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Nicola lagioia

Uno scrittore per il ventunesimo secolo (1/2)

saggio contenuto nel libro L'ultima conversazione, Ed Sur 2012

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' Uno scrittore per il ventunesimo secolo (1/2) '

Nicola Lagioia

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[prima parte]

Quando Roberto Bolano scrive I detective selvaggi, quello che fa è dire a Fuentes, a Garcia Mrquez, a Vargas Llosa: "Voi credevate di avere scritto i grandi romanzi latinoarnericani? Ebbene, vi siete sbagliati, questo è il grande romanzo latinoamericano". E mi pare che qui ci sia come il momento "teppistico" di Bolano.
[Alan Pauls, Bolano insostenibile , Filba 2008, Buenos Aires]

A parlare è lo scrittore argentino Alan Pauls durante una tavola rotonda dedicata a Bolaño, tenutasi il 18 novembre del 2008 in occasione del Festival Internazionale di Letteratura di Buenos Aires.nota Questa, che potrebbe dare l'impressione di una dichiarazione d'intenti per interposta persona, nasconde un paradosso della tradizione letteraria che giusto un autore come Bolaño è capace di sciogliere in un tutto coerente. Di solito l'approccio iconoclasta verso scrittori più anziani e più affermati e verso il loro mondo (il "teppismo", come lo definisce Pauls) è incompatibile con la scrittura di un capolavoro, a meno che le intemperanze siano solo rievocate - pur nel presente di un tempo verbale letterario - e l'ex teppista operi dall'alto di una presunta maturità.

Per intenderci: in tanto l'iconoclasta Stephen Dedalus è uno dei cuori portanti dell'Ulisse in quanto il Joyce che lo racconta (che fu Dedalus giovane età) ha già un piede nell'attempato Leopold BIoom, e l'altro nella suadente Molly. Per stare alla teoria più nota del Bloom critico letterario (Harold), i grandi scrittori sono ex figli ribelli che, scesi in agone contro i padri, hanno vinto l'ansia dell'influenza, affrancandosene - e persino quando, in contrapposizione con i loro maestri, se ne affrancano mantenendo una posizione strategicamente filiale (Beckett con Joyce), questo è possibile perché lo fanno comunque dall'alto delle ceneri raffreddate di un conflitto (da Molloy in poi, gli universi assurdi e desertici di Beckett sono antitetici rispetto alle affollare cosmogonie joyciane più per oggettività che per ansia di contrapposizione, avendo trovato non nella polemica ma in se stesse il proprio mito forndativo).

Al contrario, l'Arturo Belano che insieme a Ulises Lima vagabonda da un capo all'altro de I Detective selvaggi passando per mille lavori, cambiando e perdendo amicizie, scrivendo poesie, attaccando forsennatamente Octavio Paz e i suoi sodali, amando donne, dormendo all'addiaccío, in definitiva facendo della propria marginalità l'occasione e il pretesto di una polemica infinita, non solo rappresenta la giovinezza del Bolaño figlio di un camionista che in gioventù si trasferisce dal Cile in Messico, torna in Cile appena in tempo per assistere al golpe di Pínochet, viene incarcerato (come recita l'aglografia) a Concepcion, torna di nuovo in Messico, fonda con Mario Santiago Papasquiaro (di cui Lima è l'alter ego) l'Infrarealisino, uno dei più oscuri sgangherati pazzi e sfortunati movimenti nella vita letteraria latinoamericana degli anni Settanta... non solo in definitiva Arturo Belano è l'immagine caleidoscopica di una perduta età, ma (in modo pieno, irredento) è anche l'autore stesso alle prese con la macchina per scrivere proprio nell'attimo lunghissimo in cui scrive - a distanze ormai abissali dai fatti narrati - il primo dei suoi due grandi Romanzi.

Da qui il caso abbastanza raro di uno scrittore diventato classico facendo leva su un "teppismo" che altrimenti (quasi sempre) sarebbe quello degli epigoni frustrati. Da qui, soprattutto, l'impossibile sentimento di lontananza-vicinanza che pervade ogni pagina de I Detective selvaggi - se Arturo Belano riesce a essere ciò che Bolaño fu in un'altra epoca e non potrà più essere e, allo stesso tempo, incredibilmente, ciò che ancora dimostra di poter essere tra un rigo e l'altro, poche definizioni sono calzanti come quella di chi sostiene che alcuni libri di Bolaño sembrano scritti dopo la morte. Per quanto straniante, non saprei trovare un'immagine più efficace. Anche perché, convinto come sono che molti aspetti della letteratura di Bolaño abbisognino ancora di qualche tempo per venire pienamente compresi, alcuni strumenti di misurazione necessari a definirli magari non sono ancora stati brevettati.

