Durante la prima edizione 2008 del Filba (Festival internazionale della letteratura di Buenos Aires) si è svolto un omaggio speciale alla figura e all'opera di Roberto Bolaño. In questo contesto,
Rodrigo Rojas e
Alberto Fuguet, con la moderazione di
Cecilia Huidobro, hanno partecipato alla tavola rotonda "Scenari", nella quale hanno parlato delle "trasmigrazioni"

dello scrittore cileno: i diversi luoghi in cui abitò, i paesi, la sua affinità con i generi letterari e i suoi vari mestieri. Rojas e Huidobro sono docenti alla
Cattedra Roberto Bolaño
dell'Università Portales. Alberto Fuguet è uno scrittore e regista cileno.
In mezzo a tutto questo, una curiosità. Era previsto che l'incontro si svolgesse nella struttura eretta in Plaza Perú, ma il vento era tale da far pensare che - benché non vi fosse alcun rischio - la cupola potesse crollare. La tavola rotonda è stata allora trasferita nella hall del Malba, il Museo d'arte latinoamericana di Buenos Aires. Cecilia Huidobro ha esordito commentando questo primo "spostamento" come un'azione di Roberto Bolaño.
(verso Bolaño): scenari
migrazioni*** Universidad desconocida *** cane randagio
Cecilia G. Huidobro: Buon pomeriggio a tutti. Non ho alcun dubbio che sia appena avvenuto il primo spostamento e non ho alcun dubbio che Roberto Bolaño ci abbia messo lo zampino, tanto che ci troviamo nel luogo dove non avrebbe dovuto tenersi la nostra conversazione. Questo mi sembra un segnale che si tratterà di una conversazione molto piacevole, un segnale del fatto che dovremo convocare a questo incontro Roberto Bolaño. Credo anzi che in qualche modo vi stia già partecipando, giocandoci uno di quegli scherzi che amava tanto e con i quali gli piaceva mettere tutto in discussione. Come diceva la presentazione, trovo assolutamente straordinario che si realizzi questo Festival letterario al Malba. Voglio approfittare dell'occasione per congratularmi con gli organizzatori e trovo anche abbastanza impressionante che questo festival organizzi tre tavole rotonde dedicate a Roberto Bolaño [
vedi Filba 1
e Filba 2 
]
Dunque la domanda non può che essere: cosa è successo? Come dobbiamo interpretarlo? Cosa succede all'opera di Roberto Bolaño e perché oggi un festival di questa levatura gli dedica una parte significativa della sua programmazione?
Tra le tavole rotonde organizzate, la nostra - come è già stato detto - ha il suggestivo titolo di
"Scenari". Personalmente il termine, il concetto, mi è sembrato un po' inquietante, facendomi pensare a una messa in scena. La prima associazione che mi è venuta in mente con il termine "scenario" è stata quella di una messa in scena; come oggi - in fondo significa questo - si legga l'opera di Roberto Bolaño, a cinque anni dalla sua morte, e come continuino a uscire suoi libri e si seguitino a fare altre scoperte. Credo che questa stranezza, il fatto che appaiano ancora inediti e che sembri che stia ancora scrivendo, gli avrebbe ispirato più di una battuta.
Come prima regola della buona educazione, suggerisco di invitare Roberto Bolaño, del quale mi permetterò di leggere una brano che, spero, aprirà la nostra conversazione. È estratto dal suo libro Tra parentesi. Leggo:
Il che significa ben poco, essere colombiani o venezuelani, e a questo punto torniamo, come respinti indietro da un fulmine, alla b di Bolivar, che non era dislessico e al quale non sarebbe dispiaciuta un'America Latina unita, una preferenza che condivido con il Liberatore, giacché per me è lo stesso se la gente dice che sono cileno, anche se alcuni colleghi cileni preferiscono considerarmi messicano o mi chiamano messicano, anche se alcuni colleghi messicani preferiscono chiamarmi spagnolo, o perfino disperso in battaglia. E di fatto per me è lo stesso essere considerato uno spagnolo, anche se alcuni colleghi spagnoli vanno su tutte le furie e cominciano a dichiarare che sono venezuelano, nato a Caracas o Bogotá, il che non mi dà molto fastidio, anzi, il contrario.
La verità è che sono cileno e sono anche molte altre cose. E giunti a questo punto devo abbandonare Jarry e Bolivar e cercare di ricordare lo scrittore che disse che la patria di uno scrittore è la sua lingua. Non ne ricordo il nome.
[
discorso di Caracas 
, in
Tra parentesi 
]
Cecilia G. Huidobro: Lo sa benissimo. Questo fa parte delle trappole che gli piaceva tendere. Credo che qui sappia benissimo chi l'ha detto, e però continua:
Non ne ricordo il nome. Forse era uno scrittore che scriveva in spagnolo. Forse era uno scrittore che scriveva in inglese o in francese. La patria di uno scrittore, disse, è la sua lingua. Suona un po' demagogico, ma concordo pienamente con lui, e so che talvolta non abbiamo altra scelta che diventare un po' demagogici, proprio come a volte non abbiamo altra scelta che metterci a ballare un bolero sotto la luce dei lampioni o di una luna rossa. Sebbene sia anche vero che la patria di uno scrittore non è la sua lingua, o non solo la sua lingua, ma anche la gente che ama. E a volte la patria di uno scrittore non è la gente che ama ma i suoi ricordi. E altre volte la sola patria di uno scrittore è la sua lealtà, e il suo coraggio. In realtà molte possono essere le patrie di uno scrittore, e a volte l'identità di quella patria dipende molto da quello che sta scrivendo in quel momento. Le patrie possono essere tante, mi viene ora da pensare, ma il passaporto può essere uno solo, e quel passaporto è evidentemente la qualità della sua scrittura. Il che non significa scrivere bene, perché chiunque può farlo, ma scrivere meravigliosamente bene, e nemmeno quello, perché chiunque può scrivere anche meravigliosamente bene. Cos'è, allora, la scrittura di qualità? Be', quello che è sempre stata: saper infilare la testa nel buio, saper saltare nel vuoto, sapere che la letteratura è fondamentalmente un mestiere pericoloso. Correre lungo il bordo del precipizio: da una parte l'abisso senza fondo e dall'altra i volti amati, i volti amati sorridenti, e i libri, e gli amici, e il cibo. E accettarlo, anche se talvolta può pesarci addosso più della lastra tombale che copre i resti di ogni scrittore morto.
