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'Quando scrivi è molto importante sapere che ne uscirai sconfitto '
19 febbraio 2002
Cuando escribes es muy importante saber que vas a perder
© traduzione di Federico Bona
I libri di Roberto Bolaño hanno il ritmo frenetico della sua vita.
E si nutrono della passione e dell’affetto con cui tratta i personaggi e costruisce le storie.
Sempre in bilico tra autobiografia
e invenzione, racconti e romanzi di Bolaño
prendono dalla vita una tale energia da catturare persino i lettori più sfuggenti
Roberto Bolaño ha passaporto cileno, ma ha vissuto in Messico fin da quando aveva 15 anni. È tornato in Cile nel 1973 per «collaborare alla costruzione del socialismo» – come ha affermato – per poi stabilirsi definitivamente a Blanes, Spagna,
un paesino di appena ventimila abitanti, che lo protegge e osserva mentre scrive i suoi libri, da una decina d’anni la sua unica fonte di sostentamento.
Vincitore nel 1999 del Premio Rómulo Gallegos per il romanzo I detective selvaggi, Bolaño ha avuto negli ultimi anni una carriera fulminante, che lo ha portato tra i grandi della narrativa latinoamericana. Le sue opere più recenti sono Notturno cileno
e Puttane assassine
e, nonostante quest’ultimo sia uscito meno di un anno fa, sono già pronti a uscire due titoli nuovi: Un romanzetto canaglia
e 2666 
Ammiratore dei beatniks – la generazione di autori “perduti” la cui icona è Jack Kerouac – Bolaño racconta ciò che ha vissuto attraverso il suo alter ego, Arturo Belano o B, a seconda dei casi. Nel suo romanzo più premiato, I detective selvaggi, Belano lavora come lavapiatti, cameriere e guardiano notturno, mentre nella raccolta di racconti Chiamate telefoniche Arturo Belano racconta di quando è stato incarcerato sotto la dittatura militare e di come sia riuscito a fuggire con l’aiuto di due militari, suoi ex compagni di liceo. Bolaño è un libro aperto che – come i suoi personaggi – ha partecipato a qualsiasi concorso letterario immaginabile pur di sopravvivere.
“Mi piacerebbe fare una vita borghese”
A leggere le opere di Roberto Bolaño ci si forma l’idea di uno scrittore lucido che esige lettori altrettanto intelligenti o, come minimo, capaci di interpretare le sue storie. È quel che accade soprattutto con i Detective selvaggi, raccontato da molte voci distinte e apparentemente privo di un filo conduttore che non siano – naturalmente – la passione per la letteratura dei protagonisti e il caso che li unisce e li divide.
Ma Bolaño pensa ai suoi lettori quando scrive?
“Penso più a Moby Dick che ai lettori. Ogni autore, specie da giovane, cerca un lettore ideale. Io non so se ce l’ho un lettore ideale. Forse il più vicino a esserlo è stato Mario Santiago
, il poeta messicano, ma è morto e con lui se n’è andata ogni speranza di trovare un lettore complice. Mi sforzo, questo sì, di essere cordiale con i miei lettori. Mi preoccupo di non insultare la loro intelligenza”.
Che senso ha il successo che tanti inseguono e altri ottengono con facilità quando grandi scrittori come Lautréamont rifiutavano qualsiasi riconoscimento sociale?
La storia di Lautréamont che rifiutava il riconoscimento sociale va un po’ presa con le pinze. Se fosse stato così, non avrebbe pubblicato nulla e una delle poche
cose che sappiamo di lui sono i problemi che ha dovuto superare per stampare Maldoror. Il suo secondo libro, incompiuto – le Poesie –, non fa che rafforzare questa sensazione. Tutta la scrittura, volenti o nolenti, è un atto sociale. Questo non significa che l’autore, nel momento di scrivere, pensi necessariamente ai lettori. Ma non bisogna dimenticare che, mentre scrivi, leggi anche. Non bisogna dimenticare che lo scrittore – parlo dei buoni scrittori, naturalmente – è il primo lettore di se stesso. E nemmeno che un atto sociale è, per dirla in un altro modo, un fenomeno complesso e vario, che comprende tutte le sfumature che passanno tra un pasto di cannibali e un banchetto presidenziale. Un atto sociale può essere indistintamente un attentato o una veglia funebre.
