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Dario Voltolini
- Giornale di sconfinamento
Anno V – Gennaio 2010 – n. 8
, né dall’angoscia dell’influenza culturale (penso a Borges, alla sua presenza totemica nella letteratura ispanoamericana), con una trovata letteraria, con una mossa calcolata, con una riformulazione teorica e astratta di cosa sia, o possa, o debba essere scrivere. No, lo ha fatto a spallate. Famelicamente, persino ciecamente. Lo ha fatto con un’operazione di forza, di imperio. E sostanzialmente ci è riuscito. La sua opera segna un “punto di ripristino” (come nei computer), ha smosso qualcosa di pesante.
, in quanto tale un’invenzione letteraria.
Ma è anche la città reale messicana che si chiama Ciudad Juárez
, al confine con il Texas, nel deserto di Sonora. Questa è la città buco nero del pianeta, la più pericolosa del mondo, la città assassina. Lì sta continuamente morendo in emblema l’umanità attuale. Lì l’economia sommersa e illegale mostra il suo volto orribile. Esiste veramente, esiste mentre noi celebriamo le giornate della memoria affinché non dimenticare ci salvi dal ripetere. Se ne parla tanto, di Ciudad Juárez: se ne parla tanto ogni tanto.
Ora che vi brillano anche le bombe oltre ai soliti delitti di donne che l’hanno resa celebre, se ne parla di nuovo un po’. In questo buco nero emblematico vive e cresce una forza immensa, che ci tira giù. Nulla del nostro mondo economico è comprensibile se nei calcoli degli esperti possono entrare solo i cespiti di ricchezza ufficiali. L’economia illegale cresce e cresce il suo peso
. Le banche della Florida possono da un momento all’altro collassare, se i narcotrafficanti ritirano i loro danari. Cresce il PIL di questo stato-ombra planetariamente diffuso, cresce il suo peso. La vera Ciudad Juárez ne è il simbolo, forse la capitale. La letteraria Santa Teresa è il suo correlato spirituale, incastonato nell’opera meravigliosa che è “2666”.
, l’autore di “Ossa nel deserto”, libro indagine sulla maledetta città in questione. Sergio stavano per farlo fuori, poiché aveva osato andare a vedere e poi era tornato a riferire cosa stava capitando là nel deserto. Dentro un taxi, a mazzate, a città del Messico, addirittura così lontano dai luoghi dei delitti. Se l’è cavata per caso, ci sente grazie a un apparecchio acustico. Mi ha detto che era in contatto con Roberto Bolaño,
il quale per e-mail gli chiedeva continuamente dettagli sulle donne assassinate, mentre componeva “La parte dei delitti” per “2666”. Erano amici, si stimavano. Nel suo libro Sergio Gonzáles Rodríguez ipotizza una spiegazione, se può essere chiamata così, della furia omicida che falcia le donne di Ciudad Juárez. Una spiegazione ributtante. Dice che qualcosa dei riti di affiliazione mafiosa, riti di passaggio per entrare a far parte di una cosca, o famiglia, si è saldato con altri riti arcaici locali, di sacrificio a una divinità di morte. Una miscela ripugnante, una di quelle cose che la nostra specie sa creare. Nel versante letterario (fiction!) di Bolaño non ci sono spiegazioni. C’è solo una specie di litania tendente all’ipnotico, un catalogo di ascendenza biblica di delitti e di delitti ancora. Ha una grande forza, diversa dalla forza delle pagine di “Ossa nel deserto”, sebbene non sia la parte migliore dell’opera, sebbene proprio lì rifaccia capolino l’occhio del cobra iperletterario. Comunque ha una grande forza, nonostante ciò.
che Bolaño stava probabilmente pensando di comporre una sesta parte dell’opera (o forse pensava di comporne tante altre, finché il tempo glielo avrebbe permesso), un romanzo per così dire “di fantascienza”. Qualcosa ambientato nel futuro. Forse in questa ipotesi trova spazio una spiegazione dello strano, indecodificabile titolo “2666”.
In questo caso ciò che noi abbiamo fra le mani sarebbe solo un libro parziale, anche se misteriosamente completo e impeccabilmente rifinito in ogni sua parte, in ogni dettaglio. Come Proust, Bolaño è morto mentre stava ancora componendo. Come Proust, e come molti altri, era impegnato in una prova di forza e di resistenza, prima ancora che di scrittura, di stile, di immaginazione e di cultura. Era all’interno di una decisione presa per la vita, un atto di cui gli uomini sono anche capaci. Una forma di decisione, una visione del proprio impegno, un’intuizione su tipo di tavolo – sul genere di partita – su cui giocare tutte le proprie carte che non è, ovviamente, appannaggio degli scrittori, ma di tutti quanti.