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Migrazioni
Cecilia G. Huidobro: Fine della citazione. Insomma, il passaporto del quale parla Bolaño è quello che cercheremo di svelare qui, e cioè quali siano tutti i timbri sul suo passaporto, che come un vero passaporto registra tutte le frontiere attraversate e dunque tutti gli spostamenti di una persona. Per cominciare, per aprire il dialogo sperando che vi uniate tutti a questa conversazione, intervenendo e facendo domande, ho un primo interrogativo da proporre. Quando Vattimo, durante l'inaugurazione di questo festival, ha parlato dell'importanza del dialogo, ci ha lasciato questo compito. Ha detto che i dialoghi sono costruiti male, ma il vostro è destinato a essere l'unico vero dialogo di questo festival […].
Direi, come prima domanda, che ognuno di voi dica qual è lo "spostamento" che gli sembra più importante, sia per le sue conseguenze, sia per il suo carattere ingannevole, perché magari si tratta di un miraggio e questo spostamento da parte di Bolaño non c'è stato. Dunque è una domanda abbastanza aperta. Cominciamo seguendo l'ordine alfabetico: Rodrigo.
Rodrigo Rojas :[Ride] Che alfabeto è? Sì, hai citato Vattimo e il dialogo, e lui si riferiva al dialogo platonico, dicendo come in questo scambio ci sia un miraggio, un'illusione di scambio, perché in realtà c'è un maestro che conosce la verità ed è tranquillo, e si aspetta che l'allievo dubiti, ma alla fine la verità rivelata è unica. E naturalmente per questo tipo di dialogo non c'è scrittore più scomodo di Roberto Bolaño, perché combatte costantemente questa nozione di verità rivelata, di verità unica. Anzi, costruisce costantemente la sua opera in contrasto con questa univocità. Gli spostamenti sono tanti. Per esempio mi piacciono gli spostamenti di stile che si trovano nella sua opera, che sono molto simili, o forse paralleli, agli spostamenti di scenario. Mi riferisco, per esempio, a come costruisce testi con una narrazione lineare, come Un romanzetto canaglia, e opere costruite come un grande affresco, come 2666. O forse non come un affresco ma come un'opera di Bruegel, piena di storie dentro altre storie dentro altre storie che rimandano a loro volta a molte altre. Quindi in fondo i suoi libri potrebbero essere definiti ipertestuali. Sono anche opere che utilizzano l'humor, che comincia con la leggerezza e il piacere per poi incupirsi e diventare distruttivo. C'è una citazione de Il gaucho insostenibile che mi piace molto:
"Dio benedica i figli ritardati di García Márquez e i figli ritardati di Octavio Paz, poiché io stesso sono responsabile di queste nascite".
Insomma, immagina questa opera che comincia con il piacere e poi finisce scavando. Perché in fondo è uno scrittore - tu parlavi di miraggi - che costruisce testi molto agili e seduttivi, e quando acquisisce coscienza di questo comincia a lavorare contro i loro principali punti di forza. Non basta dire che li smonta perché non è un'operazione così razionale: ricorre costantemente al caso e all'assurdo per attaccarli, per esempio con una scrittura che parte dall'esperienza e poi, per mezzo dell'assurdo e della mancanza di logica, finisce per essere più vicina al caso. Oppure appunto con l'umorismo, per esempio, che è più vicino al piacere ma poi finisce per essere un atteggiamento belligerante e distruttivo dell'altro. Questa tensione, in lui, ha sempre richiamato la mia attenzione e potrebbe essere definita, sì, uno "spostamento". Credo che sia piuttosto una specie di agilità ginnica, uno stare in due posizioni nello stesso tempo per poter schivare gli ostacoli, gli avversari. Nel suo caso, perché concepiva il mondo anche così con molte opposizioni.
Cecilia G. Huidobro: E se fosse stato un ginnasta o un atleta, quale disciplina avrebbe praticato?
Rodrigo Rojas: Credo che sarebbe stato un
"pichanguero", il tipo che gioca al pallone per strada, uno che usa il portone come porta e conosce mille trucchi, a volte legali e a volte illegali.
Cecilia G. Huidobro: Scrisse in effetti un ottimo articolo sulla sua infanzia calcistica.
Rodrigo Rojas: Be', lo dico io pur essendo il peggior giocatore pichanguero che ci sia, però sono un buon spettatore di questo tipo di ginnastica
Cecilia G. Huidobro: Alberto, tu che ne pensi? Qual è lo spostamento che vuoi mettere in evidenza, o denunciare come non spostamento?
Alberto Fuguet: Piuttosto, pensandolo come atleta, mi sembrava che avesse anche qualcosa dell'arbitro.
Cecilia G. Huidobro: Tra scrittori? Era un arbitro per scrittori?
Alberto Fuguet: Ma anche nel mondo. Credo che abbia scritto cose dalle quali si è molto attratti, dalle quali sono attratto anch'io, e a volte si rimane anche un po' impressionati. Pensava e pensava, e ovviamente assegnava giudizi. Quelle che hai letto, in qualche modo, sono lezioni di vita. Ti suggerisce non solo come devi scrivere e leggere, ma anche come devi vivere. Ed è totalmente isterico, esagerato, e se ci si trova d'accordo - e io tendo a essere abbastanza d'accordo, tranne che per alcuni momenti in cui ritengo esagerasse - ci si sente molto confortati. Cioè, il fatto che qualcuno ti dica: "Devi leggere questo e devi leggere così, e questo è un mestiere pericoloso".
