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"Storia breve di un naufragio"
L'incontro con Bolaño
Luciano Funetta, nato a Gioia del Colle nel 1986, vive a Bologna. Il suo racconto Noi stessi abbiamo dimenticato
è stato pubblicato sul numero zero della rivista WATT (Oblique – Ifix, maggio 2011).
Ha scritto un racconto dedicato allo scrttore cileno che Alla dolce memoria di
.
. All’epoca Adelphi non aveva ancora optato per un unico volume e, per fortuna, devo dire, a me toccò comprarlo diviso in due. Inutile dire che si trattò di un completo disastro, almeno perché di solito si usano espressioni come questa (disastro, catastrofe, tragedia) per indicare una nave che cola a picco durante il suo viaggio inaugurale. Esiste un’immagine meravigliosa per spiegare tutto questo. Mi permetto di rubarla a Rodrigo Fresán
che a sua volta, nei “Giardini di Kensington”, la usa per spiegare tutt’altro. L’immagine è quella di Charles Frohman, produttore teatrale di J.M. Barrie, che beve brandy sul ponte del Lusitania, in pieno Oceano Atlantico, e osserva gli altri passeggeri che tentano disperatamente di guadagnare le scialuppe di salvataggio. Il Lusitania è stato appena silurato da un sottomarino tedesco e verrà risucchiato dal mare nel giro di venti minuti. Frohman si concede all’abisso, al cuore oscuro dell’oceano, nell’unica maniera che l’oceano ammette: il naufragio, appunto.

Roberto Bolaño, lassù, sul ponte di prua, assomiglia al capitano Achab, oppure, ancora meglio, somiglia a Huck Finn.
, Stella distante
e hanno sperimentato lo sgomento di scoprire che il loro autore era morto da poco, dopo aver vissuto come un pazzo che non vuole morire. Quell’ometto con gli occhiali tondi era morto a cinquant’anni e nessuno di noi avrebbe mai potuto incontrarlo, appostarsi fuori da casa sua (come invece è stato concesso, ad esempio, ai lettori di Bukowski), e soprattutto, l’aspetto più atroce della faccenda era che Bolaño non avrebbe mai scritto nient’altro. Ecco perché ai suoi libri è concesso un privilegio che spetta soltanto a pochi altri. I libri di Roberto Bolaño sono fatti per essere riletti, per esercitare quel richiamo misterioso che i libri indimenticabili lanciano dal loro posto sugli scaffali delle nostre librerie. Questo accade soprattutto per un motivo, un motivo molto semplice: quei libri non sono capolavori (non tutti). Quei libri, senza troppi giri di parole, sono semplicemente vivi, come pazzi che non vogliono morire. Tra le loro pagine si aggira l’ombra dell’uomo che li ha scritti, un uomo che vorremmo disperatamente fosse nostro amico, al quale vorremmo chiedere alcune cose immense e altre terribilmente prosaiche. Per rendere meglio l’idea, faccio un esempio: da quando Adelphi ha pubblicato in Italia Tra parentesi
i lettori come me possono godere dei preziosi consigli letterari di Roberto Bolaño, esposti in quella forma appassionata e affettuosa che è tipica delle conversazioni tra amici, delle lettere che un amico scrive a un altro nel cuore della notte perché desidera parlargli con urgenza di un romanzo che ha appena letto, di un sogno appena sognato, di un viaggio conservato nelle pieghe della memoria, di un incontro straordinario, della quantità spaventosa di corvi che ha visto a Ginevra nei pressi della tomba di Borges. Per quanto mi riguarda, almeno, i brevi brani di Tra parentesi somigliano molto alle lettere che riservo a un numero molto limitato di amici impagabili e a quelle che loro mi spediscono a loro volta. Allora penso che non c’è molta differenza. Non c’è differenza tra la vita e la morte, tra un ventenne vivo e un cinquantenne morto. Roberto Bolaño, prima di essere un grande scrittore, era, come molti di noi, un lettore ferocissimo e innamorato, capace di notti insonni trascorse a consumare un romanzo o una raccolta di poesie, un’impresa che sembra a tutti gli effetti una sfida ai primi bagliori dell’alba.
di Rodrigo Fresán), quindi rinuncio. Quello che dovevo dire è più o meno tutto qui. Quello che vorrei dire a Roberto Bolaño, invece, lo tengo per me, oppure lo recito inconsapevolmente ogni volta che rileggo I detective selvaggi.
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