|  home  ||  1° pagina ||  Interviste ||  critica ||  2 6 6 6 ||  I detective s. ||   la poesia ||  prosa ||  lettori ||  testi ||  autori citati ||  Hispanoamerica |

interviste a Bolaño

  •introduzione   •indice   •M.Soto   •Lateral   •R.G.Godoy   •M.T.Cardenas   •D.G.Miravet   •F.Grieco   •Questionario   •M.Jösch   •R.Pinto   •P.Pron   •Piglia__Bolaño   •L. García   •S. Kohan   •S.Noejovich   •J.Aspurúa   •A.Matus   •C.Boullosa   •D.Orosz   •J.Campos   •G.Agosin   •G.Aguilar   •Fresan__Bolaño   •P.Donoso   •A.Carvajal   •F.Ossandon   •D.Swinburn   •M.Calçada   •J.Riera   •R.Schenardi   •M.Maristain   •A.Gómez   • off the record

Carmen Boullosa

'Intervista a Roberto Bolaño'     (autunno 2001)

© traduzione C.Pinto

Roberto Bolano fa parte del più selettivo gruppo di grandi romanzieri ispanoamericani. Il Cile del golpe militare, la Città del messico degli anni 70 e la prima gioventù di poeti atrabancados poeti, sono alcuni degli scenari ricorrenti nelle sue narrazioni, però esse trattano anche di altri temi: il letto di morte di Cesar vallejo. le miserie degli autori non riconosciuti e situazioni e luoghi più periferici....
...Scrittore fecondo, animale letterario senza concessioni, in lui si compiono felicemente i due istinti primari del romanziere: l'attrazione per i fatti, e il desiderio di correggerli, di indicare in essi l'errore. Dal Messico ha ottenuto un paradiso mitico, dal Cile l'inferno del reale, e da Blanes, dove vive e scrive, fa purgare entrambi i peccati. Nessun altro romanziere ha saputo essere all'eltezza della complessa macropoli in cui si è trasformata Città del messico. Nessun altro ha visitato l'orrore del colpo di Stato in Cile e la Guerra Sporca con una scrittura così intelligente e mordace.
la coversazione qui trascritta si è tenuta sullo schermo, tra Blanes e Città del Messico.
[Carmen Boullosa]

Carmen Boullosa: In Ispanoamerica, ci sono due tradizioni letterarie latinoamericane che il lettore unanimente vede come antitetiche, opposte, o francamente nemiche: quella fantastica (Bioy Casares, il migliore Cortazar), e quella realista (Vargas Llosa, Teresa de la Parra): C'è anche una supertizione che vorrebbe focalizzare il sud come il polo della fantasia, e il nord latinoamericano come un centro di realismo. Dal mio punto di vista, tu raccogli da entrambi i versanti: i tuoi romanzi e narrazioni sono invenzione (fantasia), e sono specchio critico, mordace ("realista"), della realtà. Ed io direi, se mi appigglio alle superstizione, che ciò è dovuto al fatto che tu hai vissuto ai due lati di latinoamerica, In Cile e in Messico. Ai due lati ti sei formato. Respingi questa idea, o ne sei in qualche modo attratto? Ad essere franca, per un verso l'idea mi illumina, ma per l'altro mi ripugna: la migliore letteratura, quella superiore (includendo Bioy e il uo opposto Vargas Llosa) ha sempre qualcosa dei due versanti (poichè la fantasia non è solo raccontare fatti fantastici, ma utilizzare l'immaginazione), è c'è un desiderio di incasillare, a partire dallo sguardo del nord, la letteratura latinoamericana come la madre di solo uno dei due versanti.