Parlerò di un spostamento mio personale, e non so se sarà una risposta alla tua domanda. Quest'anno mi sono trasferito alla UCLA, l'Università della California di Los Angeles, ed ero un po' nervoso perché era la prima volta che andavo in un'università a tenere delle lezioni, e le lezioni erano in spagnolo, per studenti del quarto anno. E avrebbe dovuto trattarsi di un seminario, e io non avevo voglia di fare un seminario letterario perché generalmente sono contrario ai seminari letterari, e neppure doveva durare molto tempo, mesi, e gli allievi erano tanti. Allora la mia idea fu che avremmo semplicemente scritto in spagnolo analizzando in un blog le cose stavano succedendo a Los Angeles. Insomma, mi presento al primo giorno di lezioni e mi mandano alla facoltà di geologia, dove si svolge il mio corso, posto incredibile perché pieno di foto di pianeti e di pietre. Cammino per un corridoio alla ricerca dell'aula e a un tratto vedo che c'è un mucchio di ragazzi sui ventitré anni, seduti sul pavimento, e tre di loro stanno leggendo Bolaño, uno in spagnolo e due in inglese. E mi dico: "La mia aula è questa", all'improvviso seppi che quella era la mia aula. E lì mi rendo conto - prima di sapere dell'invito del Malba - che ce l'ha fatta. Mi sembra che per molti scrittori uno degli obiettivi - una parola molto strana - sia "farcela", e credo che Bolaño ce l'abbia fatta, senza essere Premio Nobel, senza essere ambasciatore, senza...
Cecilia G. Huidobro: Senza vincere borse di studio.
Alberto Fuguet: Adesso credo che stia vincendo molte cose, ma alla lunga ci sono ben pochi scrittori che riescano ad andare oltre l'interesse dei critici e dell'accademia - e di fatto nessuno all'UCLA stava insegnando Bolaño-: era impressionante vedere che lo stavano divorando di loro volontà. E uno di questi ragazzi che voleva diventare scrittori, quello che lo stava leggendo in spagnolo, era uno con molti problemi - anche se tutti gli studenti avevano problemi - perché non sapeva chi era, perché era messicano, ma un messicano dei ceti alti che era stato portato in California. E lui pensava che la sua lingua fosse lo spagnolo, anche se chiaramente non lo era, e neppure si sentiva molto legato ai messicani del corso, che neanche loro sapevano lo spagnolo, e parlavano solo l'inglese. Cioè era una situazione composita. E quel ragazzo aveva Bolaño come manuale di scrittura.
Cecilia G. Huidobro: Scusa, Alberto, un libro in particolare?
Alberto Fuguet: Tutti i suoi libri ma soprattutto
I detective selvaggi 
, che considerava quasi una guida turistica - nel migliore senso della parola - del Messico, perché veniva dal DF ed era molto impressionato che qualcuno avesse scritto un romanzo che potesse portarlo a conoscere la città che non conosceva veramente, e gli sembrava molto buono, e lo aveva sottolineato e riempito di appunti - come Rodrigo -, dove stavano molte delle cose che hai citato. Diceva: "Devo essere pericoloso, devo rifiutare mille cose… " E poi quando cominciammo a parlare di
2666 
e di una annotazione su un giornalista afroamericano, verso la fine del corso, mi disse: "Ho preso una decisione: credo che a Bolaño non darebbe fastidio se io scrivessi in inglese". Perché aveva capito che, anche se per Bolaño la sua lingua è la sua patria, gli costava meno leggere Bolaño in inglese. E capiva che non credeva molto a Bolaño a proposito del fatto che "il passaporto è la tua lingua".
Cecilia G. Huidobro: Ah, la qualità della scrittura!
Alberto Fuguet: Capiva che il passaporto di Bolaño era una certa sensibilità. E stavamo parlando, e lui sentiva che era uno scrittore americano che sapeva molte cose di Juárez, della frontiera, e le sentiva sue. Questo ragazzo chicano si sentiva molto... E lì mi accorsi che era da molto tempo che non conoscevo qualcuno che fosse capace di parlarmi di uno scrittore con quel grado di passione e di sentirlo totalmente proprio. Cioè non stava parlando di qualcuno di completamente esotico, di qualcuno che descrive un mondo che non esiste o che lo affascinava, parlava semplicemente di lui e dei suoi problemi. Era anche questo una specie di spostamento. Poi mi piacerebbe parlare di alcune cose che richiamano la mia attenzione e che mi piacciono di Bolaño, che è molto più pop e di bassa cultura di quanto la gente creda, ma di questo potremmo parlare più avanti.
migrazioni*** Universidad desconocida *** cane randagio
....lesse in forma assolutamente onnivora, lesse come probabilmente pochissimi scrittori hanno letto.....quello che dovevamo cogliere era certamente lo spirito e il modo in cui si era posto di fronte alla creazione, di fronte alla letteratura, e in realtà - come a Borges - gli interessava più leggere che scrivere, se mai è possibile questa dicotomia
la 'Universidad desconocida'
Cecilia G. Huidobro: Sì, anche questo è uno spostamento, sicuramente. Ora vorrei aggiungere in maniera non del tutto disinteressata un altro spostamento perché, in qualche modo, devo dire che fu un argomento molto dibattuto all'Università Diego Portales, dove lavoro, al momento di creare la Cattedra Roberto Bolaño. E questo spostamento si riferisce a una cosa che conoscete bene: Roberto Bolaño si era rifiutato di terminare le scuole secondarie, e quando un'Università, in questo caso la Diego Portales, si propone di creare una cattedra, la prima cosa che ci si deve chiedere è: Non suonerà come uno scherzo? Non verrà letto come un'ironia? Probabilmente più come un'ironia sua. Lui, come figlio - fosre perché ho due figli adolescenti terribili - doveva essere stato terribile. Quello che fece fu dire non solo "non voglio andare all'Università", ma a un certo punto si rifiutò perfino di frequentare le scuole superiorì perché pensava che la scuola non avesse... Però - e questo è il punto - a partire da questo momento, e probabilmente molto prima, lesse in forma assolutamente onnivora, lesse come probabilmente pochissimi scrittori hanno letto. Dunque, dato lo spostamento da quella che può essere l'istruzione formale a questa situazione che ha a che fare anche con il suo progetto di scrittura, questa cosa un po' romantica dello scrittore che si forma con le letture e da solo, ci è sembrato infine - ed è così che abbiamo chiuso la questione, al momento di creare la cattedra di Bolaño - che quello che dovevamo cogliere era certamente lo spirito e il modo in cui si era posto di fronte alla creazione, di fronte alla letteratura, e in realtà - come a Borges - gli interessava più leggere che scrivere, se mai è possibile questa dicotomia.
