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Filba 2008 - Omaggio a Bolaño - 1
' Verso Roberto Bolaño: lo scrittore insostenibile '
Buenos Aires 18 novembre 2008 - (Juan Villoro, Alan Pauls y Horacio Castellanos Moya)
© traduzione carmelo P.
Al festival internazionale di letteratura di Buenos Aires del 2008 gli scrittori Juan Villoro, Alan Pauls y Horacio Castellanos Moya parteciparono ad una tavola rotonda, moderata da Pedro Rey dal titolo:
Verso Roberto Bolaño: lo scrittore insostenibile
Pedro Rey:
Passioni e anche avversioni, è il tema di fondo di questa tavola rotonda, “Roberto Bolaño: Lo scrittore insostenibile“. E ciò si deve a qualcosa di molto curioso: Bolaño, come si nota nei suoi articoli giornalistici, nei suoi saggi, nelle poche conferenze che fece, era un individuo passionale, pieno di passioni, avversioni e anche contraddizioni. Ciò che colpisce, almeno me, è che ciò si ritrova anche nella sua letteratura, nelle sue finzioni. Ho la sensazione che tutto è un po’ permeato da queste passioni che a volte possono cambiare.
I tre scrittori che abbiamo la fortuna di incontrare oggi, in un modo o nell’altro condividono qualcosa con Bolaño, oltre ad averlo letto. Innanzitutto Bolaño ha scritto su loro tre meravigliosamente bene, testi molto buoni e veritieri. E allo stesso tempo tutti loro hanno scritto anche su Bolaño testi molto interessanti, e tutti in qualche modo lo hanno conosciuto.
Con Juan Villoro, – racconta Bolaño, e Juan lo racconta in un altro testo, anche se sono diverse le date indicate, che immagino avrai notato – si conobbero quando erano giovani, e Bolaño dice che lui aveva 17 anni, Juan che ne aveva 20. E si sono incontrati venti anni dopo a Barcellona, o eri ancora in Messico se non ricordo male? Horacio lo conobbe di persona, passò insieme a lui un giorno o un lungo pomeriggio – dopo lo racconterai – e Alan non lo conobbe di persona però scambiò mail e parlò al telefono con lui.
Ciò che vorrei chiedervi, quindi, visto che lo avete conosciuto, letto e avuto a che fare con lui e conoscete questa sorta di passioni e avversioni, è di tracciare un vostro profilo personale di Roberto Bolaño.
Juan Villoro:
Bene, con Roberto Bolaño è successo qualcosa di estremamente curioso, cioè abbiamo avuto l’opportunità di vedere come si costruisce un classico in tempo reale. Ciò che è successo negli ultimi tempi con la sua opera è stato come un “reality” della posterità, il consolidamento di una traettoria inarrestabile. Prima di iniziare questa tavola rotonda ci siamo detti tra noi di come si divertirebbe Bolaño nell’ascoltare le prediche in cui siamo ora impegnati, cercando di fare un giusto encomio della sua vita e della sua opera. Lui diceva che da morto gli sarebbe piaciuto iscriversi a un seminario con Pascal e discutere con lui. Non disse ciò che avremmo dovuto fare noi e sicuramente temeva che avremmo comunque sfiorato il ridicolo, cercando di stare all’altezza di ciò che lui ha lasciato.
A proposito di ciò ricordo spesso un aneddoto del padre di Leonard Bernstein – che era abbastanza crudele con lui e lo picchiava molto quando era bambino – che racconta che una volta gli chiesero: “Ma come è possibile che lei abbia maltrattato così suo figlio?” E il padre confessò: “Scusatemi ma io non sapevo che sarebbe diventato Leonard Bernstein”. Beh, con Roberto è successa la stessa cosa, fu un amico molto vicino, e non sapevamo che era Roberto Bolaño.
Sul lavoro diceva che gli costava aderire a una forma poetica che, in qualche modo, gli stava chiedendo di raccontare una storia, ma lui era un idolatra della poesia; dunque lui voleva scrivere poesie e le sue poesie stavano tendendo sin dal principio ad essere storie. E questa tensione che c’era, sin dalle origini della sua esperienza poetica, sarebbe riuscito poi a risolverla in modo brillante, convertendo le sue storie in messa in scena della ricerca poetica. Una ricerca poetica che non si spiega a partire dalla scrittura di un’opera, e nemmeno dalla scrittura di un’opera clandestina e segreta, ma dal vivere un’esperienza che giustifichi la poesia.
