articolo di Silvina Friera uscito sul quotidiano argentino “Página/12” in occasione di un omaggio a Roberto Bolaño durante la prima edizione del Festival Internazionale di Letteratura a Buenos Aires (FILBA) del 2008.
Nell’articolo sono riportati giudizi critici degli scrittori Alberto Fuguet, Alan Pauls, Alejandro Zambra, Martín Kohan e Juan José Becerra, e di Cecilia García Huidobro, direttrice della Cattedra Bolaño.
A cinque anni dalla sua morte, Roberto Bolaño viene venerato come il nuovo demiurgo della letteratura. Consacrato con
I detective selvaggi
(1998), romanzo che gli valse i premi Herralde e Romulo Gallegos –anche se il suo prestigio era già in rialzo grazie a libri precedenti come
Stella distante
e
La letteratura nazista in America
, entrambi del 1996 –, il narratore e poeta cileno, lottatore e provocatore di professione, “una specie di teppista surrealista”, ebbe il coraggio di prendere a calci la scacchiera del canone, mescolando le carte della tradizione con quelle del rinnovamento. Accostava i libri per affinità, secondo la simpatia per l’autore, a cominciare da Borges. Bolaño ha inventato i suoi predecessori, ha riscritto la tradizione e in pochi anni, con la certezza che sarebbe morto presto, ha ricostruito l’albero genealogico della nostra letteratura.
Ha conquistato rapidamente il riconoscimento quasi unanime della critica, il rispetto e la devozione di molti scrittori e il fervore incondizionato dei giovani lettori e scrittori in America Latina. Infine, le tragiche circostanze della sua morte, o meglio la lunga malattia che lo ha assediato fino alla morte il 15 luglio 2003, lo hanno per sempre trasfigurato in un personaggio letterario.
Ora che verrà ricordato nella prima edizione del Festival Internazionale di Letteratura di Buenos Aires (FILBA), forse qualcuno ricorderà Arturo Belano, quel personaggio che, come molti altri nei Detective selvaggi, cammina all’indietro,
“di schiena, guardando un punto, ma allontanandosene in linea retta verso l’ignoto”. Forse l’opera di Bolaño sta passando in quel punto dove ciò che è vicino si allontana per poi tornare ad avvicinarsi. Durante quella che sarebbe stata la sua ultima apparizione pubblica, al congresso dei giovani scrittori al quale partecipò nel 2003, a Siviglia, Bolaño mise un titolo premonitore alla sua conferenza di chiusura: “
Siviglia mi uccide”.
“Da dove viene la nuova letteratura latinoamericana? La risposta è semplicissima. Viene dalla paura. Viene dall’orribile (e in qualche misura abbastanza comprensibile) paura di lavorare in un ufficio o di vendere chincaglierie nel Paseo Ahumada. Viene dal desiderio di rispettabilità, che è solo una copertura della paura”,
diceva lo scrittore.
Non praticò mai l’indulgenza e si potrebbe dire addirittura che godeva nell’essere impietoso con gli scrittori già affermati.
“Francamente, a prima vista siamo un gruppo miserabile di trentenni e quarantenni e qualche cinquantenne che aspetta Godot, che in questo caso è il Nobel, il premio Rulfo, il Cervantes, il Principe d’Asturia, il Rómulo Gallegos”
,
così Bolaño fustigava buona parte della sua generazione in quest’ultima conferenza.
“Il fiume è ampio e tumultuoso, e dalle sue acque affiorano le teste di almeno venticinque scrittori sotto i cinquanta, sotto i quaranta, sotto i trenta. Quanti di loro affogheranno? Io credo tutti”.
