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Roberto Bolaño, I detective selvaggi"
Sellerio, Pag. 816 Euro 16,50
pubblicato su: Il paradiso degli orchi
2008
”,
” o con il verticismo onirico di
A voler essere onesti fino in fondo, mi dovrei tenere alla larga, il più lontano possibile, dal parlare di questo libro.
Una recensione richiederebbe, se non freddezza, un certo distacco. Certo, una critica non dovrebbe diventare mai e poi mai un’operazione chirurgica capace di dividere e analizzare il libro, il corpo sul lettino, nelle sue infinitesimali parti: ora la lingua, l’inventiva, la costruzione etc… No, la letteratura, fortunatamente, quando è importante, ti rimane dentro come uno spirito evocato a modellarti l’anima, e, nelle conseguenze più estreme, a mangiarla; ma dalla sua prima edizione italiana nel 2003, I detective selvaggi, mi ha strappato gli occhi e me ne ha ridati di nuovi. E nulla c’entra la sacralità. Il nuovo sguardo è più vicino a quello dell’innamorato, forse del geloso, che non ha mai cercato complici, anzi non ha mai voluto condividere proprio nulla. Quello dell’innamorato non è egoismo, tutto quello che fa è per proteggere il suo amore da altri sguardi magari incapaci dello stesso amore. Ma arriva un giorno nel quale bisogna ammettere la resa.
Roberto Bolaño è (è diventato) un patrimonio, e aggiungo inestimabile, di tutti. E, quel che più è temibile per chi rifugge la sacralità, è diventato oggetto di culto. Purtroppo l’esponenziale crescita di questa nuova fede, più che al prestigio dell’autore, si deve alla sorte che tristemente ha colpito Roberto Bolaño scomparso nel 2003, poco dopo aver terminato di scrivere 2666
, aspettando un trapianto di fegato. Certo, di pagine lo scrittore cileno ne ha lasciate tante, ma tutta questa orda di innamorati si è scoperta improvvisamente vedova, lasciata sola proprio davanti all’altare e così, nel tentativo di consolarsi, sono diventati tutti complici, pronti a citare questo o quell’altro passo e a chiedersi quale libro sia più bello: I detective selvaggi
o 2666
? Cosa? A chi importa?
Senza I detective ... (che oggi è riedito sempre per Sellerio nella collana la memoria) non sarebbe mai esistito 2666. In fondo Roberto Bolaño ha scritto sempre la stessa cosa: personaggi al confine, personaggi letterati o scrittori alla ricerca della verità su altri scrittori scomparsi.
I detective... è un libro immenso tenuto in piedi da una strana alchimia, malgrado la narrazione proceda anarchicamente con diverse voci e in diversi tempi (talvolta errati), rimane un’opera labirintica ma armoniosamente unita dalla poesia e dal tema, che ci porta a scoprire la vita di strada e bohémien dei realvisceralisti, un movimento poetico creato dal messicano Ulises Lima, (alter ego del poeta Mario Santiago Papasquiaro
) e il cileno Arturo Belano (lo stesso Bolaño). Attraverso la formazione poetica e sessuale del più giovane poeta del gruppo, García Madero “…cordialmente invitato a far parte del realismo viscerale.”, scopriamo tutti gli altri appartenenti al gruppo che si aggirano nello sconfinato Distretto Federale di Città del Messico, che intrecciano tra loro relazioni, creano riviste e disquisiscono di letteratura o sulla sessualità delle opere: «Ernesto San Epifanio aveva detto che esisteva una letteratura eterosessuale, una letteratura omosessuale e una letteratura bisessuale. I romanzi, in genere, erano eterosessuali, la poesia, invece, era assolutamente omosessuale, i racconti, erano bisessuali, anche se questo non lo disse». Nella seconda parte del libro, i singoli racconti dei personaggi ci accompagnano alla scoperta di una generazione e ci portano sulle tracce di Ulises e Arturo costretti alla fuga e intenti nella ricerca di Cesárea Tinajero, una mitica poetessa scomparsa considerata musa ispiratrice del realvisceralismo, e della quale è rimasta un’unica poesia inedita; una ricerca che abbraccia tutta l’America Latina, gli Stati Uniti, l’Africa, l’Europa e ci porta a incontrare puttane, poeti, piccoli trafficanti, pazzi e toreri.
I Detective selvaggi è il più serio divertissement letterario che si possa leggere, o per chi vuole, un grande romanzo generazionale, di formazione, un on the road poetico. In fondo, ogni vedovanza merita una propria personale consolazione.
Massimiliano Di Mino
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