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interviste a Bolano

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Bolaño per i lettori"

le citazioni, i pensieri, i ricordi, i rimandi, i sogni, le riflessioni, le critiche, le emozioni, le reazioni, gli stati d'animo e ogni cosa che capita ai lettori di Bolaño

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Bianca                                  4/12/2009

31 agosto. Ho finito oggi di leggere i due volumi che raccolgono il capolavoro di Roberto Bolaño (Santiago del Cile, 1953; Barcellona, 2003) misteriosamente intitolato 2666. Ancor più della Norvegia – che pur mi ha ammaliato –, sarà questo fluviale, bellissimo romanzo a rendere indimenticabile la lunga estate del 2009. C'è chi ha scritto che si tratta di un romanzo "incompiuto", io credo sia soltanto visceralmente reale: incompiuto non è il romanzo ma la vita stessa. [Bianca]

Non si telefonarono più. Morini avrebbe potuto farlo, ma a modo suo, già da prima che gli amici si mettessero alla ricerca di Arcimboldi, aveva iniziato, come Schwob a Samoa, un viaggio, un viaggio che non era intorno al sepolcro di un coraggioso ma intorno a una rassegnazione, un'esperienza in un certo senso nuova, perché questa rassegnazione non era ciò che comunemente si definisce rassegnazione, e neppure pazienza o spirito di adattamento, ma piuttosto uno stato di mansuetudine, un'umiltà squisita e incomprensibile che lo faceva piangere del tutto a sproposito e in cui la sua immagine, quello che Morini percepiva di Morini, si diluiva pian piano in modo graduale e inarrestabile, come un fiume che smette di essere fiume o come un albero che brucia all'orizzonte senza sapere che sta bruciando.
[ 2666 - I volumelink interno,    Adelphi,  2007    - pag. 142 "]
"Sceglieva La Metamorfosi invece del Processo, sceglieva Bartlebly invece di Moby Dick, sceglieva Un cuore semplice invece di Bouvard e Pécuchet e Canto di Natale invece di Le due città o del Circolo Pickwick. Che triste paradosso, pensò Amalfitano. Neppure i farmacisti colti osano più cimentarsi con le grandi opere, imperfette, torrenziali, in grado di aprire le vie dell'ignoto. Scelgono gli esercizi perfetti dei grandi maestri. In altre parole, vogliono vedere i grandi maestri tirare di scherma in allenamento, ma non vogliono saperne dei combattimenti veri e propri, quando i grandi maestri lottano contro quello che ci spaventa tutti, quello che atterrisce e sgomenta, e ci sono ferite sangue e fetore."
[ 2666 - I volumelink interno,    Adelphi,  2007    - pag. 285-286 "]

( il blog di © Bianca link esterno )

Jacopo Nacci                                  6/1/2011

nessun commento: credo che ci metterò anni per digerire il gigante ed esprimere qualcosa di diverso da suoni inarticolati di meraviglia e godimento. [Jacopo Nacci]

Quella sera, tuttavia, Hans gli chiese o si chiese a voce alta (era la prima volta che parlava) cosa pensassero quelli che vivevano o frequentavano la quinta dimensione. All’inizio il direttore non capì bene, benché il tedesco di Hans fosse molto migliorato da quando era andato a costruire strade e ancora di più da quando viveva a Berlino. Poi afferrò l’idea e smise di badare a Halder e a Nisa per concentrare il suo sguardo di falco o di aquila o di avvoltoio necrofago negli occhi grigi e tranquilli del giovane prussiano, che stava già formulando un’altra domanda: cosa pensavano quelli che avevano libero accesso alla sesta dimensione di quelli che si collocavano nella quinta o nella quarta? Cosa pensavano quelli che vivevano nella decima dimensione, cioè quelli che percepivano dieci dimensioni, riguardo alla musica, per esempio? Cos’era per loro Beethoven? Cos’era per loro Mozart? Cos’era per loro Bach? Probabilmente, si rispose da solo il giovane Reiter, solo rumore, un rumore come di pagine accartocciate, un rumore come di libri bruciati.
In quel momento il direttore d’orchestra alzò una mano in aria e disse o meglio sussurrò in tono confidenziale:
«Non parli di libri bruciati, caro giovanotto».
Al che Hans rispose:
«È tutto un libro bruciato, caro direttore. La musica, la decima dimensione, la quarta dimensione, le culle, la produzione di pallottole e fucili, i romanzi sul Lontano Ovest: tutti libri bruciati».
«Di cosa sta parlando?» disse il direttore.
«È solo una mia opinione» ribatté Hans.
«Un’opinione come qualunque altra,» disse Halder che cercò, non si sa mai, di mettere scherzosamente fine al discorso, per non inimicarsi il direttore né farlo inimicare col suo amico «un tipico intervento adolescenziale».
«No, no,» disse il direttore «a cosa si riferisce quando parla di romanzi sul Lontano Ovest?».
«Ai romanzi di cowboy» disse Hans.
Questa dichiarazione parve togliere un peso di dosso al direttore, che dopo aver scambiato con loro qualche altra parola gentile non tardò a salutarli. Più tardi, il direttore avrebbe detto alla padrona di casa che Haider e il giapponese sembravano brave persone, ma che l’adolescente amico di Haider funzionava, senza alcun dubbio, come una bomba a orologeria: una mente rozza e potente, irrazionale, illogica, capace di esplodere nel momento meno indicato. Il che non era vero.
[ 2666 -link interno, Adelphi, vol. unico   2009   pagg. 720-721 "]