NOTE
Dario Voltolini, Torino 1959. Scrittore e librettista. Il suo ultimo libro di narrativa è "Foravìa", Feltrinelli 2010.
Pochi scrittori come Bolano sono stati capaci di rimettere al centro della letteratura il lettore, specie in via di estinzione che, grazie agli scribacchini e ai mercatnti è stato degradato al rango di consumatore di prodotti standard quanto sterile. E' questo il pubblico a cui fa riferimento in modo cinico e demagogico, il sig. Riotta, massa informe e passiva, target per libri standard ("non troppo lunghi", nè profondi costruiti in laboratorio, con il giusto mix di ingredienti). Di questo "pubblico" e dei suoi esegeti, l'opera può e deve fare a meno.
Javier Cercas in proposito così risponde a coloro che accusano Bolaño di avere come unico tema
la letteratura, o peggio ancora, la vita letteraria:
Nel 2010 si sonono registrate in Messico 12.658 "esecuzioni" (omicidi del crimine organizzato) con un incremento del 52% rispetto al 2009.
Nello stato di Chihuahua, dal dicembre 2006 ci sono stati 10.587 esecuzioni (omicidi su commissione) di cui il 57% sono stati commessi a Ciudad Juárez.
Ciudad Juárez ha mantenuto il record della città più violenta del messico con 2.944 omicidi.
La Comisión Nacional de los Derechos Humanos ha comunicato che nel 2010 sono stati sequestrati da parte del crimine organizzato, 11.333 migranti clalndestini provienti dai apesi del centroamerica.
Nel 2010, sono morti 755 poliziotti e militari per mano del crimine organizzato.
Nel triennio 2007-2009, nonostante la crisi dell'economia USA e le misure legali e di rafforzamento della frontiera USA_messico (lunga 3.185 km e che registra il maggior numero di transiti al mondo) si sono registrati 300.000 migrazioni clandestine dalla frontiera messicana
Centinaia di donne sono state assassinate negli ultimi anni a Ciudad Juarez e altrettante donne sono scomparse. il 6 gennaio 2011 è stata assassinata Susana Chávez, poeta e attivista che aveva coniato slogan "ni una mas".
Narco traffico (che sviluppa un giro d'affari di oltre 30 miliardi di dollari), gestione del traffico dell'emigrazione clandestina, e sfruttamento del lavoro da parte delle aziende statunitensi che insediano fabbriche di montaggio (maquilladoras), con un salario di due dollari al giorno.
[cfr anche le pagine dedicate al Messico
]
racconta Sergio Gonzales Rodriguez
Bolaño Venne a conoscenza, in discussioni con amici comuni, come Jorge Herralde e Juan Villoro, che stavo elaboranto un libro sul femminicidio juarense, e si mise in contatto con me per posta elettronica. Voleva conoscere dettagli molto specifici della vita delinquenziale a Ciudad Juarez. Era molto ben informato sugli assassinii seriali, consoceva il tema in profondità, però voleva che lo informassi di cose come le armi, i calibri, le auto che usavano i narcotrafficanti, o mi sollecitava che gli trascrivessi atti giudiziali dove venivan odescritti gli omicidi. Inoltre ci scambiavamo punti di vista sugl iassassini o iprobabili assassini e circa le opinioni dei criminologi e criminalisti. Era veramente ossessionato dal tema, un detective selvaggio. E il risultato delle sue conoscenze è toccante
Nell'autunno del 2002 potei visitarlo a casa sua A Blanes, gia' aveva letto Ossa nel deserto e in quell'ocacsione mi comunicò che sarei apparso come eprsonaggio nel suo romanzo, con il mi ostesso nome. " ho rubato l'idea a Javier Marías, che gia' ti ha inserito come personaggio nel suo romanzo Nera spalla del tempo....”, mi disse. Sorrideva e fumava, molto divertito. mentre io lo ascoltavo, sprofondavo nell'ambigua sensazione tra l'orrore e l'onore: Ancora non mi sono ripreso dall'impatto di leggermi come protagonista letterale in una simile tragedia...Fu molto generoso a recensire il mio libro e non ebbi mai l'impressione che la sua vida stava per giungere alla fine. Mesi dopo lessi 2666 e mi impressionò la trama amgistrale, la minuziosa ricostruzione dell'inferno juarense, che per ragioni letterarie situa in un posto chiamato Santa Teresa. Scrivere quelal paret deve essere stato un esercizio estremo. La vasta trascendenza di questo romanzo sarà riconosciuta nel futuro
[Sergio González Rodríguez]

ascolta l'intervista di radio 3 a Dario voltolini:

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