Ma sarà poi vero che monumenti del Novecento sudamericano quali Cent'anni di solitudine o La guerra alla fine del mondo hanno qualcosa da temere al cospetto de I Detective selvaggi o di 2666? Se ci atteniamo all'impatto sociale e alla fortuna editoriale di questi libri e dei loro autori, allora la risposta è no. Non ancora. Non nel futuro più immediato, insomma. Se invece interroghiamo quel ben più seducente oracolo della letteratura d'invenzione che fa pronostici affidandosi a parametri quali innovazione, tensione estetica, disvelamento di misteri attraverso misteri più profondi, ma soprattutto tenendo conto del modo con cui determinati libri spalancano sentieri al principio poco frequentati, e che però col passare del tempo si allargano a ritmi sempre più incalzanti lasciando disabitate le vecchie strade consolari (l'inesorabile processo che rende il pur bravissimo Sherwood Anderson il grande cantore della provincia statunitense solo fino a quando il mondo si accorge che proprio un suo allievo, William Faulkner, ha nel frattempo scritto L'urlo e il furore, Mentre morivo e Assalonne, Assalonne!), allora Garcia Marquez, Vargas Llosa e Carlos Fuentes farebbero bene a nutrire qualche preoccupazione, aggravata dalla scomoda circostanza di ritrovarsi nei panni di vecchi e potenti padri di famiglia sopravvissuti a un figlio ribelle che dopo morto rompe le scatole ancora più di prima.

In realtà, la polemica di Bolaño verso questi mostri sacri è anche più aspra e più insolente di quella di un figlio ripudiato. Più che padri, rischiano di essere per lui infatti dei talentuosi usurpatori. Non è il pur grande Garda Marquez il padre di noi tutti, sembra dirci Bolaño, non è Vargas Llosa e non é Fuentes - soprattutto tenendo conta che dalle loro foratisi sono poi abbeverati i veri responsabili del crollo della più nota letteratura latinoamericana verso il terribile e fragoroso seppure molto remunerativo kitsch di Stato che tanto sembra piacere al pubblico pagante (uno su tutti la signora Isabel Allende, ricorrente e molto risentito bersaglio del nostro). Più che padri, i mostri sacri della letteratura sudamericana rischiano di essere allora dei padrini, maggiormente sensibili agli onori che alle sfide quando il gioco attraverso il quale le hanno trionfalmente condotte comincia a mostrare (letterariamente) la corda. Bolaño non ha ovviamente difficoltà nel riconoscere la forza dei migliori Vargas Llasa e Garcia Màrquez Dice nell'intervista a cura, di Héctor Soto e Matías Bravo:

L'opera di Vargas Llosa […] é immensa, Ha migliaia di entrate e migliaia di uscite. E anche quella di Garcia Marquez. Il problema è che sono personaggi pubblici. Non si tratta di due figure meramente letterarie. Vargas Llosa è stato candidato alla presidenza del sud paese. Garcia Marquez è un uomo di grande peso politico, molto influente in America Latina. Questo falsa un po' le cose, ma non dovrebbe far perdere di vistat il loro livello letterario. Sono superiori. Superiori a quelli che sono venuti dopo e di sicuro anche agli scrittori della mia generazione, Libri corne Nessuno scrive al colonnello sono semplicemente perfetti.
[Intervista a Bolaño, di Héctor Soto e Matías Bravo]

 
E tuttavia qualche anno dopo, in un'altra intervista, rilasciata poco prima di morire, nel 2003, a Raul Schenarcli, Bolaño rimescola le carte e, insieme, approfondisce fi concetto:
Io credo che fondamentalmente sia soprattutto per paura che Garcia Marquez si vede sempre più come il più grande scrittore colombiano di tutti i tempi, o Vargas Llosa conte il miglior scrittore peruviano. Tutti gli scrittori latinoamericani, e penso anche gli spagnoli, in fondo hanno molta paura e cercano di assicurarsi il pantheon post mortem. Io non ho mai avuto paura della morte e inoltre non credo nel pantheon. [...] guarda, quando finisce è finita e non nesta niente, perciò io sto con Borges quando disse: Dopo la morte, verrà l'oblio, e molte teste di cazzo gli dicevano: Ma no, Maestro, dopo la sua morte resteranno i suoi libri. Lui li ascoltava e doveva pensare: che bel branco di imbecilli! Perché lui alludeva all'oblio nel senso più ampio del termine, vale a dire: la Terra finirà, il Sole finirà, tutto finirà…. L'oblio 'e un destino comune di tutto, non solo degli esseri umani, e in questo senso gli scrittori latinoamericani che si pongono sempre questo obiettivo che sta fra il clericalismo e la vigliaccheria, be', cercano di assicurarsi il pantheon post mortern, e il modo migliore per farlo è diventare lo scrittore nazionale di un paese.
[Intervista a Bolaño di raul Schenardi]