*     *      *

Ivanov era iscritto al partito dal 1902. A quell’epoca aveva cercato di scrivere racconti alla maniera di Tolstoj, C(echov, Gor’kij, cioè aveva tentato di plagiarli senza troppo successo, perciò, dopo una lunga riflessione (tutta una notte d’estate), aveva astutamente deciso di scrivere alla maniera di Odoevskij e Lažec(nikov. Cinquanta per cento di Odoevskij e cinquanta per cento di Lažec(nikov. Non gli era andata male, in parte perché i lettori avevano dimenticato, con la mancanza di memoria tipica dei lettori, il povero Odoevskij (nato nel 1803 e morto nel 1869) e il povero Lažec(nikov (nato nel 1792 e morto, come Odoevskij, nel 1869), e in parte perché la critica letteraria, acuta come sempre, non aveva estrapolato né collegato né si era accorta di nulla.
Nel 1910 Ivanov era quello che si è soliti definire uno scrittore promettente, dal quale ci si aspettavano grandi cose, ma Odoevskij e Lažec(nikov, come modelli da imitare, non consentivano nulla di più e la produzione artistica di Ivanov ebbe una bella frenata o, a seconda dell’ottica, un crollo, da cui non riuscì a salvarlo neppure un nuovo ibrido che tentò in extremis: mescolare lo hoffmaniano Odoevskij e il fan di Walter Scott Lažec(nikov con la stella ascendente di Gor’kij. I suoi racconti, dovette rassegnarsi, non interessavano, e le sue finanze ne risentirono, ma ancor più ne risentì il suo orgoglio. Fino alla Rivoluzione di Ottobre, Ivanov scrisse sporadicamente per riviste scientifiche, per riviste di agricoltura, fece il correttore di bozze, il venditore di lampadine elettriche, l’assistente in uno studio di avvocato, senza trascurare i suoi lavori per il partito, dove faceva praticamente qualunque cosa di cui ci fosse bisogno, da redigere e stampare volantini a trovare la carta a fare da tramite con altri scrittori simpatizzanti e con qualche compagno di viaggio. E tutto senza lamentarsi né abbandonare le sue vecchie abitudini: la visita quotidiana ai locali dove si riuniva la bohème moscovita e la vodka.
 