Roberto Bolaño: Io credevo che erano quelli del Sud, se intendiamo per sud i paesi del cosiddetto Cono Sud, i realisti, e quelli del centro e del nord di Latinoamerica i fantastici, se vogliamo far caso a questi incasellamenti, a cui uno mai e in nessun modo dovrebbe far caso. La letteratura latinoamericana del secolo XX, e probabilmente succede lo stesso con quella del secolo XXI, almeno per i primi trenta anni del secolo XXI, si è mossa per impulsi di imitazione e rifiuto. E di regola l'uomo sempre imita e rifiuta i grandi monumenti, mai i piccoli gioielli quasi invisibili. Di scrittori che abbiano coltivato il genere fantastico, nel significato più stretto, ne abbiamo molto pochi, per non dire nessuno, tra le altre cose perchè il sottosviluppo non permette la letteratura di genere. Il sottosviluppo permette solo l'opera maggiore. L'opera minore è, nel paesaggio monotono o apocalittico, un lusso impossibile. Naturalmente ciò non significa che la nostra letteratura sia stracolma di opere maggiori ma, piuttosto al contrario, che l'impulso iniziale permette solo queste aspettative, che poi la stessa realtà che le ha propiziate si incarica di troncare in differenti modi. Credo che ci siano solo due paesi con un'autentica tradizione letteraria, che sono Argentina e Messico, che a volte si sottraggono a questo destino. Riguardo la mia opera, non so che dirti. Suppongo sia realista. A me piacerebbe essere uno scrittore fantastico, come Philip K..Dick, anche se, a misura che passano gli anni e mi faccio più vecchio, Dick mi sembra, anche, sempre più realista. In fondo, e in ciò penso che saresti d'accordo con me, la questione non risiede lì, ma nel linguaggio e nelle strutture, nel modo di guardare. Ah, non immaginavo che ti piacesse tanto Teresa de la Parra. In Venezuela mi hanno parlato molto di lei. Naturalmente non l'ho mai letta.

C.B.: Teresa de la Parra è una delle grandi, o dei grandi, e se lA leggi sarai d'accordo con me. La tua risposta, in ogni senso, mi conferma che l'elettricità che corre nel mondo letterario ispanoamericano è abbastanza eccentrica. Non voglio chiamarla rachitica, perchè magari all'improvviso produce scariche che incendiano da un estremo all'altro, ma succede molto raramente. Non siamo d'accordo nel credere in ciò che io consideravo un canone, nè ti è giunta voce di Teresa de la Parra, hai dovuto aspettare di andare in Venezuela per sentire dire che è una dei nostri classici. Ogni divisione è naturalmente arbitraria. Avevo pensato al Sud (il Cono Sud, e all'Argentina), avevo pensato al trio Julio Cortazar, Silvina Ocampo, Bioy e Borges (quando uno enumera autori del genere non deve rispettare i numeri: tutti contano più di uno, e quindi uno è per loro realmente nessuno), avevo pensato a La ultima niebla [L'ultima nebbia, Sellerio ed.] di Maria Luisa Bombal. E' strano, però avevo solo pensato ai racconti di Cortazar, Bioy, Borges, la Bombal con quel piccolo romanzo tremolante, che non so se ha ottenuto il prestigio più per via dello scandalo - quando Bombal cercò di assassinare il suo ex amante -, Silvina Ocampo con i suoi racconti deliranti. Avevo collocato al Nord Vargas Llosa e la grande Teresa de la Parra. Ma la cosa si complica, perchè più a nord resta Juan Rulfo la Elena Garro di "Un hogar solido" e "Los recuerdos del porvenir".

R.B.: Ogni divisione è arbitraria: non c'è realismo senza fantasia e viceversa.

C.B.: Nei tuoi racconti e romanzi (forse anche nelle poesie) il lettore può rintracciare i regolamenti di conti e gli omaggi con cui costruisci buona parte dell'edificio letterario. Non direi che sono romanzi in chiave, ma che forse la chiave della tua chimica narrativa sta nella mescola dell'odio e dell'amore nei confronti dei fatti. Come lavora la mescolatrice di Bolaño? Esiste?

R.B.: Non credo che nelle mie pagine ci siano più regolamenti di conti che in quelle di qualsiasi altro autore. Quando scrivo, insisto a rischio di essere pedante (che, d'altra parte è probabile che lo sia) l'unica cosa che mi interessa è la scrittura, vale a dire la forma, il ritmo, la trama [il soggetto]. Ironizzo su alcuni atteggiamenti, su alcune persone, su certi comportamenti e su certe gravità, semplicemnte perchè di fronte certi spropositi, a certi sciocchi montati, non resta altro rimedio che ridersela. Tutta la letteratura, in qualche modo è politica. Voglio dire: è riflessione politica ed è pianificazione politica. Il primo postulato allude alla realtà, a questo incubo o a questo sogno benefattore che chiamiamo realtà e che finisce, in entrambi i casi con la morte e con l'abolizione non solo della letteratura ma anche del tempo. Il econdo postulato allude ai fili che sopravvivono, alla continuità, alla assennatezza, anche se, naturalmente sappiamo che, in termini umani, in una propsettiva umana, la continuità sia una entelechia e l'assennatezza solo una fragile inferriata che ci impedisce di precipitare nell'abisso. Infine, non fare caso per niente a ciò che ho appena detto. Suppongo che uno scriva per delicatezza ed è tutto. Tu perchè scrivi? Meglio che non me lo dici, sicuramente la tua risposta è più eloquente e convincente della mia.