Ho l'impressione che all'apice di questi momenti Bolaño si senta un po' l'amico immaginario di Amleto che dà man forte al principe di Danimarca nel tentativo di di-mostrare al mondo quanto Claudio sia un usurpatore, e come il fantasma di Amleto senior (consustanziale in qualche modo al ruolo dell'amico immaginario? l'unica filiazione in via diretta che Bolaño riesca a tollerare?) sia il vero padre del Regno. Per quanto prodigioso, non sarebbe insomma il realismo magico lo strumento estetico più efficace per scavare nel cuore dell'America Latina, e non le tutto sommato ordinate sperimentazioni di un Vargas Llosa, e men che mai ovviamente la cotonata scuola gastronomica della Allende o i finti deliri castanediani di Coelho. li Sudamerica è un continente verticale, molto più notturno di quanto al resto del mondo piaccia immaginare - quando ha bisogno di mettere in scena il proprio carnevale macabro non si fa problemi a indossare la maschera mortifera di Pínochet, o a grondare il sangue di Piazza delle Tre Culture, o a compiacersi con la vaporizzazione di migliaia di desaparecidos. È, tra l'altro, per i nati nella seconda metà del Novecento, la terra in cui ogni illusione o utopia viene uccisa e scaricata in mare.

"I detective selvaggi [...] è una riflessione, o tenta di sviluppare una riflessione, sul fallimento di una generazione di latinoamericani - e non solo latinoamericani - che in qualche modo ha creduto nella rivoluzione- e probabilmente, se la rivoluzione in cui credevamo avesse trionfato, saremmo finiti in un gulag"
[Intervista a Bolaño di Raul Schenardi]

sempre Bolaño a Schenardi; e ancora, nell'intervista con Héctor Soto e Matias Bravo:

"A dire il vero, per me l'idea di rivoluzione era già svalutata quando avevo vent'anni. A quell'età ero trotzklsta e in Unione Sovietica vedevo una controrivoluzione, Non ho mai avute la sensazione di camminare nella stessa direzione della Storia. Al contrario, mi sentivo abbastanza calpestalo. Credo che queste si noti nei personaggi de I Detective selvaggi [ ..] mi sento un sopravvissuto nel senso più letterale del termine. Non sona morto. Dico così perché molti dei miei amici sono morti, o in lotte annate rivoluzionarie o per overdose o di Aids. Anche se poi ce ne sono altri che sono diventati personalità illustri della letteratura di lingua spagnola".
[Intervista a Bolaño, di Héctor Soto e Matías Bravo]

O ancora meglio, per dirla con una definizione che Bolaño utilizza per un proprio racconto: l'America Latina è stato il manicomio d'Europa come gli Stati Uniti ne sono stati la fabbrica. E allora, saio accettando di scendere nella notte di questo manicomio - gradino dopo gradino, fino alla più profonda e nascosta e sotterranea delle celle d'isolamento - è possibile arrivare nel luogo segreto dal quale l'America Latina parla (dísvelandola) per l'intera cultura occidentale.

In questo modo, onorati i "padri della patria" con quel particolare tipo di tributo che in mano a Bolaño diventa un'arma per disfarsene ("libri come Nessuno scrive al colonnello sono semplicemente perfetti"), i compagni di viaggio dello scrittore cileno diventano altr. Innanzitutto. Julio Cortazar, che non a caso - nonostante la differenza d'età - l'autore di 2666 percepisce come un "fratello maggiore", e i cui sentieri tracciati attraverso gli ipertesti profetici di Rayuela acquistano retroattivamente ancora più vigore proprio grazie a libri come I detective selvaggi e 2666. ("Mi commuovono i giovani di acciaio che leggono Cortazar, dirà nell'ultima intervista a Monica Marístain .) Un altro fratello maggiore potrebbe essere il desaparecido Héctor Oesterheld, il geniale inventore dell'Eternauta finito vittima della dittatura argentina (scomparso manu militari nel 1977 così come í ragazzi della generazioni successive - Arturo Belano, Ulises Lima e i loro compagni si perderanno da se in un continente popolato ormai di spettri, rendendo tra le altre cose, nelle parole del suo autore, I detective selvaggi:

una lettera d'amore e un saluto alla mia generazione, a quelli che hanno scelto la militanza e la lotta e che hanno dato quel poco che avevano e quel molto che avevano, la giovinezza, a una causa che per noi era la più generosa del mondo. L'intera America Latina è disseminata di ossa di questi giovani dimenticati.
[ Discorso di Caracas ]
Poi c'è il fantasma di un personaggio letterario: il console Firmin, alter ego di Malcolm Lowry . Il debito nei confronti di Sotto il vulcano è dichiarato sin dall'epigrafe dei Detective selvaggi
"Lei vuole la salvezza del Messico?
Vuole che Cristo sia il nostro re?"
"No"

