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le citazioni, i pensieri, i ricordi, i rimandi, i sogni, le riflessioni, le critiche, le emozioni, le reazioni, gli stati d'animo e ogni cosa che capita ai lettori di Bolaño
31 agosto. Ho finito oggi di leggere i due volumi che raccolgono il capolavoro di Roberto Bolaño (Santiago del Cile, 1953; Barcellona, 2003) misteriosamente intitolato 2666. Ancor più della Norvegia – che pur mi ha ammaliato –, sarà questo fluviale, bellissimo romanzo a rendere indimenticabile la lunga estate del 2009. C'è chi ha scritto che si tratta di un romanzo "incompiuto", io credo sia soltanto visceralmente reale: incompiuto non è il romanzo ma la vita stessa. [Bianca]
Non si telefonarono più. Morini avrebbe potuto farlo, ma a modo suo, già da prima che gli amici si mettessero alla ricerca di Arcimboldi, aveva iniziato, come Schwob a Samoa, un viaggio, un viaggio che non era intorno al sepolcro di un coraggioso ma intorno a una rassegnazione, un'esperienza in un certo senso nuova, perché questa rassegnazione non era ciò che comunemente si definisce rassegnazione, e neppure pazienza o spirito di adattamento, ma piuttosto uno stato di mansuetudine, un'umiltà squisita e incomprensibile che lo faceva piangere del tutto a sproposito e in cui la sua immagine, quello che Morini percepiva di Morini, si diluiva pian piano in modo graduale e inarrestabile, come un fiume che smette di essere fiume o come un albero che brucia all'orizzonte senza sapere che sta bruciando.

, Adelphi, 2007 - pag. 142 "]
"Sceglieva La Metamorfosi invece del Processo, sceglieva Bartlebly invece di Moby Dick, sceglieva Un cuore semplice invece di Bouvard e Pécuchet e Canto di Natale invece di Le due città o del Circolo Pickwick. Che triste paradosso, pensò Amalfitano. Neppure i farmacisti colti osano più cimentarsi con le grandi opere, imperfette, torrenziali, in grado di aprire le vie dell'ignoto. Scelgono gli esercizi perfetti dei grandi maestri. In altre parole, vogliono vedere i grandi maestri tirare di scherma in allenamento, ma non vogliono saperne dei combattimenti veri e propri, quando i grandi maestri lottano contro quello che ci spaventa tutti, quello che atterrisce e sgomenta, e ci sono ferite sangue e fetore."

, Adelphi, 2007 - pag. 285-286 "]
nessun commento: credo che ci metterò anni per digerire il gigante ed esprimere qualcosa di diverso da suoni inarticolati di meraviglia e godimento. [Jacopo Nacci]
Quella sera, tuttavia, Hans gli chiese o si chiese a voce alta (era la prima volta che parlava) cosa pensassero quelli che vivevano o frequentavano la quinta dimensione. All’inizio il direttore non capì bene, benché il tedesco di Hans fosse molto migliorato da quando era andato a costruire strade e ancora di più da quando viveva a Berlino. Poi afferrò l’idea e smise di badare a Halder e a Nisa per concentrare il suo sguardo di falco o di aquila o di avvoltoio necrofago negli occhi grigi e tranquilli del giovane prussiano, che stava già formulando un’altra domanda: cosa pensavano quelli che avevano libero accesso alla sesta dimensione di quelli che si collocavano nella quinta o nella quarta? Cosa pensavano quelli che vivevano nella decima dimensione, cioè quelli che percepivano dieci dimensioni, riguardo alla musica, per esempio? Cos’era per loro Beethoven? Cos’era per loro Mozart? Cos’era per loro Bach? Probabilmente, si rispose da solo il giovane Reiter, solo rumore, un rumore come di pagine accartocciate, un rumore come di libri bruciati.
, Adelphi, vol. unico 2009 pagg. 720-721 "]
* * *
Ivanov era iscritto al partito dal 1902. A quell’epoca aveva cercato di scrivere racconti alla maniera di Tolstoj, C(echov, Gor’kij, cioè aveva tentato di plagiarli senza troppo successo, perciò, dopo una lunga riflessione (tutta una notte d’estate), aveva astutamente deciso di scrivere alla maniera di Odoevskij e Lažec(nikov. Cinquanta per cento di Odoevskij e cinquanta per cento di Lažec(nikov. Non gli era andata male, in parte perché i lettori avevano dimenticato, con la mancanza di memoria tipica dei lettori, il povero Odoevskij (nato nel 1803 e morto nel 1869) e il povero Lažec(nikov (nato nel 1792 e morto, come Odoevskij, nel 1869), e in parte perché la critica letteraria, acuta come sempre, non aveva estrapolato né collegato né si era accorta di nulla.
, Adelphi, vol. unico 2009 pagg. 768-770 "]
* * *
Qualcosa non quadra, pensò. Naturalmente alla notte insonne del caporedattore si aggiunse la notte di felicità e vodka di Ivanov, che decise di festeggiare il suo primo succcesso nelle peggiori bettole di Mosca e poi alla Casa dello Scrittore, dove cenò con quattro amici che sembravano i quattro cavalieri dell’Apocalisse. Da quel momento in poi a Ivanov chiesero solo racconti di fantascienza e lui, guardando bene il primo, che aveva scritto per così dire inavvertitamente, ripeté la formula con alcune varianti che ricavò a poco a poco dal grande patrimonio della letteratura russa e da certe pubblicazioni di chimica, biologia, medicina e astronomia che accumulava nella sua stanza come l’usuraio accumula i mancati pagamenti, le cambiali, gli assegni insoluti. Così divenne famoso in tutti gli angoli dell’Unione Sovietica e non tardò a diventare uno scrittore professionista, uno che viveva esclusivamente di quanto gli rendevano i libri e che andava a congressi e conferenze nelle università e nelle fabbriche mentre riviste e pubblicazioni letterarie si disputavano i suoi lavori.

