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2666 di Roberto Bolaño" lo prendi adesso, lo finisci a ferragosto"
pubblicato sul blog di cletus ![]()
novembre 2009
Devo scrivere qualcosa intorno a 2666 di Bolano. Certo, non me l’ha ordinato il dottore. Ma devo tirar fuori il disagio che questo libro mi sta arrecando. Succede cosi. Te ne parla un amico, anni fa, poi ti incuriosisci, inizi a leggere qualcosa di suo, sfogliando quasi con fare furtivo, qualche pagina a caso negli scaffali dedicati a Sellerio, in giro per le librerie romane.
Ti tieni alla larga. Dentro di te dici che ti riprometti, prima o poi, di dargli un’occhiata seria. Poi, preso da quella sindrome strana che ti coglie, quando arrivi a buon punto, e sei a caccia di novità nemmeno fossi ad un safari, ti porti a casa il tomo 1 di 2666.
Inizio a leggerlo, forse un paio di anni fa. Le prime trenta, quaranta, cinquanta pagine. Sono quelle dei Critici. E mentre leggi inizia a girarti il culo. Ma guarda questo cosa si è inventato, un Fringberger bell’e buono, raccontato da quattro critici che sono una storia nella storia. Un grande, ti dici e per l’invidia ti blocchi, quasi intimorito e ridimensionato nelle tue velleità letterarie.
Succede che lo lasci lì, fino al giorno, quest’estate, che stai partendo per le meritate vacanze. Che faccio lo porto o non lo porto ? Ma si, e con gesto imperioso, e assolutamente inconsapevole della sindrome da repulsione che fin qui ti ha avvinto, stimi di poterlo affrontare, nella giusta dimensione di una sosta, un altrove qualsiasi, come se la distanza chilometrica da casa, potesse insieme rappresentare una sana distanza di sicurezza da tutte le tue ansie di scrittore mancato e consentirti di disporti davanti al testo con l’innocenza di un neonato.
Cosi, complice l’aria nuova dell’agosto “lontano da casa” te lo mangi, doverosamente, in una manciata di albe davanti al sole che sorge, quando ancora non ci sono rumori e gli altri ospiti della casa, dormono della grossa (essendo usi tirar tardi oltre il dovuto la sera prima).
Uno schianto. Le quattrocento e passa pagine, ti ripagano una ad una di tutte le sofferenze e titubanze. Non sai se hai appena finito di leggere la doviziosa sceneggiatura di tre serie televisive distinte, se tentare di trovare il numero di telefono sul web di Bolano per andare a spararsi una bottiglia di Arneis al tavolo di qualche bar, diventarci amico in due parole.
Cosi torni a casa (ahimè per gravi motivi familiari) cerchi nello scaffale anche il tomo 2, quello che hai avuto il coraggio di comprare “al buio”, ossia senza nemmeno aver finito il primo, perché sei fatto cosi: se tramvata dev’essere (prima d’averlo letto) che lo sia fino in fondo, almeno potrai stroncarlo, se proprio devi, con validi argomenti in mano.
Inizio a leggere il tomo due. Una sofferenza. Ci sono circa 350 pagine di omicidi di donne in città
misconosciute del Messico (attenzione alla cronaca: proprio in questi giorni, nella stampa internazionale al solito affollata da altro, qualche notizia in merito è uscita). Ti lasci prendere da questo inventario ossessivo incapace di profferire parola e curioso come una biscia di vedere come va a finire te le spari tutte (purtroppo a lunghi intervalli) fino a fartene una ragione. A questo punto continui, arriva la parte di Arcimboldi (è il nome del Fringberger della prima: quella dei Critici, del primo tomo). Ora me ne mancano meno di 200 (il secondo tomo ne conta complessivamente 672).
Cosa voglio dire, essendo il primo caso, qui in bottega di una (chiamiamola benevolmente cosi) recensione su di un testo non ancora finito di leggere del tutto: Compratelo, fatevelo regalare, minacciate di togliere il saluto al vostro compagno/a se non ve lo fa trovare, opportunamente incartato e con tanto di bigliettino d’auguri annesso, sotto uno splendido albero di Natale luccicante di stelline e strasse. Approfittate della “mossa” che quelli dell’Adelphi hanno fatto: riunire i due tomi in uno unico, poderoso. E non fate come me: cercate di aggredirlo senza lasciare troppi spazi in mezzo. Ne vale assolutamente la pena. Se riuscirete a sopportare la prosa apparentemente leggera, ma che come dice Mozzi, ti pone “un fatto” ogni tre righe, se rimarrete indifferenti a quel senso di fastidio che può provocarvi la speditezza del linguaggio, e ancora se siete abbastanza forti dal cogliere in mezzo a cotante sollecitazioni l’umorismo di sottofondo che lo pervade, credetemi:
fate il miglior regalo a voi stessi. Si approssimano giorni di festa. Ho bisogno di mettere fra me e questo testo il nulla e predispormi a leggere, invece che con le cuffiette dell’Ipod nelle orecchie in un vagone del freccia rossa di ritorno da Milano, le ultime duecento pagine stimolato null’altro che dall’avvertimento di Mozzi: “…alla fine, tutto ritorna”.
Ecco, anche questo mio balbettante omaggio. Un grande.
cletus
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