C.B.: No, non te lo dico, e non perchè la mia risposta possa essere in qualche modo più convincente, però ciò che non posso trattenermi dal dirti è che, se per qualcosa non scrivo, è per delicatezza. Per me scrivere è piuttosto immeggersi in una zona di guerra: recidere ventri, lottare con i residui dei cadaveri, e dopo cercare di lasciare vivibile, ben vissuto e che perduri, il campo di battaglia. E quello che tu chiami "regolamento di conti" mi sembra più feroce nella tua opera che in quella di molti autori latinoamericani. Quello che chiami "riso" ("me la rido" hai detto) è, per i miei occhi di lettrice, un'azione corrosiva molto più che un gesto: è la demolizione. La macchina romanzesca, nei tuoi libri, funziona nel modo più classico: una fabula, una finzione convince il lettore nello stesso tempo in cui lo rende complice della demolizione di di quello che il romanziere ri-racconta con estrema fedeltà, utilizzandolo come sfondo (e la messa in discussione) del suo racconto. Ma lasciamo tutto ciò. Nessuno che ti abbia letto potrebbe diffidare della dua fede nella scrittura ("l'unica cosa che mi interessa è la scrittura, vale a dire la forma, il ritmo, la trama"). E' evidente, è ovvio ed è senza dubbio il maggior fascino davanti al lettore. Chi volesse cercare in un libro altra cosa che non sia la scrittura, l'appartenenza, per esempio, la certezza di far parte di un club, la congrega, non si sentirà a suo agio con i tuoi romanzi o racconti. Come nemmeno con il Chisciotte, o davanti a Borges, o altri grandi della lingua spagnola. Come lettrice, mai vorrei pretendere che tu sia giudice o testimone. Non voglio leggere nei tuoi testi la storia, la memoria di questo o quel brano del passato più o meno recente, di questo o quel luogo. In ogni modo affino la mia provocazione: pochi autori sanno flirtare tanto bene con brani determinati, che potrebbero essere nature morte, di autori "realisti" (se l'etichetta esiste usiamola per non abbandonare la convenzione), e pochi sanno essere così crudeli, così sarcastici. Ma lasciamo da parte questo. Voglio insistere su qualcosa che non sono riuscita a formularti: se appartieni a una tradizione, come la chiameresti? Dove ha le radici il tuo albero genealogico e fin dove arrivano i suoi rami? nota

R.B.: La verità è che non credo troppo nella scrittura. A cominciare dalla mia. Essere scrittore è gradevole, no, gradevole non è la parola giusta; è una attività che non manca di momenti molto divertenti, però conosco altre attività ancora più divertenti, divertenti nel senso in cui per me è divertente la letteratura. Essere rapinatore di banche, per esempio. O regista cinematografico. O gigolò. O essere di nuovo bambino e giocare in una squadra di calcio più o meno apocalittica. Sfortunatamente il bambino cresce, il rapinatore lo ammazzano, il regista resta senza soldi e il gigolò si ammala, e allora non ti resta più altra alternativa che scrivere. Uso la parola scrivere come antonimo di aspettare. Non c'è attesa, c'è scrittura. Comunque è assai probabile che mi sbagli e che anche la scrittura sia un'altra forma di attesa, di dilazione. Mi piacerebbe credere di no. Ma come ho detto è molto probabile che mi stia sbagliando.
Riguardo al mio canone, non so, è quello di tutti, mi fa perfino vergogna dirlo, tanto è ovvio. Aldana, Manrique, Cervantes, Los cronistas de las indias, Sor Juana, Fray Servando, Teresa de Mier, Pedro Henriquez Urena, Ruben Dario, Alfonso Reyes, Borges per nominarne alcuni e senza uscire dal territorio della nostra lingua. Naturalmente, mi piacerebbe avere un passato letterario, una tradizione molto corta nel tempo, che comprendesse solo due, forse tre scrittori (e magari nessun libro), una tradizione amnesica e fulminante. ma da un lato provo un pudore eccessivo rispetto alla mia opera e dall'altro lato ho letto troppo (e ci sono stati molti libri che mi hanno reso felice) per potermi permettere di incorrere in una simile barbarità

C.B.: E non ti sembra arbitrario fare dei tuoi padri letterari esclusivamente autori della tua lingua? O ti innesti in una tradizione ispana, come una sorgente separata della letteratura in altre lingue? Se gran parte della letteratura ispanoamericana (soprattutto la prosa) è sempre dialogante con le altre tradizioni, ho l'impressione che ciò sia doppiamente vero nella tua opera.