Il trionfo della rivoluzione non migliorò le sue prospettive letterarie né lavorative, al contrario, il lavoro raddoppiò e non di rado triplicò e a volte addirittura quadruplicò, ma Ivanov compì il suo dovere senza lamentarsi. Un giorno gli chiesero un racconto sulla vita in Russia nel 1940. In tre ore Ivanov scrisse il suo primo racconto di fantascienza. Si intitolava II treno degli Urali e parlava di un bambino, in viaggio su un treno alla velocità media di duecento chilometri orari, che raccontava in prima persona quanto gli passava davanti agli occhi: fabbriche splendenti, campi ben lavorati, nuovi villaggi modello costituiti da due o tre edifici di oltre dieci piani, visitati da allegre delegazioni straniere che prendevano nota attentamente dei progressi raggiunti per poi applicarli nei rispettivi paesi, bambino che viaggiava sul Treno degli Urali, andava a trovare nonno, un ex combattente dell’esercito rosso che dopo aver conseguito un titolo universitario a un’età anomala dirigeva un laboratorio specializzato in complicate indagini avvolte nel più grande mistero. Mentre uscivano dalla stazione mano ne la mano, il nonno, un tipo energico che dimostrava sui quarant’anni anche se ovviamente ne aveva molti di più, raccontava al bambino alcuni dei successi ottenuti ultimamente, ma il nipote, pur sempre un bambino, lo obbligava a raccontargli storie della rivoluzione e della guerra contro i bianchi e contro l’intervento straniero, cosa a cui il nonno, pur sempre un vecchio, acconsentiva con piacere. Tutto qui. L’accoglienza che gli riservarono i lettori fu straordinaria.
Il primo a restarne sorpreso, bisogna dirlo, fu lo scrittore stesso. Il secondo a restarne sorpreso fu il caporedattore, che aveva letto il racconto con la matita in mano, per correggere i refusi, e non ne era rimasto particolarmente colpito. Alla redazione della rivista arrivarono lettere che chiedevano altre collaborazioni di quello «sconosciuto Ivanov», di quell’«incoraggiante Ivanov», «uno scrittore che crede nel domani», «un autore che infonde fiducia in quel futuro per cui stiamo lottando», e le lettere venivano da Mosca e da Pietrogrado, ma arrivarono anche lettere di combattenti e attivisti politici dagli angoli più lontani del paese che si erano identificati con la figura del nonno, il che risvegliò l’insonnia del caporedattore, un marxista dialettico e materialista e niente affatto dogmatico, marxista che da buon marxista non aveva studiato solo Marx ma anche Hegel e Feuerbach (e persino Kant) e che rideva di gusto quando rileggeva Lichtenberg e che aveva letto Montaigne e Pascal e che conosceva abbastanza bene gli scritti di Fourier, e non riusciva a credere che fra le tante cose buone (senza esagerare, fra le diverse cose buone) che aveva pubblicato la rivista, fosse questo racconto, sentimentaloide e senza basi scientifiche, ad aver più emozionato i cittadini della terra dei soviet.
[ 2666 -link interno, Adelphi, vol. unico   2009   pagg. 768-770 "]

*     *      *

Qualcosa non quadra, pensò. Naturalmente alla notte insonne del caporedattore si aggiunse la notte di felicità e vodka di Ivanov, che decise di festeggiare il suo primo succcesso nelle peggiori bettole di Mosca e poi alla Casa dello Scrittore, dove cenò con quattro amici che sembravano i quattro cavalieri dell’Apocalisse. Da quel momento in poi a Ivanov chiesero solo racconti di fantascienza e lui, guardando bene il primo, che aveva scritto per così dire inavvertitamente, ripeté la formula con alcune varianti che ricavò a poco a poco dal grande patrimonio della letteratura russa e da certe pubblicazioni di chimica, biologia, medicina e astronomia che accumulava nella sua stanza come l’usuraio accumula i mancati pagamenti, le cambiali, gli assegni insoluti. Così divenne famoso in tutti gli angoli dell’Unione Sovietica e non tardò a diventare uno scrittore professionista, uno che viveva esclusivamente di quanto gli rendevano i libri e che andava a congressi e conferenze nelle università e nelle fabbriche mentre riviste e pubblicazioni letterarie si disputavano i suoi lavori.
 