Qui ci sono scrittori che ci potranno dire se uno scrittore possa tracciare questa divisione. Però credo che si sentisse più felice e più soddisfatto nel momento della lettura che in quello della scrittura. Mi sembra che ci sia uno spostamento importante, perché la lettura per lui era un atto molto generoso - e qui aggiungerò la parola "generoso" alla parola "isterico" con cui lo ha qualificato Alberto, per compensare un po' - perché lesse i suoi contemporanei come succede a pochissimi scrittori. E la lettura per lui era un viaggio, ossia uno spostamento.
Ora, a proposito dell'esperienza californiana raccontata da Alberto, vorrei chiedere a Rodrigo come vede l'altro tipo di spostamento - dato che sono una pessima presentatrice non ho detto che Rodrigo Rojas, come leggete sul programma, oltre a essere poeta è anche traduttore - e dunque mi sembra molto interessante chiedergli cosa succede a Bolaño quando viene tradotto, cosa succede con questo altro spostamento. Perché ovviamente ne I detective selvaggi il linguaggio tradotto è in sintonia con il ritmo e la respirazione della parlata latinoamericana, e sappiamo che I detective selvaggi è un successo negli Stati Uniti. Ma insomma: che succede con la traduzione? Che succede con questo spostamento?
Rodrigo Rojas: La verità è che è un compito che devo ancora svolgere; devo leggere più attentamente le traduzioni de I detective selvaggi e di 2666. Ieri sera, conversando, anche come una specie di preparazione a questa discussione, è emersa la mancata traduzione di alcuni nomi di personaggi: per esempio Lalo Cura rimane Lalo Cura. [lo dice come lo si pronuncia in inglese], Ma il gioco di parole è inserito nel contesto delle azioni e dei dialoghi del personaggio. Però in realtà nell'opera di Bolaño mi chiedo come si faccia fronte al mosaico linguistico in cui capita che nella stessa fase ci siano elementi del Messico, del Cile, di diverse zone della Spagna, e non si tratta mai di uno spagnolo neutro. Si tratta piuttosto di uno spagnolo, diciamo, molto differenziato e difficile da addomesticare. Ed è anche uno spagnolo costruito strategicamente per offrire un piccolo rifugio a lettori diversi, perché a tutti suonasse tanto familiare quanto estraneo, e credo che sia una strategia eccellente. Nella presentazione, nel programma che sicuramente avete sottomano, ci si chiede se definire Bolaño uno scrittore tra il cosmopolita e il globalizzato, e in queste espressioni - come nel nostro linguaggio abituale - siamo portati a pensare che "cosmopolita" sia sinonimo di "globalizzato", ma la verità è che qui le definizioni possibili sono molte e tutte problematiche.
Quindi, se prendiamo l'esempio di questo spagnolo diversificato e strategicamente estraneo e familiare per tutti, ci avviciniamo al concetto di cosmopolitismo, e penso allora - tra le tante definizioni - a un testo di Derrida che fu ripubblicato dopo l'attentato alle torri gemelle e che trattava di cosmopolitismo e perdono, e quando parlava del cosmopolita si riferiva non all'individuo ma allo spazio, ancora una volta allo scenario. Ed esemplificava questo spazio con una città, ma forse è possibile identificarlo con un romanzo, un'opera completa, una lingua. Si tratta di uno spazio che accoglie, uno spazio che ospita, uno spazio che si definisce aperto a tutte le lingue, a tutte le persone, a tutte le idee. Dunque penso che il cosmopolitismo sia l'aspetto di Bolaño più difficile da tradurre. Bisogna chiedersi se sia possibile leggerlo con la stessa sottigliezza, con la stessa profondità, in una lingua diversa dal suo castigliano composito, un castigliano essenzialmente periferico ma anche centrale, perché è molto ben accolto in Spagna ma con tutti questi segnali, con tutte queste indicazioni che dicono: "Guarda, anch'io vengo da una periferia; e bada, da una periferia che è molto più grande del centro, che è molto più ricca del centro". Insomma, dopo tanto disprezzo per Octavio Paz è divertente perché proprio con questa figura ricupera la figura dello specchio di Octavio Paz: lo specchio che la periferia mostra al centro, cioè lo specchio che le colonie offrono alla Madre Patria e che contiene tutto quello che era stato perduto, tutta l'essenza. "Essenza" è una parola strana, ma mi riferisco a tutta la sostanza, tutto lo spessore culturale che sono andati perduti.
Cecilia G. Huidobro: Alberto, e questo cosmopolitismo ti sembra costruito a partire dagli aspetti pop che segnalavi?
Alberto Fuguet: Be', non mi dichiaro un esperto di Bolaño e non faccio parte della Cattedra Bolaño, ma sono un suo lettore e questo aspetto mi ha molto interessato… Ah, vorrei dire un paio di cose.