e, citazione a parte, mette semmai ancora più in evidenza come i due più grandi romanzi sul Messico degli ultimi sessant'anni siano stati scritti da non messicani. Un altro fratello maggiore è Juan Carlos Onetti, mentre il gemello non sopravvissuto al parto della notorietà è appunto Mario Santiago (poeta messicano e migliore amico di Bolaño, per colmo di tristissima ironia morto nel 1998, proprio l'anno d'uscita dei Detective selvaggi). Per ciò che riguarda il molto venerato Jorge Luis Borges, l'argentino è per Bolaño più un padre dichiarato che reale (i ricalchi delle mise en abyme prese dall'Aleph o da Finzioni sono la parte più debole e meno matura della produzione di Bolaño, la sola veramente epigonale, almeno fino a quando il cileno non imparerà a considerare Borges la propria stella distante, un astro a cui guardare con ammirazione e sotto il quale magari scaldarsi un po' evitando di avvicinarsi troppo), mentre un nonno piuttosto credibile, sebbene più giovane di Borges, potrebbe essere il José Lezama Lima di Paradiso. Queste ascendenze, oltre che rícostruire soltanto parzialmente la generosa ricerca di sintonia e polemica condotta da Bolaño all'interno dell'America Latina, evidenziano anche quale sia l'altro continente con cui gli è piaciuto intrattenere i rapporti più intensi (l'Europa, verso cui Borges e Cortazar e Lezama Lima lanciano continuamente ponti) e quale sia quello con cui invece ne ha intrattenuti meno (gli Stati Uniti del ventesimo secolo).

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NOTE


Al filba festival di Buenos Aires del 2008, furono dedicate a Bolaño tre tavole rotonde:

Festival internazionale di letteratura Buenos Aires - FILBA 2008: le tavole rotonde.

Verso Roberto Bolaño: lo scrittore insostenibile, con Juan Villoro, Alan Pauls y H. C. Moya
Dopo Bolaño: con Juan José Becerra, Gonzalo Garcés e Martín Kohan
Scenari: con Rodrigo Rojas, Alberto Fuguet e Cecilia Huidobro
Roberto Bolaño. La ricostruzione dell’eroe letterario , di Silvina Friera torna su

 
Per approfondimenti sulla biografia di Bolaño rimandiamo all'indice torna su

 
la frase è tratta da I miti di Chtulhu:

“L'America Latina è stata il manicomio d'Europa così come gli Stati Uniti ne sono stati la fabbrica. La fabbrica ora è in mano ai caposquadra, e i matti evasi dal manicomio ne sono la mano d'opera. Il manicomio, da più di sessant'anni, sta bruciando nel proprio olio, nel proprio grasso.’
[I miti di Chtulhu in Il gaucho insostenibile pag. 170] torna su

Sulle influenze di Cortazar e Borges dice Alan pauls

Bene, io direi che Borges appare costantemente in Bolaño, ma quel che è curioso è che Bolaño era un fanatico di Borges che scriveva come Cortazar, la qual cosa è assai curiosa, diciamo. Perchè ovviamente, un libro come La letteratura nazista in America, è un libro totalmente borgesiano, così com’ è J.R. Wilcockiano, detto questo, un romanzo come I detective selvaggi è senza dubbio un romanzo più cortazariano che borgesiano. Io credo che forse Bolaño usava Borges per preservarsi dai rischi di Cortazar, per essere cortazariano nel migliore significato della parola e non nel peggiore. Borges come una specie di sistema di precauzioni.
[Alan Pauls, Filba, Bolaño insostenibile]


                 In un breve articolo su I detective selvaggi, compreso su Tra parentesi, Bolaño conclude:

Da un parte credo di vederci una lettura, una delle tante che sono state fatte, dell'Huckblerry Finn di Mark Twain; il Mississippi dei Detective é il flusso delle voci della seconda parte del romanzo. Ed é anche la trascrizione, più o meno fedele, di un segmento della vita del poeta messicano Mario Santiago, che ebbi la fortuna di avere per amico. In questo senso il romanzo tenta di rispecchiare una certa sconfitta generazionale e anche la felicità di una generazione, felicità che a volte fu il coraggio e i limiti del coraggio.
Dire che sono in debito perenne con l'opera di Borges e Cortazar é un'ovvietà. Credo che il mio romanzo possegga tante letture quante sono le voci che contiene. Lo si può leggere come un'agonia. Lo si può leggere anche come un gioco.
[Roberto Bolaño, Tra parentesi] torna su


 

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