, Adelphi, vol. unico 2009 pagg. 770-772 "]
Sua madre era guercia. Aveva i capelli biondissimi ed era guercia. L’occhio buono era celeste e mite, come se non fosse una donna molto intelligente, ma in compenso fosse buona, tanto. Suo padre era zoppo. Aveva perso una gamba in guerra e aveva passato un mese in un ospedale militare vicino a Duren, pensando che non ce l’avrebbe fatta e guardando i feriti che si potevano muovere (lui no!) mentre rubavano le sigarette ai feriti che non si potevano muovere. Quando avevano cercato di rubare a lui le sigarette, aveva preso il ladro per il collo, un tipo lentigginoso e con gli zigomi larghi, le spalle larghe, i fianchi larghi, e gli aveva detto: alt!, non si scherza con le sigarette di un soldato! Allora il lentigginoso se n’era andato, era scesa la sera e suo padre aveva avuto l’impressione che qualcuno lo guardasse.
, Adelphi, 2004 - Incipit de "La parte di Arcimboldi"]
( il blog di © Stefano Crupi
)
Dopo lo strepito iniziale d'improvviso tutti tacquero. Era come se una corrente ad alto voltaggio avesse attraversato l'appartamento lasciandoci mutati, dice Muñoz Cano in uno dei pochi momenti id lucidità del suo libro.Ci guardavamo e ci riconoscevamo, ma in realtà era come se non ci riconoscessimo, sembravamo diversi, sembravamo uguali, odiavamo i nostri volti,i nostri gesti erano quelli dei sonnambuli e degli idioti....

, Sellerio, 2004 - pag. 127]
L'opera non si chiude , come c'era da aspettarsi, con la morte di uno dei siamesi ma con un nuovo ciclo di dolore. Forse la sua tesi pecca di semplicità: solo il dolore lega alla vita, solo il dolore è capace di rivelarla

, Sellerio, 2004 - pag. 134]
Sembra che il dolore sia essenza stessa della vita per Bolaño,
questa cosa mi ha sempre colpito...
c'è in ogni sua pagina, in pratica.
Quando sembra che la sofferenza e il male arrivino al suo apice nelle sue narrazioni
poi si evolvono...e si acuiscono , non tanto per l'intensità degli stessi,
quanto perchè sembrano permeare ( secondo l'idea bolañiana) ogni gesto di vita quotidiana.....
© Quetzalina - ( Quetzalina su anobii
)
A volte io mi informavo dai camerieri: è venuto il guardiano?, cena o non cena il guardiano?, da quando non si fa vivo il guardiano?, l'avete visto riempire di scarabocchi i margini di qualche libro?, guarda la luna come un lupo, il guardiano?, insistevo poco, questo sì, perchè non avevo tempo.... O meglio, dedicavo il mio tempo a faccende che non avevano niente in comune con Gaspar Heredia, lontano, piccolo piccolo, come voltando la schiena a tutti, nascondendo chi era lui, come passava il tempo, con quale coraggio aveva camminato e camminava (no correva!) verso il buio, verso il punto più alto...

