.«In realtà, molte possono essere le patrie di uno scrittore, e a volte l’identità di quella patria dipende in grado sommo da ciò che in quel momento sta scrivendo. Molte patrie possibili, dunque, ma solo un passaporto, e quel passaporto è evidentemente la qualità della scrittura. Che non significa scrivere bene, perché quello lo può fare chiunque, ma scrivere meravigliosamente bene, e nemmeno quello, perché chiunque può scrivere meravigliosamente bene. Cos’è allora una scrittura di qualità? Quello che è sempre stato: saper mettere la testa nell’oscurità e saltare nel vuoto, sapere che la letteratura è un mestiere pericoloso. Correre lungo il bordo di un precipizio: da una parte l’abisso senza fondo e dall’altra le facce che si amano, i libri, gli amici, il cibo. Accettare questa evidenza, anche quando ci pesa più della pietra sepolcrale di tutti gli scrittori morti».
[ Roberto Bolaño, Caracas, Venezuela, cerimonia di consegna del premio Rómulo Gallegos 1998 - discorso di Caracas
-]
Roberto Bolaño è nato a Santiago del Cile nel 1953 e dopo il colpo di stato militare del 1973 ha vissuto l’esilio in Messico per trasferirsi successivamente in Catalogna. Ha iniziato a scrivere molto giovane, ma solo negli anni Novanta comincia a pubblicare racconti, poesie e romanzi che lo rivelano come uno dei più importanti scrittori contemporanei in lingua castigliana. Infatti, la figura di Bolaño si impone in pochi anni all’attenzione di critici e lettori. Non molti lo conoscevano prima della pubblicazione, in Spagna, nel 1998, del romanzo
I detective selvaggi 
, che ha subito meritato i principali riconoscimenti letterari in Spagna e America latina, e oggi è considerato uno spartiacque nella narrativa latinoamericana.
Il 15 luglio del 2003 ci arriva da Barcellona la notizia della morte di Bolaño, in un momento in cui ci si aspettava invece la pubblicazione di quello che secondo lo scrittore sarebbe stato il
suo romanzo più lungo e impegnativo 
, al quale lavorava da anni. La scomparsa prematura di questo scrittore, che aveva raggiunto la maturità letteraria ma era ancora lontano dall’aver esaurito la forza creativa, ha provocato nei suoi amici e lettori un grande dolore, e ha dato avvio, soprattutto in Cile, a una leggenda e a un culto che sicuramente crescerà con gli anni a venire.
Bolaño appartiene a una generazione latinoamericana che, a differenza di quella del cosiddetto “boom” degli anni Sessanta, si muove in un orizzonte culturale ormai definitivamente globalizzato, che non riconosce frontiere o limiti al proprio spazio immaginario. È vero che gli scenari e i personaggi rimandano quasi sempre al mondo americano o alle sue connessioni con la sponda europea, ma quel mondo non è più vissuto e trattato come un margine esotico che l’uomo europeo deve riscoprire con crescente meraviglia.
La scrittura di Bolaño – la sua voce, perché i suoi testi hanno molto della letteratura orale – affronta in un modo decisamente originale le complessità culturali, storiche, linguistiche latinoamericane, mettendo in atto una sorta di sobrietà formale il cui scopo dichiarato è quello di rompere e denunciare da una parte manierismi e pomposità di logore memorie barocche e dall’altra la dilagante piattezza stilistica che rende impossibile le distinzioni. Bolaño era uno scrittore che in quanto tale voleva vivere come un lottatore, come un instancabile lavoratore della parola e della pagina, lontano dai palcoscenici delle mondanità letterarie. Bolaño respirava letteratura, ha detto qualcuno, ma questo respiro riporta il testo letterario a una realtà che dev’essere continuamente decifrata, scavata, sconvolta.
Molti sono gli antenati di questo scrittore, non è il caso di ricostruire ora una genealogia, ed è ben visibile nella sua scrittura, nel suo stile (quanto sono preziosi e rari gli scrittori in cui si rivela immediatamente uno stile), una stratificazione di esperienza e di intimi contatti con svariate tradizioni, dalla letteratura antica ai moderni europei e americani. In questo, ma non solo in questo, Roberto Bolaño è un erede e felice continuatore dei fondatori della modernità ispanoamericana, quella che nella prima metà del novecento aveva saputo imporre la differenza e l’originalità rispetto alla letteratura peninsulare.
