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interviste a Bolano

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Luciano Funetta

"Storia breve di un naufragio"
L'incontro con Bolaño

Luciano Funetta, nato a Gioia del Colle nel 1986, vive a Bologna. Il suo racconto Noi stessi abbiamo dimenticato
è stato pubblicato sul numero zero della rivista WATT (Oblique – Ifix, maggio 2011).
Ha scritto un racconto dedicato allo scrttore cileno che Alla dolce memoria di.

Non ricordo bene chi sia stato, tre anni fa, a prendermi da parte per dirmi “Devi leggere i libri di questo tizio”. Anzi, lo ricordo benissimo. Ricordo che era notte, che entrambi avevamo bevuto una quantità insopportabile di qualsiasi cosa e che la strada che percorrevamo per tornarcene a casa mi sembrava il luogo più minaccioso della Terra.
 
Quell’uomo, che avrei rincontrato negli anni successivi, sempre per caso e sempre in condizioni pessime, mi teneva per un braccio e mi parlava come se leggere quel libro, quel libro con un titolo assurdo, fosse l’unico modo per risolvere le nostre vite. A dire il vero, in quel preciso momento, le nostre vite (per lo meno la mia) non avevano alcun bisogno di essere risolte in senso tradizionale. Forse per “risolvere le nostre vite” quel tizio intendeva “gettarle in pasto ai pescecani in un oceano d’amore”.
 
Il libro in questione era 2666. All’epoca Adelphi non aveva ancora optato per un unico volume e, per fortuna, devo dire, a me toccò comprarlo diviso in due. Inutile dire che si trattò di un completo disastro, almeno perché di solito si usano espressioni come questa (disastro, catastrofe, tragedia) per indicare una nave che cola a picco durante il suo viaggio inaugurale. Esiste un’immagine meravigliosa per spiegare tutto questo. Mi permetto di rubarla a Rodrigo Fresán che a sua volta, nei “Giardini di Kensington”, la usa per spiegare tutt’altro. L’immagine è quella di Charles Frohman, produttore teatrale di J.M. Barrie, che beve brandy sul ponte del Lusitania, in pieno Oceano Atlantico, e osserva gli altri passeggeri che tentano disperatamente di guadagnare le scialuppe di salvataggio. Il Lusitania è stato appena silurato da un sottomarino tedesco e verrà risucchiato dal mare nel giro di venti minuti. Frohman si concede all’abisso, al cuore oscuro dell’oceano, nell’unica maniera che l’oceano ammette: il naufragio, appunto.
 
2666 e Roberto Bolaño sono il mio Lusitania, letteralmente. Conosco un mucchio di lettori che sono corsi alle scialuppe dopo un centinaio di pagine. E’ anche vero che ne conosco altrettanti che sono rimasti a bordo. Poi conosco, per fortuna non di persona, alcuni critici letterari che sono le scialuppe. Le scialuppe passano il loro tempo ad aspettare che la nave affondi per poter entrare finalmente in azione e traghettare i sopravvissuti verso la terraferma. Tra le creature che solcano il mare, le scialuppe sono quelle che conducono l’esistenza più misera e la pena che provo per loro è immensa e sincera.
 

Chiunque abbia sperimentato la morte per acqua vedrà il suo nome per sempre legato a quello della nave che l’ha trascinato a fondo. La nave che cola a picco, l’amore che cola a picco, l’amore fraterno che ci trascina nel gorgo. La mia nave è battezzata 2666. E’ una nave disgraziata e io sono .Phlebas il Fenicio Roberto Bolaño, lassù, sul ponte di prua, assomiglia al capitano Achab, oppure, ancora meglio, somiglia a Huck Finn.
 