, Sellerio, 2004 - pag. 22]
© Maurizio -
Resurrección
La poesía entra en el sueño
como un buzo en el lago.
La poesía, más valiente que nadie,
entra y cae
a plomo
en un lago infinito cono Loch Ness
o turbio e infausto como el lago Batalón.
Contempladla desde el fondo:
un buzo
inocente
envuelto en las plumas
de la voluntad.
La poesía entra en el sueño
como un buzo muerto
en el ojo de Dios.
resurrezione
La poesia entra nel sogno
come un palombaro nel lago.
La poesia, più intrepida di chiunque,
entra e cade
a piombo
in un lago infinito come Loch Ness
o torbido e infausto come il lago Batalón.
Contemplala dal fondo:
un palombaro
innocente
avvolto nelle piume
della volontà.
La poesia entra nel sogno
come un palombaro morto
nell'occhio di Dio.
[ La universidad desconocida, Anagrama, 2007 - pag. 425]
... ma nessuno, e tanto meno in letteratura, è capace di non battere ciglio per un lasso di tempo protratto

, Sellerio, 2007 - pag. 153]
... occhi che sanno. Occhi che credono a tutte le possibilità ma che nel contempo sanno che nulla ha rimedio.

, Sellerio, 2007 - pag. 202]
...ma uno solo il pasaporto, e quel passaporto evidentemente è la qualità della scrittura. Che non vuol dire scrivere bene, perchè questo può farlo chiunque, significa scrivere meravigliosamente bene, e non basta ancora, perchè anche scrivere meravigliosamente bene può farlo chiunque. Allora,che cos'è una scrittura di qualità? Ebbene, è quello che è sempre stata: saper ficcare la testa nel buio, saper saltare nel vuoto, sapere che la letteratura è fondamentalmente un mestiere pericoloso. Correre sull'orlo del precipizio: da una parte l'abisso senza fondo e dall'altro i volti amati, i volti amati che sorridono, e i libri, e gli amici, e la tavola.

, Adelphi, 2007 - pag. 43]
© Stefania S.
Lo stile era strano, la scrittura era chiara e a volte persino trasparente ma il modo in cui si susseguivano le storie non portava da nessuna parte: [...] l'unica cosa che restava era la natura, una natura che a poco a poco si disfaceva in un pentolone bollente fino a sparire del tutto

, Adelphi, 2007 - pag. 237]
© Andrea - ( Idna su anobii
)
Come riconoscere un'opera d'arte? Come separarla, anche solo per un momento, dal suo apparato critico, dai suoi esegeti, dai suoi instancabili plagiari, dal suo destino finale di solitudine? E' facile. Bisogna tradurla. Bisogna che il traduttore non sia una cima. Bisogna strapparne pagine a caso. Bisogna dimenticarla in un solaio. Se poi dopo tutto questo salta fuori un giovane e la legge, e dopo averla letta la fa sua, e le è fedele (o infedele, non importa) e la reinterpreta e la accompagna nel suo viaggio verso i limiti ed entrambi si arricchiscono e il giovane aggiunge un grammo di coraggio al suo coraggio naturale, ci troviamo di fronte a qualcosa, una macchina o un libro, capace di parlare a tutti gli esseri umani: non un campo arato ma una montagna, non l'immagine del bosco ma la selva oscura, non uno stormo d'uccelli ma l'Usignolo.

, Adelphi, 2009 - pag. 237]
© Chiara - ( Chiara su anobii
)
..sembra più che altro un cimitero, ma non un cimitero del 1974, né un cimitero del 1968, né un cimitero del 1975, ma un cimitero del 2666, un cimitero dimenticato sotto una palpebra morta o mai nata, le acquosità spassionate di un occhio che per dimenticare qualcosa ha finito per dimenticare tutto

, Adelphi, - pag. 71-72]
© Calatrava - ( Calatrava su anobii
)
); capisco che per me Bolaño è sempre un poeta, anche quando scrive in prosa.
Adesso sono un poeta e cerco cose straordinarie per dirle con parole normalissime

Poi si appoggiava allo schienale e si metteva a parlare della sua vita in quella città del nord e delle sue poesie, che aveva pubblicato presso la piccola casa editrice sovvenzionata dalle Belle Arti, e di suo marito, che non capiva il mestiere di poetessa né i dolori che tale mestiere comportava.

Io ho cominciato a scrivere perché la poesia rende più libero, maestro, e non smetterò mai, disse con un sorriso che nascondeva appena il suo orgoglio e la sua determinazione.

