformato su quel che sia un omicidio. La parola assassinio ti fa corrugare la fronte, come una inverosimile invenzione linguistica. Ami stuprare, ma la parola, bisogna convenire, si pronuncia assai male. Il linguaggio dell'erotismo ti stupisce per le trovate che trovi inutilmente ingegnose. Per qualche verso, hai delle qualità infantili che non possono non sedurre. Come i fanciulli da latte, sei un perverso che ignora la sottile nequizia di cui è il gestore. Poi non so se la tua nequizia sia sottile. Diciamo che è pertinente alla tua qualità morale. Ma mi ponevo il problema del tuo ascolto di una storia. Paziente? Curioso? Distratto? Iracondo? Partecipe? Sì, credo che tu sia partecipe, perché sei polimorfo, ami essere le altre cose, le cose che professionalmente non sei. Ammettiamolo, il tuo ruolo è angusto. Pertanto, non mi stupirei che tu ti dilettassi in modo esplicito a riconoscerti in una orfanella, in un monaco di rare e noiose virtù, in un militare prode e generoso, anche in un carcerato sottoposto a inique e intollerabili torture. Credo che sarebbe per te specialmente eccitante, coinvolgente, essere assunto nel corpo di un torturato, appunto perché tu sei un torturatore. Essendo empio, non studiosamente, ma in modo che direi manesco, ameresti le vite di santi, e forse ti faresti ripetutamente raccontare la vita e i miracoli di qualche eremita della Tebaide. Poiché uccidi i padri, ti incuriosiscono le storie di orfani. Non sei un ironico. Inclini al divertimento schietto, naturale, teatrale, ingenuo. Il tuo gusto è rozzo, ma ti affidi con il tuo consueto intuito ad un buffone che ha del callido. Delle poesie ami solo il ritmo, perché ti ricorda il battere inesatto del cuore delle tue vittime. Ma io credo che le storie ti piacciano. E non credere che non sappia inventare storie. Ad esempio, ne sto pensando una, una storia dico, che penso ti incuriosirà. Ma ti prego, non dirmi poi “scrivila”. E' non scrivendola che la scrivo. Diciamo che la scrivo in aria, con il dito veloce e con una calligrafia forse approssimativa, ma ben riconoscibile. Vorrei anche pregarti di non interrompermi. Non solo ora, ma mai. Ma dopo tutto perché non dovresti interrompermi? Non ho detto che sei un ascoltatore ingenuo? E non è l'interruzione segno di interesse? Ma soprattutto perché non dovrei ammettere che nella storia, così come la concepisco, le tue interruzioni sarebbero delle figure retoriche specificatamente coinvolte? Intendo dire, che le tue interruzioni farebbero di te un personaggio della storia così come la concepisco. Ma vuoi esserlo? Ma che storia nascerebbe dalle tue interruzioni? Non posso negarlo, debbo supporre che qui si nasconda una ipotesi di storia. Potrei provare.
[pagg. 65 – 67]
 

 •  Encomio del Tiranno  •  Centuria  •  Pinocchio: un libro parallelo  •  dall'inferno


 

 
Giorgio Manganelli
Centuria,
Adelphi, 1995

 

 

 

SESSANTATRE'

Un illustre fabbricante di campane, dalla lunga barba e assolutamente ateo, ricevette un giorno la visita di due clienti. Erano vestiti di nero, molto seri, e avevano un rigonfiamento sulle spalle, per cui l'ateo pensò che lì potevano esserci le ali, come si dice che usino gli angeli; ma non vi fece caso, perché non era conciliabile con le sue convinzioni. I due signori gli commissionarono una campana di grandi dimensioni – il maestro non ne aveva mai fatte di simili – e di una lega metallica che non aveva mai usato; i due signori spiegarono che la campana avrebbe prodotto un suono particolare, assolutamente diverso da quello di qualsiasi altra campana. Al momento di congedarsi, i due signori spiegarono, non senza un punto di imbarazzo, che la campana doveva servire per il Giudizio Universale, che era ormai imminente. Il maestro delle campane rise amichevolmente, e disse che non ci sarebbe mai stato Giudizio Universale, e comunque avrebbe fatto la campana nel modo indicato e nel tempo stabilito. I due signori passavano ogni due o tre settimane a vedere come procedevano i lavori; erano due signori malinconici e, sebbene ammirassero il lavoro del maestro, sembravano segretamente scontenti. Poi, per qualche tempo, non si fecero vedere. Intanto, il maestro portò a termine la più grande campana della sua vita, e si accorse di essere orgoglioso, e nel segreto dei sogni gli parve di desiderare che una campana così bella, unica al mondo, fosse usata in occasione del Giudizio Universale. Quando la campana era già finita e montata su un gran trespolo di legno, i due signori ricomparvero; guardarono la campana con ammirazione, e insieme con profonda malinconia. Sospirarono. Finalmente, quello dei due che sembrava più autorevole, si rivolse al maestro e gli disse a bassa voce, quasi con vergogna: “Aveva ragione lei, caro maestro; non ci sarà, né ora né mai, nessun Giudizio Universale. E' stato un terribile errore”. Il maestro guardò i due signori, anch'egli con una certa malinconia, ma benevola e felice. “Troppo tardi, miei signori”, disse, con voce sommessa e ferma; e diede mano alla corda, e la grande campana ondeggiò e suonò, suonò forte e alta e, come doveva essere, i Cieli si aprirono.
[pagg. 141-142]
 