Rischiando di sembrare ottimisti, possiamo già dire che almeno Bolaño non affogherà. Anticipando i dibattiti che s’intavoleranno al Filba,
Alan Pauls
, Juan José Becerra Kohan, Martín Kohan,
Alejandro Zambra
, Alberto Fuguet e Cecilia García Huidobro , direttrice esecutiva della Cattedra Bolaño, creata nel luglio 2007 all’università Diego Portales, tracciano per Pagina/12 alcune coordinate che permettono di interpretare il fenomeno generato da Bolaño, così vicino e selvaggio.
“La Cattedra” spiega Cecilia García Huidobro
“non vuole essere un altare dal quale rendergli un tributo, perché sarebbe un modo di tradirlo. Pensiamo piuttosto che è bello ogni tanto fregare la pazienza, come lo stesso Bolaño raccomandava. Si tratta proprio di ispirarsi al suo spirito critico e irriverente, per creare uno spazio di dibattito latinoamericano, una cosa di si sente un grande bisogno in questi giorni”.
La riconciliazione fra Kerouac e Borges
“Bolaño attraversa con un’efficacia stupefacente due tradizioni fra loro ostili: la tradizione avventuriera, selvaggia, spontaneista, della narrativa beatnik y l’erudizione, la raffinatezza culturale e la densità letteraria della narrativa ‘intellettuale’”, spiega Alan Pauls.
“Praticamente fa congegnare due linee letterarie che erano antagoniste: Kerouac e Borges, potremmo dire. Mi sembra che tutti gli scrittori che lavorano su questo tipo di ‘riconciliazioni’ producano un effetto liberatorio, di entusiasmo, contagio e vitalità. Sono scrittori che rendono possibile la letteratura. Credo che sia questo che le nuove generazioni trovano in lui: un orizzonte di possibilità. E ovviamente anche l’aura della morte prematura influisce”.
.
Cecilia García Huidobro riconosce che il canone è molto simile al gioco delle sedie musicali.
“Quando finisce la musica, solo in pochi hanno un luogo nella posterità. Per questo motivo nel mondo letterario niente produce più ‘reazioni’ del successo. Bolaño ha costruito un’opera nuova all’interno della tradizione, ha realizzato cioè un ampliamento alla costruzione letteraria che esisteva fino ad allora, usando gli stessi materiali, ma rinnovando profondamente l’architettura”, dice la direttrice della Cattedra Bolaño.
“Mi chiedo se bisogna situarlo nel post-boom, o porsi la questione di classificarlo come un anticipatore o come un bluff. Perché? Invece di mitizzarlo come fanno alcuni o di combatterlo come piace fare ad altri, propongo di leggerlo. È possibile trovarci una storia obliqua degli ultimi decenni dell’America Latina, bassezze, paure e fantasie di un mondo piuttosto perplesso; racconti impressionanti e divertenti allo stesso tempo.”
L’ultimo scrittore latinoamericano
Juan José Becerra afferma che, rispetto agli scrittori della sua generazione, Bolaño è l’unico ad avere una produzione e una biografia concluse.
“È uno scrittore di quest’epoca che ha gravita come un classico rispetto ai suoi contemporanei. È un contemporaneo che parla dal passato. C’è nella sua figura una combinazione di opera moderna e vita romantica irresistibile per qualsiasi lettore. Ma soprattutto Bolaño è l’ultima manifestazione di scrittore latinoamericano che conosciamo. È l’ultimo scrittore del Sudamerica che ci da un’‘immagine’ latinoamericana fatta di migrazioni, marginalità, militanza su postulati estetici radicali (forse più radicali nella teoria che nei fatti) e una pazienza d’artista che conferiscono alla sua vita un elemento epico. E credo che sia anche l’ultimo scrittore del ‘boom’, una corporazione alla quale non mancò il mito dello scrittore rivoluzionario, né dello scrittore nomade, ma alla quale mancava quello dello scrittore romantico. Su questo mito personale oscuro e sfortunato si costruiscono i suoi straordinari libri, soprattutto Stella distante, I detective selvaggi e 2666 che, secondo me, formano l’opera completa di Bolaño”.