Ma tutto invecchia e invecchiò anche la formula del futuro radioso e dell’eroe che nel passato aveva contribuito a creare il futuro radioso, e del bambino (o la bambina) che nel futuro (che nel racconto era il presente) si godeva tutta quella cornucopia e l’inventiva comunista. E così quando Ansky conobbe Ivanov quest’ultimo non era più un successo di vendite e i suoi romanzi e racconti, che molti consideravano pacchiani o insopportabili, non suscitavano più l’entusiasmo che avevano suscitato in altre epoche. Ivanov, però, continuava a scrivere e continuava a essere pubblicato e continuava a riscuotere ogni mese uno stipendio per le sue visioni arcadiche. Era ancora un membro del partito. Apparteneva all’Associazione degli Scrittori Rivoluzionari. Il suo nome figurava nelle liste ufficiali dei creatori sovietici. In apparenza era un uomo felice, scapolo, che aveva una stanza grande e comoda in una casa di un buon quartiere di Mosca, che di tanto in tanto andava a letto con prostitute non troppo giovani con cui finiva per mettersi a cantare e a piangere, e che mangiava almeno quattro volte la settimana nei ristoranti degli scrittori e dei poeti. Dentro di sé, tuttavia, Ivanov sentiva che gli mancava qualcosa. Il passo decisivo, lo slancio di audacia. Il momento in cui la crisalide, con un sorriso di abbandono, si trasforma in farfalla. Fu allora che comparve il giovane ebreo Ansky con le sue idee folli, le sue visioni siberiane, le sue incursioni in terre maledette, il patrimonio di esperienza selvaggia che può avere soltanto un ragazzo di diciott’anni. Anche Ivanov aveva avuto diciott’anni ma non aveva mai sperimentato neppure da lontano qualcosa di simile a quello che raccontava Ansky. Forse, pensò, è dovuto al fatto che lui è ebreo e io no. Scartò ben presto l’idea. Forse è dovuto alla sua ignoranza, pensò. Al suo carattere impulsivo. Al suo disprezzo per le norme che reggono la vita, persino una vita borghese, pensò. E poi si mise a pensare a quanto erano ripugnanti, visti da vicino, gli artisti e gli pseudoarti adolescenti. Pensò a Majakovskij, che conosceva personalmente, con cui aveva parlato una volta, forse due, e alla sua enorme vanità, una vanità che nascondeva, probabilmente, la sua mancanza d’amore per il prossimo, il suo disinteresse per il prossimo, il suo smisurato desiderio di fama. Poi pensò a Lermonn e a Puškin, vanitosi come stelle del cinema o cantanti d’opera. Nijinsky. Guro. Nadson. Blok (che aveva conosciuto personalmente e che era insopportabile). Zavorre per l’arte, pensò. Si credono il sole e bruciano tutto, ma non sono dei soli, sono solo meteoriti erranti e nessuno, in fondo, gli bada. Umiliaino, ma non bruciano. E alla fine sono sempre loro gli umiliati, ma umiliati davvero, presi a calci e a sputi, esecrati e mutilati, umiliati davvero, perché così imparano, umiliati per bene.
 
Per Ivanov uno scrittore vero, un artista e un creatore vero era sostanzialmente una persona responsabile e con un certo grado di maturità. Uno scrittore vero doveva saper ascoltare e doveva saper agire al momento giusto. Doveva essere ragionevolmente opportunista e ragionevolmente colto. Una cultura eccessiva desta diffidenza e rancore. Un opportunismo eccessivo desta sospetti. Uno scrittore vero doveva essere una persona ragionevolmente tranquilla, un uomo di buonsenso. Non doveva parlare a voce troppo alta né provocare polemiche. Doveva essere ragionevolmente simpatico e doveva evitare di farsi nemici gratuiti. Soprattutto, non alzare la voce, a meno che non la alzassero tutti gli altri. Uno scrittore vero doveva sapere che dietro di lui c’era l’Associazione degli Scrittori, il Sindacato degli Artisti, la Confederazione dei Lavoratori della Letteratura, la Casa del Poeta. Cos’è la prima cosa che si fa quando si entra in una chiesa?, si domandava Efrem Ivanov. Ci si toglie il cappello. Ammettiamo che non ci si faccia il segno della croce. D’accordo, non ci si fa il segno della croce. Siamo moderni. Ma il minimo che si possa fare è scoprirsi la testa! Gli scrittori adolescenti, al contrario, entravano in una chiesa e non si toglievano il cappello neppure se venivano pestati a sangue, che purtroppo era quello che succedeva alla fine. E non solo non si toglievano il cappello: ridevano, sbadigliavano, facevano stronzate, scorreggiavano. Alcuni addirittura applaudivano.
[ 2666 -link interno, Adelphi, vol. unico   2009   pagg. 770-772 "]

( il blog di © Jacopo Nacci link esterno )