R.B.: Ho nominato autori in spagnolo unicamente per delimitare il canone. Naturalmente, non faccio parte di quei mostri nazionalisti che leggono solo ciò che produce il luogo natio. Mi interessa la letteratura francese, la lotta di Pascal - che sempre presagì la sua morte - contro la malinconia, mi sembra, ora più che mai, ammirevole. O l'ingenuità adamitica di Foourier. O tutta quella prosa, generalmente anonima di autori galanti, metà costumisti e metà anatomisti che, in qualche modo, sbocca nella caverna interminabile che è il marchese De Sade. Mi interessa anche la letteratura nordamericana dell'ottocento, soprattutto Twain e Melville, e la poesia di Emily Dickinson e Whitman. Quando ero adolescente ci fu un'epoca in cui leggevo solo Poe. Infine, mi interessa, e credo di conoscerla un pò, tutta la letteratura occidentale.

C.B.: Leggevi solo E.A. Poe? Ho l'impressione che ci fu un virus "poista" molto contagioso nella nsotra generazione, dove questo scrittore ci calzava a meraviglia, fu per un periodo un impronunciato Morrison, e posso ben immaginarti adolescente e infettato. Però a quel tempo ti immagino poeta, e ora voglio arrivare alle tue narrazioni. Tu scegli le tue trame, o le trame ti perseguono? Come avviene la scelta - se c'è - o come vedi la persecuzione - se c'è - ?    E se non c'è nè persecuzione nè scelta, che cos'è che ti succede? Il maestro di marxismo di Pinochet, e rispettatissimo critico letterario cileno battezzato da te come Sebastian Urrutia Lacroix, sacerdote e critico letterario, membro dell'Opus Dei [Notturno cileno ], o il curatore discepolo di mesmer [Monsieur Pain], o gli adolescenti de I detective selvaggi , tutti loro con qualche corrispondenza storica, perchè?

R.B.: Sì, è una strana questione quella delle trame. Credo, con tutte le riserve del caso, che in un determinato momento le storie ti scelgono e non ti lasciano in pace. Fortunatamente ciò non è molto importante, poichè la forma, la struttura, appartiene sempre a te, e senza forma nè struttura non c'è opera, o così succede nella maggioranza dei casi. Diciamo che la storia e la trama nascono dal caso, appartengono al regno del caso, vale dire del caos, del disordine o a quel territorio perennemente perturbato che alcuni definiscono apocalittico. la forma, al contrario, è una scelta sostenuta dall'intelligenza, l'astuzia, la volontà, il silenzio, le arme di Ulisse nella sua lotta contro la morte. La forma cerca l'artificio, la storia il precipizio. O per dirlo utilizzando una metafora della campagna cilena (molto brutta, come vedrai): non m idisgustano i precipizi, ma preferisco osservarli da un ponte.

C.B.: A noi donne narratrici ci danno sempre fastidio con questa domanda, che non resisto alla tentazione di propinartela, non foss'altro perchè per quanto mi abbiano inflitto di ascoltarla, è diventato un inevitabile anche se non grato costume: Quanto c'è di autobiografico nei tuoi romanzi e racconti? Quanto di autoritratto?

R.B.: Di autoritratto, molto poco. Un autoritratto esige una certa volontà, un ego che si guarda e si riguarda, un interesse manifesto per ciò che uno è o è stato. la letteratura è piena di autobiografie, alcune molto buone, ma gli autoritratti sogliono essere molto brutti, inclusi gli autoritratti poetici, che a semplice vista sembra una disciplina letteraria più adatta per l'autoritratto rispetto alla narrativa. Se la mia opera è autobiografica? In un certo senso come potrebbe non esserlo? Tutte le opere, incluse quelle epiche, in qualche momento sono autobiografiche. Nell'Iliade stiamo contemplando il destino di due alleanze, di una città, di due eserciti, ma stiamo anche contemplando il destino di Achille e quello di Priamo e quello di Ettore, e tutti questi personaggi, queste voci di individui, riflettono la voce, la solitudine dell'autore.

C.B.: Quando eravamo giovani poeti, adolescenti, e condividevamo la stessa città (la Messico degli anni '70 ) tu eri il leader di un gruppo di poeti, gli infrarealisti , che hai convertito in mito nel tuo romanzo I detective selvaggi. Parliamo un po' degli infrarealisti, della poesia secondo gl iinfrarealisti, di Citta del Messico secondo gli infrarealisti.