Horacio Castellanos Moya:
Forse sottolinerei un punto della mia impressione di Roberto Bolaño. La mia relazione con Roberto fu molto precisa, credo che cominciò grazie a Juan. Successivamente, abbiamo scambiato e-mail, cominciammo a scriverci, e scoprii che lui aveva una relazione particolare con El Salvador, perchè quando tornò in Cile per cercare di partecipare al governo di Allende, nel 73, e dopo lo catturarono, l’unico luogo che menziona dove soggiornò durante il viaggio, fu El Salvador, e fu ospitato in casa di un amico, Manuel Sort, amico mio, che era direttore di teatro ed aveva fatto parte degli infrarealisti in Messico, come Orlando Guillén e un gruppo di poeti maledetti.
Quando andai a Barcellona, lo andai a trovare e questa è tutta la mia esperienza con Roberto, e l’impressione che posso darti è quella di un tipo profondamente compulsivo, un tipo incontrollabile; e un tipo compulsivo, con una sensazione di stare al limite, molto vicino all’abisso, in termini tanto della letteratura come della vita. Si discuteva con lui e in tutti i temi era perentorio; era perentorio anche se lasciava aperta la discussione, e con un’enorme tristezza e con un senso della morte. Quando lo conobbi era il 2002, gli restava un anno, niente di più.
Da dove è venuto fuori Roberto Bolaño? Suo padre era camionista, sua madre una maestra elementare di un piccolo paese del sud del Cile. Poi, un’outsider tutto il tempo. Quando uno vede la spiegazione che lui fornì per la borsa di studio Guggenheim, rispondendo alla domanda di quali fossero le sue esperienze:” tutti i mestieri“. Come Tutti i mestieri? tutti gli scrittori sono mitomani però, dove è stato? Che fece in quei vent’anni a parte il camping? io non ho informazioni di quel periodo. E la sensazione è che caricava questa cosa contestataria, che abbiamo visto nell’epoca di massimo successo, una volta che si convertì nello scrittore che conosciamo, però che si opponeva al sistema. Non sto parlando di politica bensì di un’attitudine vitale e ribelle. Ed è di questo che stiamo parlando, questo tipo di indole di confronto/scontro, di non essere d’accordo con i valori stabiliti.
Alan Pauls:
Io ho un’esperienza di relazione abbastanza singolare con Bolaño, che non conobbi mai personalmente, con cui parlai solo una volta al telefono, una conversazione che lasciò molto a desiderare tecnicamente; c’erano molte interferenze sulla linea, e credo che ci fossero amici comuni a casa sua, da dove chiamava, che cercavano di impedirgli di conversare normalmente. Però credo che in questa unica conversazione, in quest’unica esperienza dal vivo che ebbi con lui, mi resi conto che fondamentalmente a Bolaño piaceva molto conversare. In quella breve conversazione telefonica che avemmo, mi resi conto, praticamente, che Bolaño non voleva chiudere. Non gli importava che la conversazione fosse un disastro, che ci fossero interferenze tecniche, che non si sentisse bene, non voleva chiudere. E mi pare che ciò, forse giustifichi quel repertorio così eclettico di amori e odii che aveva Bolaño; amori e odii, che, d’altra parte, lui non argomentava mai. Non era un ragionatore in tal senso, non era un critico in tal senso. Non sembrava avere, dietro questa galleria di amori e odi, principi estetici, o politici, o letterari, che permettessero per di più, di anticipare i prossimi odii e i prossimi amori. Mi pare che, invece, c’era, da un lato, una certa propensione un po’ belligerante – un po’ sopra le righe, si potrebbe dire -, secondo me molto salutare in un momento in cui la letteratura latinoamericana era abbastanza isolata in una specie di blando conforto. Mi pare che in questo senso portò una certa aggressività che credo mancasse alla letteratura latinoamericana.