Quanto conta l’esperienza nell’atto creativo?
L’unica esperienza di cui hai bisogno per scrivere è quella del fenomeno estetico. E non parlo di una formazione specifica, più o meno appropriata, bensì di un compromesso, o meglio di una scommessa, in cui l’artista mette in tavola la sua vita, ben sapendo che ne uscirà sconfitto. È molto importante sapere che perderai.
Come vedi le correnti artistiche e intellettuali che nascono in cattedra e predicano una visione «borghese» della vita e dell’arte?
Be’, si parla sempre malissimo della cosiddetta vita borghese. Io non l’ho mai provata, ma mi sarebbe piaciuto e mi piacerebbe ancora. Quella che chiamiamo vita borghese è esattamente ciò a cui dovrebbe puntare qualsiasi rivoluzione in futuro. Un’esistenza borghese per tutti. Cioè una vita tollerante, aperta a tutte le culture, laica, fortemente ancorata ai princìpi dell’Illuminismo. Che perciò rispetta i discorsi dei cattedratici, un vezzo del genere umano che non credo scomparirà nei prossimi duecento anni.
Chi sei, Roberto?
Di Bolaño si è detto e scritto molto. Che pratica il noir, che è figlio del boom, che ha successo, che è il miglior narratore latinoamericano della sua generazione, che è polemico e ipercritico nei confronti degli autori cileni, specialmente Luis Sepúlveda e Hernan Rivera Letelier.
Non ti stancano tante chiacchere, tante etichette, quando si parla della tua vita e della tua opera? Chi è Roberto Bolaño secondo Roberto Bolaño?
Non lo so e non mi preoccupa. Non so chi sono, ma so bene quello che faccio e, soprattutto, quello che non faccio e non farò mai.
Leggendoti, si ha l’impressione che la tua visione politica sia abbastanza lontana dalle posizioni militanti, ma non per questo meno compromessa. Credi che sia un dovere degli scrittori prendere posizione sull’attualità?
L’unico dovere di uno scrittore è scrivere bene e, se possibile, un po’ meglio che bene; ricercare l’eccellenza. Poi, come individuo, può fare quel che vuole; a me non importa. Può collezionare lattine di birra o essere un appassionato di calcio, diventare un fedele cagnolino della first lady di turno o un eroinomane.
Tra i candidati al Premio Altazor c’è qualche autore che ammiri o cui sei particolarmente legato?
Be’, sono amico di Roa. E anche di Armando Uribe. E tempo fa ho letto alcune poesie molto belle di Cameron. Nella sezione narrativa credo che vincerà Varas, anche se Poli Délano era – non so se lo è ancora perché sono vent’anni che non leggo più niente di suo – un bravo autore di racconti.
Cosa stai leggendo con più attenzione?
Leggo più cose insieme, alcune per lavoro, altre per puro piacere. Tra i primi: libri di criminologia, ora per esempio sto finendo un manuale per detective delle compagnie d’assicurazione sui metodi per valutare i danni fisici. Tra i secondi sto leggendo Flavio Josefo, che è sempre eccezionale, e rileggendo la Storia di Roma di Tito Livio, che lo è anche di più.
È raro imbattersi in strutture narrative innovative o in temi originali. Non è che la letteratura è ormai giunta a un punto morto?
I temi sono sempre gli stessi, fin dalla Bibbia o da Omero. Borges diceva che non sono più di cinque. Quanto alle strutture, invece, le varianti sono infinite. Possiamo costruire un’opera in mille modi diversi e anche così saremmo solo all’inizio. Quindi non credo che la letteratura sia giunta a un punto morto. Non ci arriverà mai, almeno finché gli uomini avranno l’uso della parola. La letteratura si alimenta del parlato, delle chiacchiere, del gergo della tribù. Le voci che si incrociano e si sovrappongono in un autobus, per esempio, hanno dentro più forza della maggior parte delle poesie che si scrivono oggi a Santiago del Cile.