R.B.: L'infrarealismo fu una specie di Dadà alla messicana. In alcuni momenti ci furono molte persone, non solo poeti, ma pittori e soprattutto vagabondi e oziosi, che considerarono se stessi come infrarealisti, però in realtà il gruppo era costituito solamente da due persone, Mario Santiago ed io. Entrambi ce ne andammo in Europa nel 1977. Dopo alcune avventure disastrose, una notte nella stazione ferroviaria di Port Vendres, in Rosellon, vicino a Perpignan e alla stazione dei treni di Perpignan, decidemmo che il gruppo come tale era cessato.

C.B.: Avrebbe cessato di esistere per voi, però nella nostra memoria restò molto vivo. Eravate il terrore del mondo letterario. Io allora facevo parte dei solenni ( il mio mondo era così disarticolato e senza colonna che mi era imprescindibile aggrapparmi a qualcosa di rigido), mi piacevano gli incontri di lettura di poesia, i cocktailes, queste cose assurde piene di codici che in qualche modo mi assoggettavano, e voi eravate i terroristi anche di quegli incontri. Prima di cominciare la mia prima lettura di poesie, nella libreria Gandhi, nel remoto anno 1974, mi raccomandai a Dio - a cui io di norma non credevo, però a qualcuno dovevo dovevo raccomandarmi - che per favore non apparissero gli infras. Trascorsi la notte anteriore con l'orticaria nella faccia, una dermatite nervosa, che mi convinze che non potevo dare la lettura: mi guardai nello specchio, verso le 4 del mattino, e avevo intorno alla mia bocca delle labbra false enormi, rosse, rosse, da pagliaccio. Mi provocava orrore leggere in pubblico - mi sembrava che ciò fosse veramente da pagliacci -, ma al timore della timida si aggiungeva il panico del ridicolo: gli infras potevano apparire, irrompere nel mezzo della sessione e chiamarmi tonta (che andiamo, lo ero non ero riuscita allora costruire una poesia decente, per quanto le "sentissi" profondamente, o che le elaboraqssi copme una pazza, non riuscivo ancora a trovare la chiave giusta). Voi eravate lì, per convincere l'ambiente letterario che non potevamo prenderci sul erio - contraddicendo il detto cileno - che si trattava precisamente di avventurarsi nel precipizio. Torno a Bolaño già scrittore e lascio il terrorista dei buoni costumi: Tu sei un narratore narrativo - non riesco a immaginare qualcuno che qualifica i tuoi romanzi come romanzi lirici -, e ei anche un poeta, un poeta attivo. Come concilii questi due mestieri?

R.B.: Nicanor Parra dice che il buon romanzo è scritto in endecasillabi. Bene, Harold Bloom dice che la migliore poesia del XX secolo è critta in prosa. Io sono d'accordo con entrambi.. D'altra parte mi costa un po' - che altro dovrei volere io - considerarmi un poeta attivo Intendo come attivo colui che scrive poesie. le ultime che ho scritto te le ho inviate e temo che erano bruttissime, anche se ovviamente tu mi hai mentito con grande considerazione e delicatezza. Non so, qualcoda sta succedendo con la poesia. L'importante, in ogni caso, è che continui a leggerla. Questo è più importante che scriverla, No? In realtà leggere è sempre più importante che scrivere.

C.B.: Da parte mia, aderisco all'ultima asseverazione di questa conversazione con roberto Bolaño (e smentisco che abbia poesie bruttissime): leggere è più importante che scrivere. leggere, per esempio, Roberto Bolaño. Se qualcuno crede che la letteratura ispanoamericana non sta attraversando un momento di splendore, basta legegre le sue pagine per essere smentito. con Bolaño, la letteratura, questa inesplicabile bomba affacinante che detona e distruggendo costruisce, si sente orgogliosa di fornte a uno dei suoi migliori figli.