E nello stesso tempo, mi ha sempre colpito che questo aspetto di Bolaño, questo aspetto da lottatore, bellicoso, provocatore, mi sembra che fosse in contraddizione con il tipo di letteratura che faceva, che è precisamente una letteratura estremamente inclusiva. Non credo che la letteratura di Bolaño sia una letteratura che espella qualcuno, neanche i suoi nemici. Anzi, mi da l’impressione che in tutto ciò che scrivesse, aveva la pretesa di annettersi qualsiasi cosa. Non solo generi, non solo tradizioni, non solo pubblico, ma perfino nemici. Allora, in ciò c’e’ qualcosa che mi è sempre sembrato significativo: qualcuno che scrive un’opera estremamente coloniale, imperiale, nel senso di un’opera che cerca sempre di conquistare territori sconosciuti, anche quando gli sono ostili; anzi, soprattutto quando gli sono ostili. È uno scrittore, una figura, una posizione nel dibattito della sfera pubblica che è quello del lottatore, dell’agitatore.
Juan Villoro:
Io credo che ogni scrittore interessante abbia bisogno di tensioni e, perfino, contraddizioni. In Roberto, per esempio, rispetto al Messico, c’era un’idolatria del ricordo. Lui non volle mai tornare in Messico, e ricostruì un Messico fantasmagorico, e diceva che se fosse tornato in Messico, sarebbe morto in Messico. Aveva questa fantasia di annichilazione sul Messico, e diceva che alla fin fine, quello era il paese di Pedro Páramo. Io credo che, in fondo, non volesse tornare perchè il Messico era un territorio letterario. L’ultima parola di finzione che scrisse in 2666, è la parola “Messico”, l’ultima parola che chiude il romanzo.
Questa propensione a dividere, incontrare amici o avversari e mantenere vivi i riflessi del polemista, credo che avesse a che fare un po’ con il voler recuperare l’energia dell’avanguardista che ormai non poteva avere una scena dove sviluppare la sua letteratura altra, la sua letteratura di rottura, perche’ nemmeno questo cercò di fare in Spagna. Da Blanes, il porto dove c’e’ la prima rocca della costa brava – a lui questa statistica piaceva molto – la prima rocca. Io credo che lui si sentisse come questa prima rocca, e non è casuale che le sue ceneri siano state disperse li, da suo figlio.
Pedro Rey:
C’e’ una frase che mi incanta e che vorrei ricordare, di un suo racconto, che è un racconto su uno scrittore che scopre di essere un pessimo scrittore. Questo scrittore che si rende conto di essere mediocre, decide avvicinarsi ad un altro, quasi per proteggerlo, uno che è un disastro, e lui dice che “i cattivi scrittori sono – o devono essere – gli scudieri dei buoni scrittori”, che si aggancia con questa idea di una sorta di comunità, come diceva Juan. Mi piace pensare che questo racconto, che si trova in Chiamate telefoniche, sia anteriore alla sua consacrazione. Tutti quei momenti in cui Bolaño deve aver sentito di non essere uno scrittore di valore, diciamo, no? Non so se qualcuno lo conobbe in quei momenti.
Juan Villoro:
Io credo che fosse assolutamente certo di essere una grande scrittore. Ovvero, non ho mai conosciuto nessuno con una determinazione più forte e una sicurezza più grande su quel che stesse facendo. In questo senso, anche lui aveva la certezza che cio’ che stava facendo era assolutamente qualcosa che gli sarebbe sopravvissuto. Ciò non vuol dire che lui si affannasse per essere uno scrittore di valore, o che cercasse facili riconoscimenti, ma bensì che, se il lettore, il mondo, gli editori, non fossero entrati in contatto con la sua opera, sarebbe stato tanto peggio per loro. Però lui era assolutamente convinto di questo, perfino nella sua tappa “pellerossa”, quando racconta che era come un cacciatore di taglie, quando cercava di vincere i premi letterari municipali in luoghi sperduti, e di riviste che non lo interessavano, premi che lo interessavano esclusivamente per i soldi, però lui era assolutamente convinto, che stava dando oro colato in cambio di quei pochi soldi che gli avrebbero elargito.
Quindi in questo senso, non gli interessava il fenomeno della fama, e anzi lottava contro di essa. Per questo, se alcuni dei suoi amici vicini avessero avuto in vita la fama che ha lui oggi, gli sarebbe sembrato spaventoso, perchè lui detestava questa idea di celebrità e di consenso, e lottava un po’ contro di essa. Il gran paradosso è che la vitalità di questa lotta, di questa tensione, ha permesso che lettori molto diversi si interessino alla sua letteratura.