Secondo Alberto Fuguet, c’è un insieme di ragioni che hanno convertito Bolaño in uno “scrittore faro” per le nuove generazioni.
“Penso che ci siano due fattori chiave in questo erigersi come un faro: uno è che il suo capolavoro, I detective selvaggi, parla dell’essere giovani, dell’essere scrittori, latinoamericani, del creare per vivere, dello scrivere per crescere. Diventa una sorta di manuale su come scrivere o su come sopravvivere facendo lo scrittore. Ci sono molti scrittori nelle opere di Bolaño e molti giovani, credo che sia per questo che è un autore tanto amato e riverito dai giovani autori. L’altro fattore è che è stato un autore globale, quasi McOndo [allusione al movimento letterario anti-realismo magico nato con l’antologia omonima, a cura di Alberto Fuguet e Sergio Gómez; ndr.],
un autore di frontiera, un viaggiatore che ha scritto opere messicane, cilene, spagnole, e anche naziste. Bolaño si spostò molto e integrò quei viaggi nelle sue opere. Non andò a Barcellona per rimpiangere il suo paese, e in questo è contemporaneo e liberatore: anche per questo è un faro”.
Alejandro Zambra sottolinea che l’opera di Bolaño non è docile né tranquillizzante.
“I suoi libri conservano un lato illeggibile, l’impronta di una necessità. In ogni caso credo che il desiderio di Bolaño, piú che uccidere il padre, era quello di avere molti padri, e si riservava il diritto di sceglierseli, di creare i suoi precursori, primo fra tutti Borges”, spiega l’autore di Bonsai. Martín Kohan aggiunge che, fra i tanti argomenti possibili,
“Bolaño ha recuperato una particolare potenza per la narrazione letteraria, senza per questo soccombere all’assurda necessità di raccontare belle storie”.
I libri rubati del cileno goleador
García Huidobro racconta che l’anno scorso una rivista cilena ha pubblicato un articolo sui libri più rubati nelle librerie di Santiago. “Indovina la risposta” chiede con malizia.
“Ebbene sì, l’amico Bolaño guida la classifica con ben due titoli. Risulta che I detective selvaggi seguito da 2666
superano Dan Brown e Isabel Allende nella pratica di infrangere il settimo comandamento. È quel che si dice avere dei lettori fedeli, disposti anche a sfidare le leggi divine pur di leggerlo”. Zambra aggiunge al lato B dell’intrigo sul furto di libri la parte che mancava per completare, in parte, il mosaico di aneddoti cileni.
“Da un po’ di tempo a questa parte, ogni successo di Bolaño è vissuto in Cile come un trionfo nazionale. È come se vincesse la nazionale di calcio, cosa che succede raramente. È successo da poco ed è stato fantastico, ma non ci piace ricordare che Marcelo Bielsa è argentino e che il grande Mati Fernandez è nato a Caballito. Al principio a Bolaño non gli riconoscevano la nazionalità, lo presentavano come uno scrittore messicano o spagnolo o extraterrestre. Ora lo presentano come un cileno importante e goleador”, ironizza Zambra. A parte il fatto che Bolaño in vita si prese la briga di impallinare alcuni scrittori (diceva che leggere Skármeta gli dava il voltastomaco e che Isabel Allende non era una scrittrice), Fuguet sostiene che Bolaño voleva sentirsi parte della letteratura cilena.
“Non solo si è guadagnato uno spazio in poco tempo, ma ora è sicuramente uno degli autori di riferimento. Viene letto molto, prestato, comprato, plagiato, imitato, citato, ammirato. Ha raggiunto il successo molto rapidamente in Cile. Prima che in Spagna, credo”.
L’incantatore di serpenti
Come si relazionano lettori e scrittori con l’opera di Bolaño? Kohan risponde che lo scrittore cileno ha fatto una lettura
“estremamente intelligente” di una parte
“molto ben selezionata” della tradizione letteraria latinoamericana.