La cosa affascinante è che è vero che Bolaño emigrò e comincio' a pubblicare fuori dal Cile, ma ciononostante, rapidamente, direi quasi istantaneamente, comincio a godere lì di una grande popolarità. Credo che gli sia servito molto perché molti giovani scrittori cominciarono a comprarlo per cinque o tre pesos, e fu subito - è la mia impressione, magari mi sbaglio - molto ben accolto e molto letto. Mi hanno raccontato che per molto tempo - prima che morisse e diventasse il mito di cui stiamo parlando oggi - il suo primo mercato fu il Cile, dove vendeva molto più che in Spagna. Fu assolutamente profeta in patria. Credo che ci sia anche una cattedra in Cile, e questo nonostante abbia attaccato molti scrittori cileni. Credo che come nessun altro abbia osato fare cose come scrivere contro Diamela Eltit attaccandola perché era una pessima cuoca; penso che si sia ricavato subito uno spazio e che si siano raggiunti livelli di follia, direi, e di fanatismo, quando era in vita e soprattutto... Sei d'accordo?
Cecilia G. Huidobro: No, non sono molto d'accordo.
Alberto Fuguet: Secondo te non lo leggeva nessuno?
Cecilia G. Huidobro: Beh diciamo che non sono d'accordo sui tempi
Alberto Fuguet: Ho usato il termine "isterico", sì; una sua caratteristica che mi piace.
Cecilia G. Huidobro: [Ride.] Quello su cui penso di essere d'accordo con te è che occupò molto presto, o molto estesamente, lo spazio letterario cileno. Il che non significa che sia stato ben accolto o molto letto. Il "fenomeno Bolaño" è molto sorprendente per la sua traiettoria, dato che muore nel 2003 a cinquant'anni, ma è il '98, in fondo, l'anno della sua consacrazione: riceve il premio Rómulo Gallegos e il premio Herralde. Insomma, diciamo che succede tutto nel breve arco di cinque anni, no? E in questo senso, certo, se ci si pensa, lo spazio che occupò fu molto grande, però in realtà cominciò ad andare in Cile, a fare dichiarazioni come quella che hai citato contro Diamela Eltit - e io, che mi considero una cattiva cuoca, penso che nessuno possa fare questa accusa, è un'aggressione bella e buona [ride] - e contro José Donoso. Dimostra anche che ha letto la letteratura cilena. Credo che tutta questa polemica che fece, e che oggi è ormai finita, possa essere interpretata come una sua strategia per stabilire la propria presenza, per recuperare questo paese che era e non era il suo. Ma al di là di questo è incredibile come abbia letto i grandi autori cileni, e come abbia letto gli autori cileni secondari, non i principali.
Alberto Fuguet: E leggeva anche gli autori cileni inediti, ed era impressionante la quantità di contatti che Bolaño teneva con autori ancora oggi non pubblicati. Quando morì, vi fu una quantità di blog o di persone che cominciarono a diffondere sue lettere, o mail, in cui emergeva come una specie di professore di scrittura creativa per gente che fino ad allora non conoscevamo nemmeno. C'era una vicinanza molto interessante.
Però io insisto su quei cinque anni di follia, o forse anche di più, da prima che apparisse La letteratura nazista..., io credo che lui fosse l'opposto - non so se in Argentina se ne parli - dello scrittore che ha avuto successo o ha pubblicato all'estero. Ho l'impressione che in Cile abbia funzionato molto, molto bene. E si ha anche l'impressione che non abbia sperimentato la sindrome Ariel Dorfman. Cioè, non è andata così: "Eh, un cileno ha successo all'estero e non si sa perché !", o "Non se lo merita", o "Ha successo all'estero perché parla molto di Pinochet". La mia impressione è che presto Bolaño, malgrado inizialmente
La letteratura nazista in America 
non fosse stato capito o nessuno l'avesse trovato interessante… probabilmente ci fu anche un po' di snobismo, perché poi... Il successo fu rapido, nonostante tutti gli attacchi: anzi, penso che molti di questi attacchi piacquero, soprattutto al pubblico giovane, perché mi sembra che Bolaño avesse qualcosa della rock star, ed elaborò molto bene l'idea di diventare lo scrittore dei giovani e di insegnare come si diventa scrittori. E mi sembra che I detective selvaggi funzioni perfettamente come manuale per uno scrittore, cioè è molto meglio di Lettere a un aspirante romanziere di Vargas Llosa (malgrado io sia un fan di Vargas Llosa). Mi sembra che riuscì a cogliere... Mi sembra che per avere un grande successo e trasformarsi in un mito uno scrittore deve rispondere a molti requisiti, ma secondo me quello cruciale e imprescindibile è saper cogliere un po' lo stato delle cose, la sensibilità che c'è nell'aria. E Bolaño ci riuscì. Dunque, nonostante pubblicasse qui o fosse premiato lì... Voglio dire, ci sono tante persone che hanno ricevuto il Premio Rómulo Gallegos e che non interessano a nessuno. Credo che Bolaño abbia trionfato nonostante avesse vinto il Rómulo Gallegos, nonostante avesse pubblicato per Anagrama e i suoi libri fossero costosissimi. Perché si piratavano subito, si fotocopiavano; e pubblicava sul peggiore quotidiano cileno, un giornale patetico, disgustoso, con le star del mondo dello spettacolo in copertina.
Rodrigo Rojas: Uhhhh… [Risate].
Alberto Fuguet: No…beh era comunque strano che comparisse lì . Cioè Bolaño riuscì a trovare anche una strategia perché buona parte del libro Tra parentesi finisse in prima pagina, anche se non era quello il suo posto, ma credo che lo facesse per gioco e perché il suo pubblico potesse acquistarlo o trovarlo su internet. Tornando a quel mio allievo, mi sembra che Bolaño - un cosmopolita, interessante anche fuori del Cile - infranse l'idea canonica del romanzo valida per una lunga tradizione di latinoamericani vissuti in un altro paese. Ed è per questo che tutti hanno letto i suoi libri. Ma lui ha deciso di essere molto più audace, e cioè ha detto: "Scriverò di personaggi che sono di un altro paese". Personaggi spagnoli, personaggi messicani...