Horacio Castellanos Moya:
Credo che questa cosa sia presente nel discorso di Caracas, quando riceve il premio Rómulo Gallegos, un’dea dello scrittore che letteralmente corre pericolo, non tanto per voler ammazzare il prossimo, bensì che corre pericolo in profondità e nel suo avvicinamento all’essere umano. 2666 fu la sua grande avventura a questo livello, fu mettersi profondamente in una realtà di crimini, in una realtà infernale, che da Blanes deve essere stata molto difficile scrivere.
Alan Pauls:
Non vedo Bolaño come un avanguardista; lo vedo meglio come un romantico e come un fanatico, in quanto effettivamente la vera pulsione che anima la letteratura di Bolaño è il fanatismo. In tal senso, io credo che sia come un pre-avanguardista. E di fatto, questa specie di figura di artista è quella che appare sempre nella sua letteratura; è una letteratura piena di poeti, piena di scrittori, piena di artisti che però praticamente non hanno opere, non sappiamo mai cosa si scrive, che cosa scrivono Belano e Lima ne I detective selvaggi. Mi pare che ciò che fa Bolaño sia quello di riappropriarsi molto intelligentemente di una tradizione che già esiste in termini estetici, non so se estinta però, che affronta un problema senza molte vie d’uscita, che è la tradizione dell’avanguardia; e ciò che riprende di questa tradizione è precisamente un repertorio di forme di esistenza, di modi di vita, che poi è, in realtà, ciò che sempre ha interessato a Bolaño.
Se uno legge ciò che ha scritto, si rende conto – e con questo torno anche all’idea di una letteratura molto inclusiva – che non è una letteratura d’avanguardia in tal senso, perchè la letteratura d’avanguardia non può essere, per definizione, inclusiva. Diciamo che la letteratura d’avanguardia deve necessariamente lasciare qualcuno fuori, deve dividere il pubblico. Allora, mi sembra che ci sia’ un certo uso di una tradizione di avanguardia che ha a che vedere più con stili di vita, che con pratiche, con procedimenti, con poetiche. E, allo stesso tempo, mi pare che sta bene così, diciamo, che questa è stata un po’ la grande scoperta di Bolaño, ovvero trovare qual era il punto dove la tradizione dell’avanguardia poteva essere ancora produttiva in qualche modo.
Per me ci sono due Bolaño: uno è quello che chiude, in qualche modo, il ciclo del grande romanzo latinoamericano, e in questo senso, I detective selvaggi è un po’ il romanzo che chiude; e dopo c’e’ l’altro Bolaño, che è quello di 2666, che secondo me è qualcuno che apre qualcosa. qualcosa che fino ad oggi, per tutti quelli che hanno letto questo romanzo, continua ad essere un enigma completamente sconosciuto. Diciamo che uno non sa cosa poteva seguire dopo questo romanzo, nell’opera di Bolaño. 2666, a differenza de I detective selvaggi, che è un romanzo che chiude, è un romanzo che apre, non sappiamo cosa. Ed è un romanzo – non un romanzo postumo, il cui completamento fu interrotto dalla morte – praticamente scritto dall’oltretomba, un romanzo scritto dall’al di là Quando scrive I detective selvaggi, ciò che sta facendo Bolaño è di dire a Fuentes, Garcia Marquez, Vargas Llosa: «Voi avete creduto di aver scritto i grandi romanzi latinoamericani? vi sbagliate, questo è il grande romanzo latinoamericano.» E mi pare che questo sia il momento in cui Bolaño «va sopra le righe»
Juan Villoro
Si, parlando della relazione tra l’arte e la vita, mi sconcerta molto la frase che si è usata molte volte nella stampa, secondo cui Bolaño sarebbe lo scrittore che ha dato la sua vita per scrivere un romanzo, come se la sua vita non fosse stata quella di scrivere questo romanzo e come se non ci fosse un’identità tra quella vita e quell’opera. Questo è il vecchio dilemma che si poneva Thomas Mann: O vivo o scrivo. E se scrivo dalla distanza riflessiva della scrittura, sto abbassando l’intensità della vita. Che fare? Vivere o scrivere? E io credo che l’attitudine di Bolaño di fronte la scrittura è giustamente quella di vivere, vita e scrittura. Mi è sembrato interessante quello che stavi dicendo, Alan, di 2666 come una specie di fuga verso un’altra parte e non sappiamo dove sarebbe arrivato. Trovo interessante in 2666 qualcosa che è completamente diverso dal Bolaño anteriore, e cioè che lui aveva cercato più volte, di fondere questa idea dell’arte e dell’esperienza attraverso la prima persona. Sono molti i personaggi che parlano in prima persona da una interiorità dove la loro vita si converte in modo forse inavvertito, in una testimonianza. 2666 è un romanzo dove la vita interiore dei personaggi si da a partire della esteriorità della trama.