Stefano crupi                                  31/12/2010
Sua madre era guercia. Aveva i capelli biondissimi ed era guercia. L’occhio buono era celeste e mite, come se non fosse una donna molto intelligente, ma in compenso fosse buona, tanto. Suo padre era zoppo. Aveva perso una gamba in guerra e aveva passato un mese in un ospedale militare vicino a Duren, pensando che non ce l’avrebbe fatta e guardando i feriti che si potevano muovere (lui no!) mentre rubavano le sigarette ai feriti che non si potevano muovere. Quando avevano cercato di rubare a lui le sigarette, aveva preso il ladro per il collo, un tipo lentigginoso e con gli zigomi larghi, le spalle larghe, i fianchi larghi, e gli aveva detto: alt!, non si scherza con le sigarette di un soldato! Allora il lentigginoso se n’era andato, era scesa la sera e suo padre aveva avuto l’impressione che qualcuno lo guardasse.
Nel letto accanto c’era una mummia. Aveva gli occhi neri come due pozzi profondi.
“Vuoi fumare?” gli domandò.
La mummia non rispose.
“Fumare fa bene” disse lui, e si accese una sigaretta e cercò la bocca della mummia fra le bende. La mummia fu scossa da un tremito. Forse non fuma, pensò lui, e gli tolse la sigaretta. La luna illuminò la punta della sigaretta, che era macchiata da una specie di muffa bianca. Poi gliela infilò di nuovo tra le labbra, dicendogli: fuma, fuma, dimentica tutto. Gli occhi della mummia non lo lasciavano, forse, pensò, è un camerata del battaglione e mi ha riconosciuto. Ma perché non dice nulla? Forse non può parlare, pensò. Il fumo, all’improvviso, cominciò a venir fuori tra le bende. Bolle, pensò, bolle, bolle.
Alla mummia il fumo usciva dalle orecchie, dalla gola, dalla fronte, dagli occhi, che però nemmeno adesso smettevano di guardarlo, finché lui non attaccò a soffiargli sulla testa bendata e gli tolse la sigaretta dalle labbra e continuò a soffiare un altro po’ finché il fumo non scomparve del tutto. Poi spense la sigaretta e si assopì.
Al suo risveglio la mummia non c’era più. Dov’è la mummia?, chiese. È morta stamattina, disse qualcuno da un letto. Allora si accese una sigaretta e si mise ad aspettare la colazione. Quando lo dimisero se ne andò zoppicando fino a Duren. Là prese un treno che lo lasciò in un’altra città.
 
In quella città aspettò ventiquattr’ore alla stazione, mangiando la zuppa dell’esercito. A distribuire la zuppa era un sergente dell’esercito zoppo come lui. Parlarono un po’, mentre il sergente vuotava mestolate di zuppa nei piatti di alluminio dei soldati e lui mangiava, seduto su un banco di legno, un banco come da falegname, lì accanto. Secondo il sergente stava per cambiare tutto. La guerra era alla fine e sarebbe iniziata una nuova epoca. Lui gli rispose, mentre mangiava, che non sarebbe mai cambiato nulla. Neppure loro, che avevano perso una gamba a testa, erano cambiati.
Ogni volta che replicava , il sergente rideva. Se il sergente diceva bianco, lui diceva nero. Se il sergente diceva giorno, lui diceva notte. E alle sue risposte il sergente rideva e gli domandava se alla zuppa mancava il sale, se era troppo insipida. Poi si stufò di aspettare un treno che, a suo avviso, non sarebbe mai arrivato e riprese la marcia a piedi.
 
Vagò per tre settimane nella campagna, mangiando pane duro e rubando frutta e galline nelle fattorie. Durante quel viaggio la Germania si arrese. Quando glielo dissero, lui disse: tanto meglio. Una sera arrivò al paese e bussò alla porta di casa sua. Aprì la madre e vedendolo così malconcio non lo riconobbe. Poi lo abbracciarono e gli diedero da mangiare. Lui chiese se la guercia si era sposata. Gli dissero di no. Quella sera andò a trovarla, senza cambiarsi i vestiti né farsi il bagno, nonostante le preghiere di sua madre perché almeno si radesse. Quando la guercia lo vide davanti alla porta di casa lo riconobbe subito. Anche lo zoppo la vide, affacciata alla finestra, e alzò una mano e la salutò formalmente, con una certa rigidità persino, ma anche quel saluto si sarebbe potuto interpretare come un gesto che voleva dire: la vita è fatta così. Da allora in poi ripeté a chiunque voleva ascoltarlo che al suo paese erano tutti ciechi e che la guercia era una regina.
[ 2666 link interno,    Adelphi,  2004    - Incipit de "La parte di Arcimboldi"]

( il blog di © Stefano Crupi link esterno )

Quetzalina                                  28/12/2010
Dopo lo strepito iniziale d'improvviso tutti tacquero. Era come se una corrente ad alto voltaggio avesse attraversato l'appartamento lasciandoci mutati, dice Muñoz Cano in uno dei pochi momenti id lucidità del suo libro.Ci guardavamo e ci riconoscevamo, ma in realtà era come se non ci riconoscessimo, sembravamo diversi, sembravamo uguali, odiavamo i nostri volti,i nostri gesti erano quelli dei sonnambuli e degli idioti....
[ Stella distante link interno,    Sellerio,  2004    - pag. 127]
 