Rodrigo Rojas: Alberto, hai detto che si rivolgeva strategicamente a un pubblico di adolescenti. Il protagonista del tuo esempio è un altro adolescente che sta lì ad aspettarti e intanto legge Bolaño. Tu hai spesso citato, diciamo, alcuni personaggi che sono stati per te importanti, e allora penso a
García Madero 
, la voce de I detective selvaggi, e al tuo riferimento a Holden Caulfield de Il giovane Holden. Secondo te, in qualità di buon lettore, che differenze ci sono tra questi due modelli di adolescenti in viaggio di formazione e di apprendistato, che si trovano nella stessa condizione ma appartengono a diverse generazioni e culture? Insomma, quali differenze vedi? Quale miglioramento? Perché tu, anche come autore di El sur del mundo, parlavi del modello di Holden Caulfield. Credi che questo lo sostituisca? È un modello più comodo, un modello più ricco per un adolescente?
Alberto Fuguet: Insomma, io penso che il contenuto principale de I detective selvaggi… non è solo un romanzo dell'adolescenza e di apprendistato, ma è anche e soprattutto come diventare uno scrittore e come riuscire a trovare una collocazione come scrittore. E mi sembra che sia questa la grande differenza che riesce a distinguerlo. Agli scrittori, o a quelli che vogliono essere scrittori, piace leggere di scrittori, ma io credo che non sia un discorso puramente metaletterario. Innanzitutto Bolaño racconta storie, e generalmente i libri che parlano di scrittori non raccontano storie ma processi. Un'altra cosa di Bolaño che trovo incredibile è che raccontava - ed è per questo che stiamo parlando di lui oggi, a prescindere da tutte le cose che stiamo dicendo - molte, moltissime storie, mentre ci sono tanti scrittori che in vita loro non hanno mai raccontato una sola storia. Lui ha raccontato migliaia di storie, e già questa è una cosa incredibile e affascinante; perlomeno, a me, piace sempre che mi si raccontino storie. E poi credo che I detective selvaggi proponga un modello di scrittore e che contenga consigli su come riuscire a non vendersi, a non farsi corrompere, a difendersi da Pérez Reverte. Usa perfino esempi esagerati e crudeli, e credo che questo piaccia molto. Insomma, è una lettura irresistibile, tanto più per chi abbia cominciato da poco a scrivere. E' come se ti dicesse: "Se posso io, puoi farlo anche tu. Però devi essere tosto, è un mestiere pericoloso". Io credo che, dire che scrivere è un mestiere pericoloso, sia una grande lezione morale. Non so se sia poi tanto pericoloso, ma è affascinante credere che potrebbe esserlo, soprattutto quando tutto è diventato così mediocre.
Rodrigo Rojas: "Vivi pericolosamente".
Alberto Fuguet: Certo, la vita pericolosa. Mi sembra che abbia colto alcuni concetti che vanno molto in profondità.
Cecilia G. Huidobro: Probabilmente quando dice "pericoloso" si sta muovendo nel territorio dell'ironia, nel senso che pericoloso è fare carriera come scrittore, "vendersi" alle borse di studio. Il percorso che lui indica - mi sembra che lo dica Rodrigo Fresán - è quello del funambolo (vivere senza reti di protezione).
Alberto Fuguet: Certo, il funambolo.
Cecilia G. Huidobro: Sì, il funambolo, diciamo senza rete. Lui crede che non esista un altro modo d'essere scrittore. E in realtà il pericolo sta nel sistema - io così l'interpreto - e dunque probabilmente quando uno scrittore legge quanto sia pericoloso essere uno scrittore, lo interpreta male, dato che quelli che si trovano minacciati sono precisamente quelli che si sono sistemati, non quelli che stanno ai margini. Perché questo fu il percorso che ha fatto; praticamente non lavorava. Certo, scriveva sui giornali, lavorava moltissimo, sorvegliava un campeggio, faceva cose molto strane, e tutte cose che gli assicurassero la libertà. Be', avvertitemi quando volete fare una domanda o intervenire, perché noi siamo capaci di prendere la parola e di tenercela. Intanto vorrei chiedere a Rodrigo, che dirige una scuola di letteratura creativa, come vede la sua influenza tra i giovani, a proposito di quello che diceva Alberto, e come questo possa danneggiarli.
Alberto Fuguet: Pericolosa.
Cecilia G. Huidobro: Esatto. Questo sì che è pericoloso: avere un modello e non essere capaci di ricrearlo.
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cane randagio
Rodrigo Rojas: Be', proprio per questo ti avevo fatto la domanda, perché almeno quando stavo io all'Università Alberto aveva questo ruolo. Avevi il ruolo di modello. [Alberto ride.] No, però tra i giornalisti rappresentavi il modello di una penna abbastanza agile, caustica, e questo in un momento politico in cui il passato pesava molto. C'erano temi più agili del peso schiacciante del passato e tutto il resto. E poi quando mi trovai a insegnare scoprii che tutti stavano leggendo Bolaño e tentavano di seguire quel modello. Io faticai a mandarlo giù - dev'essere che per parte di madre ho nonni italiani e dunque mi suonava un po' fascistoide - però poi capii a cosa si riferiva; non aveva a che fare con la vita pericolosa. E in seguito lessi, per esempio, un suo piccolo testo pubblicato in un'antologia spagnola molto ben fatta, curata da Marcelo Rioseco, sulla poesia cilena. Nel suo testo definisce la poesia cilena un cane; e questo cane è un incrocio tra un San Bernardo e tutti i maschi del quartiere. In Cile chiamiamo questo cane "quiltro", randagio, non so com'è chiamato qui…
*
Cecilia G. Huidobro: È un termine indigeno.
Alberto Fuguet: Con la "k".
Rodrigo Rojas: Con la "k" o con la "q", è uguale; o "terrier cileno"- [Risate]. Non so come lo chiamate qui. Comunque è un modello interessante che segue anche lui, perché intitola un suo libro I cani romantici e definisce la sua opera un cane meticcio randagio. Un cane randagio che è anche libero, perché è meno elegante di un cane di razza e dunque non può essere venduto ma solo regalato. Ed è anche destinato alla sopravvivenza, è più intelligente del vistoso e stupido cane di razza. E dunque è un modello, in qualche modo.