Pedro Rey
Come spiegate questo interesse o questa passione per la letteratura che io chiamerei rioplatense? (perchè a volte appaiono scrittori uruguaiani); e siete d’accordo con la sua lettura, delle appropriazioni e omissioni che lui fa ? Perché, a volte, omette anche…
Alan Pauls
Bene, io direi che Borges appare costantemente in Bolaño, ma quel che è curioso è che Bolaño era un fanatico di Borges che scriveva come Cortazar
, la qual cosa è assai curiosa, diciamo. Perchè ovviamente, un libro come La letteratura nazista in America, è un libro totalmente borgesiano, così com’ è J.R. Wilcockiano, detto questo, un romanzo come I detective selvaggi è senza dubbio un romanzo più cortazariano che borgesiano. Io credo che forse Bolaño usava Borges per preservarsi dai rischi di Cortazar, per essere cortazariano nel migliore significato della parola e non nel peggiore. Borges come una specie di sistema di precauzioni.
Allo stesso tempo mi pare che si possa anche dire che una delle cose degne di nota che fa Bolaño con la sua letteratura è che in qualche modo, queste due linee della letteratura argentina ( la linea Cortazar, che è una linea piuttosto vitalista, surrealista, diciamo, ludica, di modernizzazione estetica; e dall’altra la linea Borges, che è una linea, naturalmente, intellettuale, concettuale, concettualista, di un classicismo perverso), sono due tradizioni che, credo, nella letteratura argentina non vadano molto d’accordo ma che nella sua opera si ritrovano.
Quando dico Cortazar, potrei dire anche i beatniks, Kerouac. Allora mi sembra che un’altra cosa che Bolaño riesce a fare, come una sorta di alchimista abbastanza miracoloso, è di riconciliare due tradizioni reciprocamente ostili. Perché è molto facile essere scrittore eclettico e creare, fondere tradizioni, è una cosa che si fa da cinquanta sessant’anni, in sè molto facile. È quasi l’ABC dello scrittore contemporaneo. Ben più difficile, credo, è riconciliare tradizioni ostili; ostili esteticamente, ostili politicamente. E credo che sia proprio quello che fa Bolaño.
Horacio Castellanos Moya:
A incuriosirmi è quello che faceva Bolaño con la letteratura argentina. Mi spiego: perchè non si espresse mai sulla letteratura peruviana? Non è mai vissuto in Argentina. Da dove nasce questa sua passione? Me lo chiedo. Vale a dire, discende da Borges, chiaro, dalle sue letture, però ha vissuto otto o nove anni in Messico, e si intromette nella letteratura messicana, fondamentalmente con la figura di Octavio Paz, soffocando questo mito del «grande poeta», e non entra in nessuna letteratura latinoamericana con la stessa ossessione con cui entra nella letteratura argentina. Per me è un enigma.
Alan Pauls:
No, io credo che, in qualche modo, la letteratura argentina è più isolata e, nello stesso tempo, per essere più isolata – e torniamo al Borges de «Lo scrittore argentino e la tradizione» – per essere una letteratura incredibilmente periferica, è una letteratura che si prende il lusso di pensare il tutto, di mettere il tutto in relazione con il tutto, si appropria di tutto etcc. Io credo che sia questo ciò che deve avere interessato Bolaño, anche nel senso che Bolaño già ne I detective selvaggi comincia a pensare con una certa mentalità globale. Diciamo, si potrebbe dire che c’e’ in Borges una certa idea della letteratura globale, della finzione globale. Non so, forse è questo che ha sempre attratto della letteratura argentina: una letteratura in qualche modo insulare e allo stesso tempo connessa sempre con tutto.