D’altra parte, nella sua opera è evidente la cifra autobiografica, anche se Bolaño stesso ha ripetutamente preso le distanze dalle interpretazioni banalmente memorialistiche dei suoi libri. Gli ultimi mesi nel Cile convulso dopo l’instaurazione della dittatura, la giovinezza in Messico vissuta in comunione con i giovani poeti ribelli, i primi anni di una difficile vita in Spagna quando esercita mille mestieri, costituiscono il nucleo portante del materiale biografico elaborato e trasfigurato nei testi letterari. Le voci narranti che si vanno dispiegando sono molteplici, ed emergono da un preciso contesto storico-geografico che mette in evidenza percorsi soprattutto letterari e politici: poeti o aspiranti tali, critici letterari, esuli politici, poliziotti o torturatori, prostitute illuminate o rappresentazioni in chiave di personaggi veri del mondo culturale ispanoamericano. I paesaggi cambiano – Messico, Cile, Spagna, Francia, Tanzania, Israele, Italia - ma la tensione interna che anima i protagonisti e le tante storie che Bolaño racconta e ricorda è inconfondibile, una forza delicata che spinge continuamente verso abissi sconosciuti.
Per scrivere belle storie, ha detto Bolaño, non ci vuole l’immaginazione, basta una buona memoria. Sembra questa una dichiarazione di principio sui meccanismi di passaggio dalla vita alla letteratura, che però nasconde anche una polemica con scrittori da lui considerati piuttosto come produttori industriali di storie. Programmatico è il titolo del romanzo Detective selvaggi, che racchiude perfettamente il senso del doppio binario lungo il quale procedono i personaggi e la scrittura stessa di Bolaño: da una parte l’indagine meticolosa, fredda, professionale sulle tracce del passato, portata avanti mediante impeccabili tecniche narrative e investigative, e dall’altra lo spazio impervio e inospitale, fuori dalle regole del cosiddetto vivere civile, nel quale ci si ritrova a fare i conti col presente sulla base del puro istinto viscerale. Insomma, la memoria come antidoto alla retorica, come materia inesorabile che ci impedisce di barare e che in definitiva ci condanna.
«In tutto ciò che facciamo siamo condannati a una irrimediabile sconfitta», ha scritto Bolaño, ed è questo il punto di partenza di una sfida, una scommessa giocata contro il tempo e le ragioni dell’estinzione.
Ma la memoria, nel caso di Bolaño, va assumendo un’estensione molto esplicita verso una dimensione collettiva. È di fatto una memoria generazionale (di quella scia di giovani latinoamericani sacrificati sull’altare di una rivoluzione impossibile) e una memoria letteraria, non semplicemente un vettore autobiografico. Ed è per questo che le molteplici strutture narrative che lo scrittore costruisce si adeguano internamente a un flusso di memoria che va prendendo forma man mano che si configurano le voci narranti. Il romanzo
Notturno cileno 
è forse l’esempio migliore della capacità di condensare la memoria come strumento letterario che illumina tutta un’epoca e un luogo nel segno, in questo caso, dell’oscurità e della discesa crepuscolare.
Memoria letteraria vuol dire qui anche memoria della società letteraria, dialogo con la tradizione, demistificazione della figura del letterato e del mondo che lo circonda, scelta e difesa di un canone personale. In ambito ispanoamericano Roberto Bolaño ha svolto infatti un ruolo di mordace polemista, invitando continuamente scrittori e critici a “scendere dall’olimpo” e riproponendo così la postura che da quarant’anni fa sua uno dei suoi maestri, l’antipoeta
Nicanor Parra 
,

che adesso saluta l’amico scomparso con i commoventi versi dell’Amleto:
The rest is silence
Now cracks a noble heart
Good night sweet prince
And flights of angels sing thee to thy rest.
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