Ha senso parlare di originalità in letteratura?
È indispensabile. E non solo di originalità. Tutti gli autori devono puntare a scrivere un capolavoro. Quindi è indispensabile parlare di originalità e di eccellenza. E pure di piacere.
Enrique Lihn, che tu ammiri molto, ha scritto: esisto in quanto ho scritto. Tu perché scrivi? C’è un fondo di arroganza, come ammettono alcuni scrittori, nel processo letterario?
Per quanto riguarda me e il mio lavoro, no. Altrimenti sarei un perfetto idiota. Scrivere è un atto di umiltà, tutto il contrario dell’arroganza. Quando scrivo non c’è spazio che per l’umiltà. Prima di me, tanti altri si sono seduti allo stesso tavolo e hanno lavorato con gli stessi strumenti, piuma, inchiostro, macchina per scrivere, computer. Autori grandissimi che leggo e rileggo. Impossibile provare arroganza. Puoi solo sentire timore o umiltà. E non sono un tipo timoroso.
“Il Cile che preferisco è quello culinario”
Dal momento del suo esilio, che l’ha spinto in giro per il mondo, sono poche le volte che è tornato in Cile. Doveva venire alla Fiera del Libro di Santiago del 2001, ma gli attentati negli Stati Uniti hanno aumentato la sua paura di volare, perciò ha desistito dall’attraversare l’Atlantico e rimandato la visita alla primavera di quest’anno.
Com’è il tuo rapporto con il Cile?
Ragionevolmente buono. Ci sono diverse cose che mi piacciono del Cile d’oggi. Ma mi piacciono anche il Cile più o meno fantasmatico, il Cile inesistente e il Cile letterario. Anche se credo che il mio Cile preferito sia quello culinario.
Pensi anche tu, come Armando Uribe, che il Cile abbia smesso di esistere nel 1973?
Probabilmente Uribe ha ragione. Ogni paese, in qualche modo, smette di esistere in diversi momenti. Cioè cambia. Senza dubbio la Spagna di oggi non è la Spagna che ho conosciuto nel 1978, né tantomeno quella del 1985. La Russia odierna, per fare un altro esempio, non è la stessa del 1989. E quella del 1989 non era la Russia del 1953. In questo senso i paesi sono un po’ come cipolle, o come pareti che si scrostano e che poi qualcuno ridipinge o risistema. Il peggio è quando quel qualcuno vuole abbatterle del tutto, le pareti. Succede anche questo. In ogni caso la nostalgia, anche quando è giustificata, non serve a nulla, nemmeno a comprovare la scomparsa di un paese.
Per molti che vivono in Cile il resto del mondo non esiste se non quando c’è un attentato. Non è che siamo un po’ troppo provinciali?
I cileni sono provinciali quanto lo sono gli argentini, gli spagnoli o i russi. Certo, il provincialismo nasconde sempre altre cose, in genere paura o insicurezza, e in questo senso c’è un tipo di cileno che è abbastanza provinciale, attaccato alla sua terra e ai suoi simboli come se fossero Dio stesso. A guardar bene, i paesi come entità astratte non esercitano molto fascino. Le culture sì. Hanno il fascino di ciò che invecchia e cambia. Ma i paesi, le nazioni – a parte essere, come diceva il dottor Johnson, l’ultimo rifugio delle canaglie – sono entità piuttosto astratte e noiose. E sono destinati a sparire.
( © Traduzione di Federico Bona )
NOTE
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In realtà Bolaño dopo la fuga dal Cile di Allende e una breve sosta in El Salvador e Guatemala, torna in Messico, dove vi rimane fino al 1977, anno in cui parte per l'Europa ![]()
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