L'opera non si chiude , come c'era da aspettarsi, con la morte di uno dei siamesi ma con un nuovo ciclo di dolore. Forse la sua tesi pecca di semplicità: solo il dolore lega alla vita, solo il dolore è capace di rivelarla
[ Stella distante link interno,    Sellerio,  2004    - pag. 134]

Sembra che il dolore sia essenza stessa della vita per Bolaño,
questa cosa mi ha sempre colpito...
c'è in ogni sua pagina, in pratica.
Quando sembra che la sofferenza e il male arrivino al suo apice nelle sue narrazioni
poi si evolvono...e si acuiscono , non tanto per l'intensità degli stessi,
quanto perchè sembrano permeare ( secondo l'idea bolañiana) ogni gesto di vita quotidiana.....

© Quetzalina -        ( Quetzalina su anobii link esterno )

Maurizio                                  23/12/2010
A volte io mi informavo dai camerieri: è venuto il guardiano?, cena o non cena il guardiano?, da quando non si fa vivo il guardiano?, l'avete visto riempire di scarabocchi i margini di qualche libro?, guarda la luna come un lupo, il guardiano?, insistevo poco, questo sì, perchè non avevo tempo.... O meglio, dedicavo il mio tempo a faccende che non avevano niente in comune con Gaspar Heredia, lontano, piccolo piccolo, come voltando la schiena a tutti, nascondendo chi era lui, come passava il tempo, con quale coraggio aveva camminato e camminava (no correva!) verso il buio, verso il punto più alto...
[ La pista di ghiaccio link interno,    Sellerio,  2004    - pag. 22]

© Maurizio -

Stefania S.                                  20/12/2010

Resurrección
 
La poesía entra en el sueño
como un buzo en el lago.
La poesía, más valiente que nadie,
entra y cae
a plomo
en un lago infinito cono Loch Ness
o turbio e infausto como el lago Batalón.
Contempladla desde el fondo:
un buzo
inocente
envuelto en las plumas
de la voluntad.
La poesía entra en el sueño
como un buzo muerto
en el ojo de Dios.

resurrezione
 
La poesia entra nel sogno
come un palombaro nel lago.
La poesia, più intrepida di chiunque,
entra e cade
a piombo
in un lago infinito come Loch Ness
o torbido e infausto come il lago Batalón.
Contemplala dal fondo:
un palombaro
innocente
avvolto nelle piume
della volontà.
La poesia entra nel sogno
come un palombaro morto
nell'occhio di Dio.
[ La universidad desconocida,   Anagrama,  2007 - pag. 425]


 
... ma nessuno, e tanto meno in letteratura, è capace di non battere ciglio per un lasso di tempo protratto
[ Stella distante link interno,    Sellerio,  2007    - pag. 153]
 
... occhi che sanno. Occhi che credono a tutte le possibilità ma che nel contempo sanno che nulla ha rimedio.
[ Stella distante link interno,    Sellerio,  2007    - pag. 202]
 
...ma uno solo il pasaporto, e quel passaporto evidentemente è la qualità della scrittura. Che non vuol dire scrivere bene, perchè questo può farlo chiunque, significa scrivere meravigliosamente bene, e non basta ancora, perchè anche scrivere meravigliosamente bene può farlo chiunque. Allora,che cos'è una scrittura di qualità? Ebbene, è quello che è sempre stata: saper ficcare la testa nel buio, saper saltare nel vuoto, sapere che la letteratura è fondamentalmente un mestiere pericoloso. Correre sull'orlo del precipizio: da una parte l'abisso senza fondo e dall'altro i volti amati, i volti amati che sorridono, e i libri, e gli amici, e la tavola.
[ Tra parentesi link interno,    Adelphi,  2007    - pag. 43]

 
Non è la bellezza ma il coraggio, che pretende la poesia.

© Stefania S.        

Andrea                                  20/12/2010
Lo stile era strano, la scrittura era chiara e a volte persino trasparente ma il modo in cui si susseguivano le storie non portava da nessuna parte: [...] l'unica cosa che restava era la natura, una natura che a poco a poco si disfaceva in un pentolone bollente fino a sparire del tutto
[ 2666 link interno,    Adelphi,  2007    - pag. 237]
Purtroppo non ho i libri di B. qui con me al momento, ma questa l'avevo segnata nella mia recensione su anobii. Babbo Natale di sicuro mi porterà qualche altro titolo del nostro :)
auguri a tutti voi!

