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Ignacio Lopez-Vicuña
traduzione dall'inglese di Susanna Vancini
1. Scrittura e barbarie
‘Non esiste nessun documento di cultura che non sia
allo stesso tempo un documento di barbarie.’
(Walter Benjamín)
‘Così si fa letteratura in Cile, così si fa letteratura in occidente.’
(Roberto Bolaño)
1. Scrittura e barbarie
, Amalfitano
, mettendo in pratica un'idea di Duchamp
, appende il Testamento geometrico di Rafael Dieste ad uno stenditoio nel giardino dietro casa a Santa Teresa, lasciando che la brezza del deserto sfogli le pagine, per vedere come il libro resista alle intemperie. Questa idea è
"lasciare un libro di geometria appeso alle intemperie, per vedere se impara quattro cose della vita reale" [p 247]. Amalfitano spiega che "l'ho appeso . . . per vedere come resiste alle intemperie, agli attacchi di questa natura desértica" [242]. L'immagine di un libro di geometria appeso ad uno stenditoio a Santa Teresa – immagine specchio di Ciudad Juarez – simboleggia la tensione e sovrapposizione negli scritti di Bolaño tra intelletto e vita selvaggia, tra la dimensione civilizzata e quella barbarica della cultura. L'immagine evoca anche Borges, in particolare il racconto ‘La morte e la bussola’, dove l'analisi geometrica della città è intrecciata con la violenza dell'omicidio.
La famosa distinzione di Sarmiento tra civiltà e barbarie, progetti fondamentali per la civiltà (e il genocidio) dello stato in America Latina nel diciannovesimo secolo e ancora centrale per le ideologie umanistiche e liberali del nostro tempo, è il cuore delle ideologie – sia di destra che di sinistra – che vedono la letteratura e la cultura letterarie come strumenti di progresso, civilizzazione e umanizzazione. I testi di Bolaño mirano a smontare tali ideologie: scrivere diventa un percorso per portare il lettore in un posto scomodo dove civiltà e barbarie siano indistinguibili e dove i confini tra violenza e arte e tra distruzione e salvezza siano confusi. In questo senso Bolaño, come Borges, si occupa di quello che potremmo chiamare il rovescio selvaggio - il doppio sinistro - della scrittura.
. In questi autori la poesia non ci può rendere più umani, ma ci può costringere a guardare al lato oscuro o demoniaco della nostra cultura, portandoci a riconoscere la nostra complicità ipocrita, come suggerisce Baudelaire: ‘ipocrita lettore, - mio simile,- fratello!’.
Il progetto narrativo di Bolaño condivide questo impulso di costringere il/la lettore/trice a riconoscersi come 'ipocrita o - come dice l'epigrafe a Notturno Cileno - a ‘togliere [la] parrucca’. Sebbene la letteratura in Bolaño non sia una forza civilizzatrice, essa può costituire una testimonianza del profondo malcontento o disagio della nostra civilizzazione. Come afferma l'autore in un'intervista, scrivere significa per lui ‘saber meter la cabeza en lo oscuro, saber saltar al vacío, saber que la literatura es básicamente un oficio peligroso’ (Herralde 2005, 101).
NOTE DELL'AUTORE
Jorge Luis Borges "La morte e la bussola"
Il ‘movimento realvisceralista' è un omaggio al movimento 'infrarealista
' al quale appartenne Bolaño in gioventù e, allo stesso tempo, mutua elementi dall'estridentismo e dall'avanguardia messicana. Vedi Idez e Baigorria, ‘La pandilla salvaje’.
Oltre al già citato ‘La muerte y la brújula', testi chiave a questo proposito sono ‘El sur’ (OC I, 525–30), ‘Historia del guerrero y de la cautivá (OC I, 557–60) e ‘Deutsches Requiem’ (OC I, 576–81). In quest’ultimo, Borges racconta dal punto di vista dell’assassino nazista, cosa che in un certo senso prefigura i progetti narrativi di Bolaño ne La letteratura nazista in America, Stella distante e Notturno cileno.
Jorge Herralde nota che Bolaño ‘estaba empapado de literatura francesa’ (Herralde 2005, 33), che può essere visto come devozione a Arthur Rimbaud, che gli fornì l’ispirazione per il nome del suo alter-ego, Arturo Belano. La intima relazione di Bolaño con la poesia francese diventa evidente anche nel suo saggio ‘Letteratura + malattia = malattia’ ne Il gaucho insostenibile, dove egli cita poeti come Rimbaud, Baudelaire e Mallarmé.
‘Hypocrite lecteur, – mon semblable, – mon frere!’ Baudelaire, ‘Au lecteur’. Les fleurs du mal [1857]. Paris: Armand Colin, 1958. 3–4.
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