 •  Encomio del Tiranno  •  Centuria  •  Pinocchio: un libro parallelo  •  dall'inferno


 

 
Giorgio Manganelli
Pinocchio: un libro parallelo,
Adelphi, 2002

 

 

 
Il Gatto e la Volpe, presi in coppia, hanno un destino singolare: essi sono i Criminali Sventurati, figure poeticamente di grande prestigio. Non possono, come sembrerebbe ovvio, derubare Pinocchio in modo semplice e funzionale; un destino severo li costringe ad architettare frodi agguati inseguimenti, e soprattutto ad avvisare la vittima con una serie di patenti menzogne, di contraddizioni, di lapsus; insomma essi possono derubare solo chi è fermamente deciso a farsi derubare. In definitiva, appartengono al destino di Pinocchio, ma non viceversa. Malgrado le apparenze, Pinocchio li “adopera”. Questo elaborato stravolgimento del normale procedimento della truffa viene affidato alla gestione accorta e mitomane della Volpe. Poiché questa del Campo dei miracoli è l'ultima apparizione del Gatto e della Volpe prima delle ultime righe del racconto, vorrei esaminare più da presso la minuscola banda. La Volpe è eloquente, fantasiosa, svelta di riflessi mentali, gran mentitrice anche all'impronta: ha molto del letterato. Le sue menzogne non sono mai generiche: con la passione esclusiva del maniaco, ama il particolare, la minuzia, l'assurda cronachistica invenzione del vero; ma la Volpe è anche prigioniera di questa sua stupenda vocazione. Le sue menzogne trasformano le truffe e i raggiri in imprese elaborate, contraddittorie, faticose, frustranti; la truffa è per la Volpe una allucinazione, qualcosa da perseguire come una follia, un grande amore, un vizio eroico; questo freddo retore della menzogna è un passionale, un essere inseguito dal destino. Nel rapporto col Gatto, la Volpe è l'animale di mondo, il frodolento che non può non frodare anche se stesso; ma forse è succube del Gatto. Il Gatto è il centro del male, e se non fosse associato alla Volpe, sarebbe un ottimo gangster; ma anche i gangster hanno un destino. Questo animale malvagio e taciturno si è alleato con un grande oratore sfortunato. Il Gatto non sa parlare, ma al più fa da eco all'ultima parola dei mirabili discorsi volpeschi. Interrogato, si impaccia, e solo l'improntitudine favolosa della Volpe lo salva. Avido e calcolatore – la cena al Gambero Rosso – anima di killer – lo zampetto mozzato nella rissa – brutale – il Merlo bianco fulmineamente divorato – è l'anima omicida della banda, ma senza la Volpe è impotente e con la Volpe è perduto. La Volpe è il labirinto delle parole, ed è probabile che il Gatto non sappia resistere al fascino di quel rovinoso itinerario di fole. Il Gatto è di ferocia semplice, la Volpe di ironica efferatezza. L'iterazione “Impicchiamolo!” ai piedi della Quercia Grande è ovviamente del Gatto, e quel “ci farai la garbatezza di farti trovare bell'e morto e con la bocca spalancata”, attribuito ad entrambi, è certamente della Volpe.
[p. 106 – 107 ]
 