© Andrea -        ( Idna su anobii link esterno )

Chiara                                  20/12/2010
Come riconoscere un'opera d'arte? Come separarla, anche solo per un momento, dal suo apparato critico, dai suoi esegeti, dai suoi instancabili plagiari, dal suo destino finale di solitudine? E' facile. Bisogna tradurla. Bisogna che il traduttore non sia una cima. Bisogna strapparne pagine a caso. Bisogna dimenticarla in un solaio. Se poi dopo tutto questo salta fuori un giovane e la legge, e dopo averla letta la fa sua, e le è fedele (o infedele, non importa) e la reinterpreta e la accompagna nel suo viaggio verso i limiti ed entrambi si arricchiscono e il giovane aggiunge un grammo di coraggio al suo coraggio naturale, ci troviamo di fronte a qualcosa, una macchina o un libro, capace di parlare a tutti gli esseri umani: non un campo arato ma una montagna, non l'immagine del bosco ma la selva oscura, non uno stormo d'uccelli ma l'Usignolo.
[ Tra parentesi link interno,    Adelphi,  2009    - pag. 237]
Ecco, dal primo momento in cui l'ho incontrato, Bolaño mi ha parlato. E da allora non ha mai smesso di farlo, ed io non ho mai smesso di seguirlo, come Alice insegue il suo coniglio bianco, come i suoi detective selvaggi inseguono il desiderio e la promessa di un Altrove.

© Chiara -        ( Chiara su anobii link esterno )

Calatrava                                  19/12/2010
..sembra più che altro un cimitero, ma non un cimitero del 1974, né un cimitero del 1968, né un cimitero del 1975, ma un cimitero del 2666, un cimitero dimenticato sotto una palpebra morta o mai nata, le acquosità spassionate di un occhio che per dimenticare qualcosa ha finito per dimenticare tutto
[ Amuleto link interno,    Adelphi,      - pag. 71-72]

© Calatrava -        ( Calatrava su anobii link esterno )

Melinda                                  19/12/2010
Tutta l'opera di Bolaño è un inno alla poesia.
La celebra con un trasporto che coinvolge, appassiona, fa schierare in favore della poesia.
E dopo aver letto i suoi stupendi e poetici testi narrativi, l'interesse per la sua produzione in poesia è enorme. Ma si scopre che in Italia è stata pubblicata solo prosa e che le poesie sono poche rispetto alla totalità dei suoi scritti. Poi sul sito archivio Bolaño compaiono un po' alla volte le poesie tradotte in italiano, e sono meravigliose, alcune fanno piangere (Lupe link interno); capisco che per me Bolaño è sempre un poeta, anche quando scrive in prosa.
Riporto alcune citazioni che mi sono piaciute a questo proposito.

 
Adesso sono un poeta e cerco cose straordinarie per dirle con parole normalissime
[ Il gaucho insostenibile,    Sellerio,      - pag. 13]
 
Poi si appoggiava allo schienale e si metteva a parlare della sua vita in quella città del nord e delle sue poesie, che aveva pubblicato presso la piccola casa editrice sovvenzionata dalle Belle Arti, e di suo marito, che non capiva il mestiere di poetessa né i dolori che tale mestiere comportava.
[ Puttane assassine,    Sellerio,      - pag. 45]
 
Io ho cominciato a scrivere perché la poesia rende più libero, maestro, e non smetterò mai, disse con un sorriso che nascondeva appena il suo orgoglio e la sua determinazione.
[ Puttane assassine,    Sellerio,      - pag. 49]
 
So che saprai perdonare le mie bizzarrie disse, in fin dei conti siamo entrambi lettori di poesia. Le fui grato di non aver detto che eravamo entrambi poeti.
[ Puttane assassine,    Sellerio,      - pag. 55]
 
So, perché fu lui a dirlo, che aveva frequentato un corso di poesia, un corso di poesia gratuito, più o meno come la cooperativa medica dei poveri, solo in versione letteraria, e che non aveva scritto una sola poesia, cosa che fece piegare in due dalle risate il mio amico dentista e che io non capii, non la trovavo divertente, finché non mi fu spiegato che Ramírez scriveva narrativa. Racconti, non poesie. Allora chiesi perché non si fosse iscritto a un corso di narrativa. E il mio amico dentista disse: perché non c'erano corsi di narrativa. Capisci? In questo paese di merda si insegna gratis soltanto la poesia. Capisci?
[ Puttane assassine,    Sellerio,      - pag. 239]
 