“L’ha letta e l’ha riscritta, e allo stesso tempo l’ha inventata, che è ciò che fanno i bravi scrittori. A me piace particolarmente La letteratura nazista in America, il primo libro suo che ho letto”. Per Zambra sono 2666, I detective selvaggi e Amuleto i suoi libri migliori.
“Però Bolaño ha costruito un’intera letteratura, anche le sue poesie meno riuscite acquisiscono valore all’interno della sua produzione. Mi piace pensare che in un certo modo le poesie di Bolaño sono le poesie che scrivevano i personaggi di Bolaño”, dice Zambra.
“Mi piace molto il primo romanzo di Bolaño che ho letto, Stella distante, che è un libro perfetto, e così pure i due romanzi più lunghi, I detective selvaggi e 2666” spiega Alan Pauls.
“Mi interessa il modo in cui la sua narrativa si alimenta della mitologia delle avanguardie artistiche, spostando l’attenzione dal campo della pratica (nessuno dei poeti dei Detective selvaggi scrive neanche una riga) a quello delle ‘storie di vita’, gli immaginari personali, l’avventura esistenziale. C’è un biografo straordinario in Bolaño. E mi interessa anche la sua traiettoria: come completa e conclude il genere del grande romanzo latinoamericano con I detective selvaggi, e come è capace poi di scrivere il mostruoso 2666, che è già un romanzo di un altro mondo, scritto praticamente dall’aldilà. Terminare una dinastia è difficile, ma è sempre più facile che aprirne una nuova. Bolaño ha fatto entrambe le cose.”
Con calma, senza mitizzazioni. Così Fuguet si lega all’opera di Bolaño. All’autore di Las peliculas de mi vida sembra che Bolaño fosse “molto più pop” e interessato alla cultura popolare di quanto la gente pensi.
“È un autore legato al cinema, al porno, ad altri scrittori. E certamente una dei suoi grandi contributi è la rilegittimazione dell’idea di frammento e di frontiera, che arriva all’estremo con 2666, un romanzo in parte ambientato in una frontiera”.
García Huidobro assicura che l’opera di Bolaño
“riesce a essere un incrocio di strade fra la tradizione e il rinnovamento; fra la letteratura cilena, messicana, argentina, peruviana; fra l’alta letteratura e i cosiddetti generi meticci come il racconto poliziesco. Come dice Borges –l’immancabile citazione di Borges – un autore inventa i propri predecessori, è ciò che si dice riscrivere la tradizione. Bolaño lo ha fatto e nel farlo ha ricostruito l’albero genealogico della nostra letteratura”.
“È un uomo che ha combattuto per poter scrivere in piena libertà rispetto alle conventicole letterarie e alla cultura istituzionale, e che si è consegnato integralmente ai demoni della scrittura e alla schiavitù della lettura onnivora” aggiunge García Huidobro.
“Questo lo rese simile al modello della scrittore romantico, che pratica la scrittura come forma di esistenza. Questa atteggiamento, unito alla morte prematura, attraversata dall’eroismo dello sforzo di scrivere oltre le sue forze e oltre la malattia che gli minava la salute, lo rende un personaggio di un fascino quasi cinematografico”.
Eretico, innovatore, “figlio bastardo del boom”, “scrittore alla moda”. A cinque anni dalla sua morte, l’opera di Bolaño e la sua figura di scrittore continuano ad alimentare dibattiti e polemiche.
“Bolaño era un polemista, un provocatore di professione, una specie di teppista surrealista”, così lo definisce Pauls.
“Basta leggere il suo discorso di ringraziamento per il premio Rómulo Gallegos per comprendere il suo stile. Per il resto non vedo incompatibilità nel considerarlo uno scrittore di rottura e una moda. È un grande scrittore che va di moda, e continuerà a essere grande quando la moda sarà passata.”
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