Alberto Fuguet: Si è fatto la pelle.
Rodrigo Rojas: Si è fatto la pelle.
Cecilia G. Huidobro: E tra i giovani?
Rodrigo Rojas: Ci sto arrivando. Si scopre che è un modello che, all'inizio, non è letto in profondità ma soprattutto perché "si è fatto la pelle", come dice Alberto, e ha molto da raccontare. E qui arrivo alla vita pericolosa: la vita pericolosa significa uscire in strada, vivere e non fermarsi alle questioni di struttura e al gioco del linguaggio; significa che va ben oltre la pura ginnastica. Se ci sono delle storie da raccontare, se c'è un certo grado di esperienza di vita e di intensità in questa esperienza, è più facile convogliare la struttura del linguaggio in un racconto che faccia presa sul lettore. All'inizio gli allievi fanno qualcosa che considero molto salutare, e cioè tentano di imitarlo. Credo sia molto salutare. Ci sono grandi imitatori. Ma il momento importante è quando si guardano allo specchio e cercano qualcosa di nuovo. Credo che se lo vediamo come un cane o come un virus, Bolaño sia un buon cane da cui farsi mordere e un buon virus da cui farsi infettare, o un buon modello da imitare, perché concentrando tante lingue e tanti stili, tessendo tante storie, aprendosi alla tensione e alla contraddizione si crea un modello di scrittura che permette molti approcci. Dunque ogni imitatore di Bolaño intraprende un percorso di lettura completamente diverso. E' vero, è una scuola di scrittura creativa, ma c'è qualcosa che questa scuola non insegna. Non si può trasmettere maturità ed esperienza, si può sperimentare una visione critica; ma il passaggio dalla teoria a un atteggiamento esistenziale, è una cosa che non si può insegnare, che solo l'esperienza di prima mano e l'apertura al mondo possono dare o stimolare. Gli allievi escono con una certa tonicità muscolare - per tornare all'analogia con l'atleta - ma non sono in grado di giocare tutta la partita. Possono scendere in campo solo quelli che osano. La cosa interessante e seducente di questo progetto di Bolaño, e credo sia quello che richiama e assorbe l'attenzione degli allievi, è che si tratta di un progetto al contempo romantico e d'avanguardia.
Alberto Fuguet: Sì, assolutamente.
Rodrigo Rojas: Un progetto che assorbe tutti i linguaggi e vuole accostarsi all'esperienza, vuole avvicinare il pensiero e la critica all'azione, e anche nella riflessione, nella scrittura; e vuole cancellare tutte queste differenze trasformandosi in una specie di vortice che comprende tutto, in uno scenario che non è fisico ma emotivo, ma non per questo meno intelligente e meno informato. In questo vortice, chiaro, ci si può perdere, e forse è la cosa migliore che può succedere a un lettore. Ma passare dall'imitazione a una voce propria è una lezione che... Insomma, io non ho ancora scoperto come si fa, e dunque non saprei come lo fanno gli studenti.
Cecilia G. Huidobro: Alberto, vuoi aggiungere qualcosa?
Alberto Fuguet: No, sono completamente d'accordo con Rodrigo. Si parla già di "bolañitos", dicono gli editori. Però qui non stiamo analizzando gli allievi di Bolaño ma il fatto incredibile che Bolaño sia riuscito ad arrivare a questo. Mi sembra che ce l'abbia fatta un'altra volta.
Cecilia G. Huidobro: Fino in California.
Alberto Fuguet: Vorrei tornare all'immagine del cane meticcio o bastardo, del "mutt", come si è definito giorni fa Obama quando gli hanno stupidamente chiesto quale cane avrebbe comprato alle figlie: "Comprerò un meticcio come me, un cane di razza mista". Mi spingerei a dire che in questo senso almeno dai tempi di García Márquez non c'è stato un autore latinoamericano destinato a segnare tanto il modello internazionale. E probabilmente avremo degli imitatori. E la mia impressione è che tutti gli insegnamenti descritti da Rodrigo, tutti i decaloghi di cose che stanno in Bolaño vengano intesi soprattutto là dove la gente è meticcia, ha più identità o è borderline.
Cecilia G. Huidobro: Cioè l'America Latina.
Alberto Fuguet: L'America Latina, ma anche l'Inghilterra, l'Africa, le città in cui la gente ha due o tre razze che si incrociano... Credo che non sia un caso che Bolaño sia ossessionato dalla frontiera Stati Uniti-Messico, che probabilmente è la frontiera più famosa del mondo, in tutti i sensi, liminale e antropologico. E poi la parola "border" significa più cose: è la frontiera, ma il "borde" è anche una malattia psichiatrica, una scissione. Le opere di Bolaño producono reazioni forti in chi non ha identità, perché le persone che si interrogano sulla propria identità finiscono per ritrovarcisi. Ma qui entra in gioco quello che dice Rodrigo sull'aspetto emotivo, perché altrimenti sarebbero solo lunghi trattati insopportabili.
Cecilia G. Huidobro: Sì, perché si tratterebbe probabilmente di psicoanalisi.
Alberto Fuguet: E credo anche che gli Stati Uniti abbiano ancora una volta contribuito... Perché gli Stati Uniti portano tutto a un certo livello, e gli danno la fama ma lo aiutano anche a essere meno intellettuale. A me sembra abbastanza pop. A loro piace anche quello che a me pare molto trash: un altro scrittore non si sarebbe accostato a certi temi come ha fatto lui. Bolaño è molto interessato al mondo della pornografia, tema a cui, un grande scrittore sudamericano non dovrebbe dedicarsi nemmeno nel tempo libero.
Cecilia G. Huidobro: O almeno confessarlo.