Io ero alla toilette, nei bagni di non so quale piano della facoltà, il quarto, mi pare, ma non sono sicura. Ed ero seduta sul water con la gonna tirata su, come dice la poesia o la canzone, a leggere i versi delicatissimi di Pedro Garfias, che era già morto da un anno, don Pedro così malinconico, così triste per la Spagna e per il mondo in generale, chi l'avrebbe immaginato che mi sarei trovata a leggerlo alla toilette proprio nel momento in cui quelle teste di cazzo dei reparti antisommossa entravano nell'università.
[ Amuleto link interno,    Adelphi,      - pag. 45]
 
Poi si appoggiava allo schienale e si metteva a parlare della sua vita in quella città del nord e delle sue poesie, che aveva pubblicato presso la piccola casa editrice sovvenzionata dalle Belle Arti, e di suo marito, che non capiva il mestiere di poetessa né i dolori che tale mestiere comportava.
[ Puttane assassine,    Sellerio,      - pag. 26]
 
No, sono solo poeta - disse San Epifanio facendomi spazio. - La poesia mi è più che sufficiente, anche se un anno di questi mi concederò la volgarità di mettermi a scrivere racconti.
[ I detective selvaggi link interno,    Sellerio,      - pag. 73]
 

© Melinda -        ( Melinda su anobii link esterno )


 
Marco da Firenze
La pista di ghiaccio è stato il primo libro che ho letto di Bolaño , e quello a cui sono più affezzionato; un giallo che non è un giallo, a nessuno importa scoprire chi sia l'assassino. Per la verità non c'e' nemmeno uno straccio di detective. Il crimine obbliga i tre personaggi a interrogarsi sulla loro vita, il loro passato e il senso della loro esistenza. Un gran bel libro!
 
Una sera vidi il grassone alla tele: scortato da due poliziotti usciva da un'auto e spariva dietro la porta di un tribunale. Non cercò di coprirsi la faccia con la giacca o le mani ammanettate; al contrario, guardava l'obiettivo con curiosità e distanza, come se la faccenda non riguardasse lui e gli assassini e i truffatori fossero dall'altra parte, fuori dalla portata dell'obiettivo. Un pomeriggio mentre dormivo, Caridad entrò nella tenda, si spogliò e facemmo l'amore, più o meno nello stesso modo, come se la cosa non riguardasse noi e i veri amanti fossero morti e sepolti.
[ La pista di Ghiaccio,    Sellerio,     trad. Angelo Morino - pag. 187]
 
Quando ci domandavano quali erano i nostri progetti non sapevamo cosa dire. il plurale della domanda ci imbarazzava. vivere a Barcellona, probabilmente, dicevamo guardandoci di sottecchi. O viaggiare, o trasferirci in Marocco, o studiare, o andarcene ognuno dalla sua parte, In fondo sapevamo solo che penzolavamo nel vuoto. Ma non avevamo paura. A volte, di notte, quando giravo per le zone scure, con tende familiari vuote coperti di aghi di pino e posti sgombri, pensavo alla pista di ghiaccio e questo sì che mi faceva paura. Paura che qualcosa della pista fosse lì, rannicchiato, nascosto nel buio. Ogni tanto, aiutata dall'aria e dai topi che scorazzavano sui rami degli alberi, la presenza diventava quasi visibile; allora mi allontanavo, evitando di correre ma in fretta, e solo dopo avere sentito il respiro regolare di Caridad dall'altra parte della tela gialla che proteggeva la nostra tenda, mi tranquillizzavo e potevo tornare al lavoro....
[ La pista di Ghiaccio,    Sellerio,     trad. Angelo Morino - pag. 199]
Ma non posso dimenticare Anversa :
La mia malattia allora era l'orgoglio, la rabbia e la violenza. Queste cose (rabbia, violenza) sfiancano e io passavo le giornate inutilmente stanco. Di notte lavoravo. Di giorno scrivevo e leggevo. Non dormivo mai. Mi tenevo sveglio bevendo caffè e fumando.....il disprezzo che provavo per la cosiddetta letteratura ufficiale era enorme, sebbene solo un pò più grande di quello che provavo per la letteratura marginale. ma credevo nella letteratura: ossia non credevo nè nell'arrivismo nè nell'opportunismo nè nei mormorii cortigiani, Sì nei gesti inutili, sì nel destino.
[ Anarchia totale: 22 anni dopo , prologo di Anversa,    Sellerio,     trad. Angelo Morino - pag. 11]

© Marco )


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