Horacio Castellanos Moya:
Io credo anche che siamo di fronte a uno scrittore che si prende il lusso, non di prescindere, ma di mettere a lato e muoversi molto fuori dalla sua letteratura nazionale e intendere l’America latina come un luogo in cui scegliere e prendere quello che vuole. Lui si muove e sceglie ciò che vuole, come a dire « questa è la tradizione che mi piace, qui sento di stare e qui vado con le mie fanatiche opinioni e punto»
Alan Pauls:
Si potrebbe anche pensare che c’e’ qualcosa di abbastanza evidente nell’opera di Bolaño, cioè in che modo l’arte nell’esperienza artistica – intesa soprattutto come esperienza di vita – possa redimere una sconfitta politica catastrofica. Diciamo, in questo senso, che l’opera di Bolaño è una grande opera post-anni settanta dell’America Latina. Che fare con questa specie di enorme sconfitta politica continentale che c’e’ stata in America Latina? E mi pare che l’idea di Bolaño sia stata di reinvestire questo capitale nell’unica esperienza dove la sconfitta non è una sconfitta bensì un trionfo: e questa è l’esperienza artistica, e questa è la vera esperienza avanguardista di Bolaño, l’idea che il fallimento sia il successo. Mentre nella politica, il fallimento è il fallimento, non c’e’ redenzione possibile.
Horacio Castellano Moya:
Questo è molto interessante perche negli Stati Uniti il successo di Bolaño è precisamente questo, che cioè questa sconfitta diventa istruttiva per quelli del «boom»: «Siamo stati giovani tutti, abbiamo vissuto tutti l’avventura, tutti abbiamo rischiato, però guardate dove porta tutto ciò.» questo monito, è una delle idee di base che fanno si che Bolaño sia il non plus ultra; è paradossale.
Juan Villoro:
Si, però lo stanno leggendo molto anche i ragazzi. E “Autobuses del norte”, sta già cambiando l’itinerario per tutti i gringos che stanno seguendo le rotte di Bolaño. C’e’ già una rotta del deserto.
Horacio Castellanos Moya:
Sento che stiamo cominciando a confrontarci con un fatto che sarà abbastanza nuovo – forse meno per gli argentini che hanno avuto Borges -: uno scrittore che noi leggiamo in una forma precisa, con certi criteri e con interesse e che, all’improvviso, si sta convertendo in un mito. Siamo di fronte a un mito. E per di più, con tutta l’industria editoriale, il grande marketing che sta lavorando per creare questo mito, avremo delle sorprese…
Pedro Rey:
Di che tipo?
Horacio Castellanos Moya:
Non so, si venderà la biografia di Bolaño, sicuramente, venderanno testi che indagheranno su quello che ha fatto nei ventidue anni in Spagna, se è stato veramente in Africa.
Juan Villoro:
Il successo è un malinteso no? Sempre. Bene, avremmo un Detective selvaggio sul ghiaccio e cose così, pero questo va al di la di quello che possa aver fatto Bolaño
Pedro Rey:
E il Cile? Questa sorta di pulsione negativa che aveva Bolaño verso il Cile, almeno quando ci viveva, quando ci è tornato , dopo venticinque anni, invitato da una rivista. Immagino che non entusiasmò molto gli scrittori della cosiddetta nuova narrativa cilena che lo avvicinavano. Da dove spunta fuori questo qui?
Juan Villoro:
Si, beh con me si arrabbiava molto ogni volta che elogiavo qualsiasi cosa cilena
Pedro Rey:
E parlava sempre bene del Messico
Juan Villoro:
Si, esattamente. allora, se io dicevo qualcosa contro il Messico si arrabbiava; se elogiavo qualche cosa cilena, gli sembrava che fosse insostenibile, diceva che era un paese di psicotici. Leggeva i cileni come solo può farlo chi è molto interessato a trovarvi difetti. Aveva anche una passione, al punto di esserne molto condizionato, verso ciò che succedeva in Cile. Per la verità lo interessava la divisone radicale che si creò nella società cilena con il golpe militare, e poi quello che lui considerava come una specie di acclimatazione o di assimilazione di molti scrittori che erano stati ribelli, che avevano sofferto l’esilio e non avevo mantenuto un atteggiamento radicale…beh credo che ritorniamo al punto di prima: aveva a che vedere con questa lotta di titani che lui aveva nella sua testa e con il fatto che avesse la necessità di costruirsi un territorio di idolatria e un asse del male, no? Allo stesso modo di come immaginava – era una delle sue fascinazioni –, e molte volte ci riuscì, di volgere la battaglia di Waterloo a favore di Napoleone, a certe condizioni.