 

indice del materiale di Carmen Boullosa presente nell'archivio


NOTE

Sul rapporto della letteratura di Bolaño con la tradizione afferma Alan Pauls

E nello stesso tempo, mi ha sempre colpito che questo aspetto di Bolaño, questo aspetto da lottatore, bellicoso, provocatore, mi sembra che fosse in contraddizione con il tipo di letteratura che faceva, che è precisamente una letteratura estremamente inclusiva. Non credo che la letteratura di Bolaño sia una letteratura che espella qualcuno, neanche i suoi nemici. Anzi, mi da l’impressione che in tutto ciò che scrivesse, aveva la pretesa di annettersi qualsiasi cosa. Non solo generi, non solo tradizioni, non solo pubblico, ma perfino nemici. Allora, in ciò c’e’ qualcosa che mi è sempre sembrato significativo: qualcuno che scrive un’opera estremamente coloniale, imperiale, nel senso di un’opera che cerca sempre di conquistare territori sconosciuti, anche quando gli sono ostili; anzi, soprattutto quando gli sono ostili. È uno scrittore, una figura, una posizione nel dibattito della sfera pubblica che è quello del lottatore, dell’agitatore.
[Alan pauls - Tavola rotonda Filba: Bolaño insostenibile ] torna su

Intervistata da Maristain C. Boullosa afferma:

Guarda, di Bolaño non mi innamorai. Con lui ebbi una intensa amicizia letteraria. Direi che fu una relazione appasionata per la letteratura, però non direi che mi innamorai di lui, nè lui di me. Non fu una relazione carnale, di quel tipo. Fu come un flechazo letterario, che per me era comprensibile perchè entrambi venivamo da quel mondo, da una generazione di cui lui parlò con molta chiarezza, non solo ne I detective selvaggi. Non avevamo le illusioni delle generazioni successive che credono ancora in questa cosa che si chiama il mercato e il successo. Noi no, noi facevamo parte dei depredati del '68. Oltre a ciò, Bolaño visse l'esilio, diciamo che era un esilio, sopra un altro esilio, sopra un altro esilio. Io vissi l'orfanità, mia madre morì quando ero bambina, rimasi senza casa, senza famiglia, ebbi un mondo personale molto difficile. Dopo feci parte di quella generazione di scrittori che eravamo i depredati, quelli del dopo, che eravamo arrivati un po' tradi. Presto ciò che mi tocco vivere e da cui Bolaño si salvò, fu vedere come perdemmo la città con la costruzione delle tangenziali, che tra il 77 ed il 78, quando Bolaño lasciò Città del Messico, Carlos Hank González, che oltre ad essere spregevole, era un pessimo urbanista, tracciò le tangenziali e si avventò a costruirli tutte insieme fratturando gran parte dei quartieri della città. Allora, quella città dove io andavo all'università con il tram per Av.Revolucion e c'erano palme e si sentiva un clima di paesini e di quartieri, sparì in uno schicco di dita. Non è che l'effetto della costruzione delle tangenziali si sentì col passare del tempo, ma perdemmo una città da un giorno all'altro........
 
[Bolaño] lo conobbi Negli anni 70 in Messico, tutti volevamo essere poeti. Così come i giovani di oggi, tutti vogliono fare cinema, noi sognavamo di diventare poeti. Per la verità conducevamo un'intensa vita letteraria, facevamo un sacco di letture, andavamo negli stessi caffè, andavamo ad ascoltare gli scrittori che parlavano, Octavio Paz parlava di Sor juana Ines de la Cruz; Tomás Elodia commentava altri testi e leggeva le sue poesie; tutti andavamo dove andavano gli altri. Eravamo tutti uguali, ci vestivamo allo stesso modo, eravamo come una specie laureata di hippie, eravamo tutti come una massa di poeti, tutti uguali, però credevamo di essere divisi in due bande: definivamo stalinisti a quelli dell'altra parte e adoravamo Octavio Paz; quelli dell'altro lato adoravano Efraín Huerta. Io stavo dal lato di Octavio Paz, credevamo di essere molto raffinati, in realtà tutti usavamo i sandali tipici messicani e le camicie di Oaxaca. Quelli dell'altro lato credevano che eravamo dei borghesi perchè tutti usavamo le stesse cose. Allora conobbi Bolaño, lessi il poema che aveva pubblicato Juan Pascoe, il suo primo poema; Juan pascoe pubblicò anche un mio poema. Conobbi Bolaño e il suo gruppo, ma li temevo molto perchè si comportavano male: intervenivano nelle letture di poesia, davano fastidio e insultavano la gente, facevano guerre. Lo vidi di nuovo 20 anni dopo, quando lo incontrai a Vienna, eravamo stati invitati per parlare dell'esilio, non so perchè accettai, in realtà non parlai dell'esilio ma del fatto che ora chiunque è forestiero. Nemmeno lui parlò dell'esilio, lesse un testo sul romanzo, e fu così che diventammo amici. Questo successe nel 98 o 99.
[Carmen Boullosa intervista di Maristain] torna su

azulines