So che saprai perdonare le mie bizzarrie disse, in fin dei conti siamo entrambi lettori di poesia. Le fui grato di non aver detto che eravamo entrambi poeti.

So, perché fu lui a dirlo, che aveva frequentato un corso di poesia, un corso di poesia gratuito, più o meno come la cooperativa medica dei poveri, solo in versione letteraria, e che non aveva scritto una sola poesia, cosa che fece piegare in due dalle risate il mio amico dentista e che io non capii, non la trovavo divertente, finché non mi fu spiegato che Ramírez scriveva narrativa. Racconti, non poesie. Allora chiesi perché non si fosse iscritto a un corso di narrativa. E il mio amico dentista disse: perché non c'erano corsi di narrativa. Capisci? In questo paese di merda si insegna gratis soltanto la poesia. Capisci?

Io ero alla toilette, nei bagni di non so quale piano della facoltà, il quarto, mi pare, ma non sono sicura. Ed ero seduta sul water con la gonna tirata su, come dice la poesia o la canzone, a leggere i versi delicatissimi di Pedro Garfias, che era già morto da un anno, don Pedro così malinconico, così triste per la Spagna e per il mondo in generale, chi l'avrebbe immaginato che mi sarei trovata a leggerlo alla toilette proprio nel momento in cui quelle teste di cazzo dei reparti antisommossa entravano nell'università.

, Adelphi, - pag. 45]
Poi si appoggiava allo schienale e si metteva a parlare della sua vita in quella città del nord e delle sue poesie, che aveva pubblicato presso la piccola casa editrice sovvenzionata dalle Belle Arti, e di suo marito, che non capiva il mestiere di poetessa né i dolori che tale mestiere comportava.

No, sono solo poeta - disse San Epifanio facendomi spazio. - La poesia mi è più che sufficiente, anche se un anno di questi mi concederò la volgarità di mettermi a scrivere racconti.

, Sellerio, - pag. 73]
© Melinda - ( Melinda su anobii
)
Una sera vidi il grassone alla tele: scortato da due poliziotti usciva da un'auto e spariva dietro la porta di un tribunale. Non cercò di coprirsi la faccia con la giacca o le mani ammanettate; al contrario, guardava l'obiettivo con curiosità e distanza, come se la faccenda non riguardasse lui e gli assassini e i truffatori fossero dall'altra parte, fuori dalla portata dell'obiettivo. Un pomeriggio mentre dormivo, Caridad entrò nella tenda, si spogliò e facemmo l'amore, più o meno nello stesso modo, come se la cosa non riguardasse noi e i veri amanti fossero morti e sepolti.

Quando ci domandavano quali erano i nostri progetti non sapevamo cosa dire. il plurale della domanda ci imbarazzava. vivere a Barcellona, probabilmente, dicevamo guardandoci di sottecchi. O viaggiare, o trasferirci in Marocco, o studiare, o andarcene ognuno dalla sua parte, In fondo sapevamo solo che penzolavamo nel vuoto. Ma non avevamo paura. A volte, di notte, quando giravo per le zone scure, con tende familiari vuote coperti di aghi di pino e posti sgombri, pensavo alla pista di ghiaccio e questo sì che mi faceva paura. Paura che qualcosa della pista fosse lì, rannicchiato, nascosto nel buio. Ogni tanto, aiutata dall'aria e dai topi che scorazzavano sui rami degli alberi, la presenza diventava quasi visibile; allora mi allontanavo, evitando di correre ma in fretta, e solo dopo avere sentito il respiro regolare di Caridad dall'altra parte della tela gialla che proteggeva la nostra tenda, mi tranquillizzavo e potevo tornare al lavoro....

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La mia malattia allora era l'orgoglio, la rabbia e la violenza. Queste cose (rabbia, violenza) sfiancano e io passavo le giornate inutilmente stanco. Di notte lavoravo. Di giorno scrivevo e leggevo. Non dormivo mai. Mi tenevo sveglio bevendo caffè e fumando.....il disprezzo che provavo per la cosiddetta letteratura ufficiale era enorme, sebbene solo un pò più grande di quello che provavo per la letteratura marginale. ma credevo nella letteratura: ossia non credevo nè nell'arrivismo nè nell'opportunismo nè nei mormorii cortigiani, Sì nei gesti inutili, sì nel destino.

, prologo di Anversa, Sellerio, trad. Angelo Morino - pag. 11]© Marco )
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