Horacio Castellanos Moya:
Nel caso del Cile mi colpisce molto la sua relazione con Donoso. Io credo che in qualche momento lui abbia avuto una corrispondenza con Donoso. È il maggiore scrittore cileno cprima di lui, è lo scrittore cileno che ebbe ciò che lui non ebbe. Perchè apparteneva a una classe sociale, a una tradizione consolidata e che per di più scrisse due grandi romanzi. Non esiste una grande passione di Roberto verso Donoso, che rappresenta uno spartiacque nella letteratura cilena. E anche se ora è un po’ dimenticato, Donoso è un grande narratore e uno si aspetterebbe che Bolaño si definisse a partire da lui e non a partire da Cortazar e Borges. C’e’ come un silenzio in questo ed è molto interessante.
Juan Villoro:
Roberto non lo si poteva convincere di nulla. Non posso vantarmi di averlo mai convinto di qualcosa. Dicono che tutti gli scrittori messicani hanno sognato di discutere con Octavio Paz e di convincerlo di qualcosa, no? Io ho discusso molte volte con Roberto; lui mi consultò sul titolo del romanzo Notturno cileno
, perchè voleva intitolarlo «Tormenta di merda» e a me sembrava che in lui ci fosse una parte che giocava a fare il cattivo. Ricordo che lui avrebbe voluto essere un pistolero e un cherokee e vivere di queste vite solitarie, essere un avanguardista e cose del genere. E allora gli dissi che il titolo mi sembrava di un infantilismo provocatorio. E allora mi disse: « ascolta sto pensando di intitolarlo ‘Tempesta’» E io gli dissi: «beh, non mi sembra che anche questo sia una grande scoperta etc.. però vista l’alternativa.!.” Allora lui fece come quei tennisti che lanciano la palla vicino alla rete perche’ tu risponda con un colpo debole e poi ti rispondono con un colpo potente. Allora, mi sondò con il tema della tempesta e visto che non ero molto d’accordo mi disse: «E non ti ricordi che uno scrittore di cui forse hai sentito parlare, che si chiama William Shakespeare, scrisse un libro con un titolo simile? Non ti sembrerebbe un’idiozia se usassi lo stesso titolo?» Discutemmo e lui ribattè e vinse il punto, punto, set e partita, come sempre nelle discussioni con lui.
Una volta gli chiese una giornalista: «Perchè fa sempre il bastian contrario?» E lui rispose: «io non faccio mai il bastian contrario»
Diciamo che ebbe vinta la discussione, al modo in cui intendeva le discussioni, ma cambiò il titolo.
Alan Pauls:
Credo che Bolaño sia abbastanza unico, nel senso che è uno scrittore che inventò, si potrebbe dire, un mondo relativamente inedito. Mi pare difficile oggi immaginare scrittori unici, perchè, diciamo che per immaginare scrittori unici uno deve mantenere una certa distanza rispetto a quanto giudica, e soprattutto rispetto a uno stato planetario della letteratura, che a me per lo meno, sfugge del tutto. Mi pare che sia stato uno che ha inventato qualcosa, e questo qualcosa che ha inventato si è introdotto nel torrente sanguigno della letteratura del pianeta con una velocità straordinaria, il che è abbastanza unico. Risulta quindi difficile poter dare un giudizio estetico troppo tassativo ora, siamo troppo vicini agli accadimenti. Credo che, per dare questo tipo di giudizio si debba mantenere una certa distanza no? Diciamo che io non leggo in altri scrittori quello che leggo in Bolaño ora, e leggo pochissimi scrittori perchè ci sono sempre più scrittori.
Pedro Rey:
Una domanda per finire: Cosa penserebbe Bolaño dell’unificazione della sua opera e della sua conversione in un James Dean della letteratura? In un’ icona pop ? Non sarebbe contento?
Juan Villoro:
No, io credo che lui si prende gioco di tutti noi. Vale a dire che gli sarebbe sembrato come un altro dei tanti equivoci con cui la realtà lo ha benedetto, e alzerebbe le spalle e andrebbe avanti
16 novembre 2008
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, con Juan Villoro, Alan Pauls y H. C. Moya
: con Juan José Becerra, Gonzalo Garcés e Martín Kohan
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, di Silvina Friera
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