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“Signori, oso affermare che, contrariamente a quel che affermano taluni dotti colleghi, il problema se il concetto di inferno sia compatibile con il concetto di confine, questo problema è fondamentale per la coerenza del nostro discorso. Credo che lor signori saranno d'accordo che il vero problema dell'inferno è la coerenza. Gli altri sono problemi derivati o solo secondari. Se concepiamo l'inferno, ecco, come un luogo definito, una nazione, uno Stato, allora saremo costretti a supporre che l'inferno sia qui o là, insomma in un luogo preciso; per cui sia possibile essere solo totalmente dentro o totalmente fuori l'inferno. Di più ci sarà un punto, sottile ma indubitabile, in cui si è parte fuori parte dentro l'inferno. Se l'inferno è un luogo, dobbiamo ammettere non solo che abbia confini, ma che sia possibile varcarli. Ora, uno dei presupposti, pacifici, in cui tutti i geoteologi convengono, è che l'inferno sia in qualche modo – ma sul modo si dissente – discontinuo a qualsivoglia altro luogo. Ma se è discontinuo come sarà possibile penetrare da altro luogo, quale che sai, nell'inferno? D'altronde, se l'inferno ha un confine, questo non può non avere due obiettivi: da un lato, deve definire la propria discontinuità; dall'altro, indicare i modi della propria accessibilità. Un confine è di fatti una linea che differenzia, ma anche una linea che indica il punto del passaggio da luogo a luogo. Supponiamo, comunque, per didattica chiarezza, che esista un così fatto confine, onde dedurremo che l'inferno è un luogo distinto e non confondibile con altri luoghi, che l'inferno è in un certo luogo e nessun altro, e infine che tutti i luoghi che non sono all'interno di quel confine sono totalmente estranei, diversi, imparagonabili; sono luoghi che non sono sotto nessun punto di vista inferno. Ma v'è di più. Se ipotizziamo che l'inferno abbia un confine per cui si differenzia dagli altrove, viene di necessità che chi voglia, per studi, per turismo, per vocazione, penetrare nell'inferno, dovrà lasciarsi alle spalle tutti gli altri luoghi, e farsi abitante di un luogo che è inferno, tutto e solo inferno. Ora, non è chi non veda,” e qui l'anfesibena ha un dotto sogghigno, giacché lui ben vede chi non vede “che se qualcuno non ha nozione alcuna dell'inferno sotto nessun profilo, se mai ha gustato il suo acre e sapido gusto, mai goduto i suoi fondi aromi, difficilmente, per non dire mai affatto, si sentirà indotto a sperimentare il luogo detto inferno. Non esito ad affermare, che se l'inferno è luogo discreto, discontinuo, dotato di limiti certi e nitidi, non vi sarà ragionevole motivo per cui si possa penetrare entro i suoi limiti. Ma supponiamo, per mera foia argomentativa, che taluno, informato dei singolari pregi, degli eletti paesaggi, della diversificata cucina degli inferi, si decida a varcare tal confine. Ecco una prima difficoltà logistica. Se l'inferno ha confini, per la sua natura dovrà essere del tutto discontinuo: questo s'è già detto. Ma in tal caso è lecito chiedersi dove e come il turista, il geoteografo riuscirà a trovare un punto d'accesso; a mio avviso, dai precedenti ragionamenti risulta inevitabile concludere che l'inferno risulterà introvabile. Esso sarà sempre in un altro posto, dove che sia il punto in cui lo si cerca. Tanto non può non derivare dalla sua qualifica di luogo discontinuo. Ma tralasciamo le ferree argomentazioni della logica: ammettiamo che esista un procedimento, che io giudico impossibile, per cui sia consentito a taluno la discoperta del vero inferno. Ne verrà che non solo sarà possibile entrare, ma anche uscire, giacché il confine è per sua natura ancipite. Ora, entrare nell'inferno è impossibile, ma uscirne è insensato; se chi ha sperimentato l'inferno potesse poi tornare nei luoghi diversi si creerebbe una duplice discontinuità, giacché un essere che ha abitato questo luogo può tornare nei luoghi che ad esso sono estranei. Ma non abbiamo mai insistito sulla discontinuità infernale? Discontinuità che non può non comunicarsi, per la sua qualità peculiare, a chiunque si intrattenga nell'inferno. Si aggiunga quel che appena mette conto di sottolineare: che il concetto di tempo infernale è imparagonabile a qualsivoglia altro analogo concetto, e dunque chiunque soggiorni nell'inferno non solo sperimenta un luogo affatto diverso, ma un tempo affatto deforme e, vi prego di tener presente, non traducibile in termini del tempo in qualsivoglia altro luogo, spazio o punto. Ora, noi possiamo transitare da luogo a luogo solo se vi sia omogeneità del tempo, ma se non vi è nulla del genere, se questa insuperabile diversità si assomma alle diversità specifiche di questo luogo unico, non sarà possibile transitare in senso inverso, e dunque il concetto di confine sarà in tal caso insensato e penosamente inadeguato; un vero imbroglio nominalistico.”
 

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NOTE



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