Alberto Fuguet: O confessarlo. Se si analizza la pornografia si scopre che è un'invenzione completamente letteraria perché i film pornografici sono tutti uguali, finiscono tutti allo stesso modo. E io personalmente non sono un fan del porno, non possiedo collezioni pornografiche e mi ha sempre annoiato la gente che dice "Ah, non so dove viene la grande attrice. Faranno un omaggio A Biarritz alla famosa attrice porno".
Mi sembra che l'altra opzione sia come intellettuale pop freak. E a Bolaño interessa molto, come mi raccontava un amico che sta seguendo la tesi di un alunno alla Corneille University su "la pornografía e Bolaño". Però chiaramente la pornografia è come inventare qualcosa che non esiste. Vale a dire, le attrici non sono attrici… è una specie di mitizzazione del mondo della pornografia no ?
Dopo c'e' anche il tema dei serial Killer no ? E l'attenzione verso le mattanze : ammazzano e ammazzano In continuazione, incluso in 2666. Per esempio in Tra parentisi, è una ossessione, era qualcuno che guardava il cinema ed era anche qualcuno che scriveva di cinema.
Non è Manuel Puig ma io credo che lo abbia letto. Per esempio, mi piace che il suo personaggio sia ossessionato da Fat City di John Huston

, che parla di pugili perdenti e che ho sempre molto amato. Improvvisamente mi viene da dire: "Bolaño si intendeva anche di cinema". Devo fare una confessione: io temevo un po' Bolaño, temevo sempre che mi avrebbe attaccato. Alla fine me la sono cavata per un pelo, no ? E dato che non lo conobbi mai, forse non commisi nessun errore…
Cecilia G. Huidobro: Ho fatto delle ricerche e non ho trovato nessuna citazione. Confesso che ho controllato se Bolaño si fosse occupato di Alberto Fuguet.
Alberto Fuguet: No, io ho due citazioni: una positiva e una negativa, per cui sto in pari. [Risate]. Ma quando cominciò a diventare famoso, allora tutti dicevano: "Ah, - io l'avevo detto - è un genio"… io mi resi conto all'improvviso che malgrado quello che opinano gli altri anch'io voglio esprimere delle opinioni sugli autori che mi cambiano. E sentivo che anch'io avevo il diritto di leggerlo, malgrado lui non lo volesse. Perché disse un'altra cosa interessante: "Voglio che mi leggano solo alcune persone", e anche questa è una cosa molto da adolescenti. L'altro giorno qualcuno mi ha detto: "Bisogna uccidere Bolaño"; ma è molto stupido pensare questo
Cecilia G. Huidobro: una manifestazione di invidia
Alberto Fuguet: No, non si trattava di uno scrittore ma di un lettore. Ma mi ha detto: "Mi dà fastidio che lo stia leggendo gente che non è come me, perché sono sicuro che ci siano un mucchio di persone che vivono in certi quartieri, che hanno un'auto e una casa, che lo leggono e non lo capiscono". E io ho detto: "Ma non essere così... così talebano". E lui ha detto che a Bolaño non sarebbe piaciuto essere letto da gente di una certa classe sociale o che vota in un certo modo... E poi diceva anche che a Bolaño non sarebbe piaciuto finire sul New York Times, com'è successo questa settimana. E io gli ho detto: "Non credo. Non credo che gli abbia dato fastidio". [Risate].
Che altro? Be', io credo che il tema dei nazisti, in fondo, sia molto pop. I nazisti sono un'invenzione quasi letteraria, con questo attribuire un aspetto divertente a la letteratura nazista in America. È quasi un trattamento da fumetto. Stavamo dicendo con Rodrigo che il suo ultimo libro pubblicato, o forse il penultimo, è di videogiochi. Mi sembra che ci sia un Bolaño per tutti e di averne trovato uno cui posso sentirmi vicino, e ieri sera è stato affascinante anche leggere Tra parentesi, che è un gran libro. Per esempio è famoso quando scrive che molta gente lo ha letto male, e allora comincia a prendere tutti a pugni e dice che l'unica cosa buona che ha fatto Vargas Llosa è uscire a correre la mattina. Quando l'ho letto non mi è piaciuto, personalmente mi ha dato fastidio. [Risate.]
Cecilia G. Huidobro: Correre la mattina?
Alberto Fuguet: No, mi piacerebbe correre la mattina. [risate]. Trovo invidiabile che Vargas Llosa vada a correre la mattina. E ora, con il tempo, penso che fosse geloso perché la sua salute non gli permetteva di correre. [Risate] Però poi uno legge e può anche dire: che persona amareggiata, che brutta persona, che sciocchezza preoccuparsi di attaccare Vargas Llosa da quel lato, visto che lo si può attaccare da tante altre parti. Tuttavia leggo qualcosa di incredibile che avevo dimenticato.
Credo che questo accento polemico sopra le righe fosse pretestuoso e gratuito perché butta li una frase memorabile, a beneficio dei posteri. Credo che abbia scritto questo discorso molto rapidamente, e questo è un po' il suo lato adolescenziale, però dopo, da adulto, alla fine del libro scrive quello che pensa de I cuccioli e Storia di Mayta, due romanzi di Vargas Llosa che sono passati quasi inosservati. Di fatto, Storia di Mayta viene considerato da molti la sua opera peggiore, o la più strana, il suo grande fiasco. E ancora una volta, dato che a Bolaño piacciono i fallimenti, il fallimento è il miglior modo di trionfare. Tratta in modo impressionante Storia di Mayta e I cuccioli: mi sembra che nessuno abbia mai scritto di Vargas Llosa - il grande nemico, l'uomo del sistema - come ha fatto Bolaño. Pertanto Bolano è un personaggio molto interessante e soprattutto ti fa venire voglia di leggere e ti fa venire anche voglia di scrivere come dimostra il fatto che ebbe molti alunni; Credo che sia una buona combinazione.
trad. Manuela Vittorelli
migrazioni*** Universidad desconocida *** cane randagio
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