Dopo quella notte, qualcosa è cambiato, e la mia traversata ha assunto tutte le caratteristiche fondamentali dell’accanimento nei confronti di tutto quello che Roberto Bolaño è riuscito a scrivere. Chiunque la pensi come me sa benissimo che, in realtà, la faccenda è più complessa e crudele: l’accanimento di cui parlo non è altro che un’ossessione innaturale per tutto quello che Bolaño non è riuscito a scrivere. Quelli della mia generazione, quelli che adesso hanno vent’anni o giù di lì, hanno letto 2666, I detective selvaggi, Stella distante e hanno sperimentato lo sgomento di scoprire che il loro autore era morto da poco, dopo aver vissuto come un pazzo che non vuole morire. Quell’ometto con gli occhiali tondi era morto a cinquant’anni e nessuno di noi avrebbe mai potuto incontrarlo, appostarsi fuori da casa sua (come invece è stato concesso, ad esempio, ai lettori di Bukowski), e soprattutto, l’aspetto più atroce della faccenda era che Bolaño non avrebbe mai scritto nient’altro. Ecco perché ai suoi libri è concesso un privilegio che spetta soltanto a pochi altri. I libri di Roberto Bolaño sono fatti per essere riletti, per esercitare quel richiamo misterioso che i libri indimenticabili lanciano dal loro posto sugli scaffali delle nostre librerie. Questo accade soprattutto per un motivo, un motivo molto semplice: quei libri non sono capolavori (non tutti). Quei libri, senza troppi giri di parole, sono semplicemente vivi, come pazzi che non vogliono morire. Tra le loro pagine si aggira l’ombra dell’uomo che li ha scritti, un uomo che vorremmo disperatamente fosse nostro amico, al quale vorremmo chiedere alcune cose immense e altre terribilmente prosaiche. Per rendere meglio l’idea, faccio un esempio: da quando Adelphi ha pubblicato in Italia Tra parentesi i lettori come me possono godere dei preziosi consigli letterari di Roberto Bolaño, esposti in quella forma appassionata e affettuosa che è tipica delle conversazioni tra amici, delle lettere che un amico scrive a un altro nel cuore della notte perché desidera parlargli con urgenza di un romanzo che ha appena letto, di un sogno appena sognato, di un viaggio conservato nelle pieghe della memoria, di un incontro straordinario, della quantità spaventosa di corvi che ha visto a Ginevra nei pressi della tomba di Borges. Per quanto mi riguarda, almeno, i brevi brani di Tra parentesi somigliano molto alle lettere che riservo a un numero molto limitato di amici impagabili e a quelle che loro mi spediscono a loro volta. Allora penso che non c’è molta differenza. Non c’è differenza tra la vita e la morte, tra un ventenne vivo e un cinquantenne morto. Roberto Bolaño, prima di essere un grande scrittore, era, come molti di noi, un lettore ferocissimo e innamorato, capace di notti insonni trascorse a consumare un romanzo o una raccolta di poesie, un’impresa che sembra a tutti gli effetti una sfida ai primi bagliori dell’alba.
 
Potrei dilungarmi e spiegare come e perché certi libri di Roberto Bolaño siano necessari, in che maniera ritengo che almeno un paio di loro diventeranno classici e saranno letti anche tra cento anni. Eppure c’è chi l’ha fatto molto meglio di come potrei mai fare io (cfr. Il detective selvaggio di Rodrigo Fresán), quindi rinuncio. Quello che dovevo dire è più o meno tutto qui. Quello che vorrei dire a Roberto Bolaño, invece, lo tengo per me, oppure lo recito inconsapevolmente ogni volta che rileggo I detective selvaggi.
 
Un giorno sono sicuro che lo incontrerò in un posto sinistro o squallido. Lo troverò che piscia accanto a me in un bagno della metropolitana di Roma o di Città del Messico o che passeggia nei pressi di una libreria di Barcellona, indeciso se entrare a spendere gli ultimi soldi che gli restano, comprare un libro a costo della vita. Leggi a costo della vita: questo ha scritto Roberto Bolaño, e questo farò, senza sconti alla morte o al delirio.
 
Imbàrcati su questo vascello e segui il tuo capitano pazzo. Seguilo in fondo al mare e sorridi di quelli che rimpiangono la terra e la casa. In fondo c’è bisogno di qualcuno che si salvi. In quanto a te, resta a bordo e sii sempre pronto ad ascoltare con attenzione quello che gli altri possono raccontare. Non è importante che tu stesso racconti. Quello che conta è tenere gli occhi e le orecchie aperte, per scrutare la notte e sentire la tempesta che arriva.
 
Non ricordo bene chi sia stato, tre anni fa, a prendermi da parte per dirmi “Devi leggere i libri di questo tizio”. Quello che so è che ero davvero ubriaco e che, in quel vicolo sperduto in un punto della notte, un amico camminava con me.
 
Luciano Funetta
 




NOTE



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