Una recensione in progress
Oggi, 30 luglio 2011, ho iniziato a leggere 2666. Affronto quest'opera importante con emozione e rispetto. Non mi preoccupa la mole (ho letto libri altrettanto voluminosi, se non di più) ma la consapevolezza di essere al cospetto di un'opera fondamentale, il romanzo-mondo di uno scrittore che mai come altri ha scavato a fondo i rapporti tra vita e letteratura, intessendo una trama luminosa e totalizzante sulla narrativa contemporanea.
Ho atteso di aver letto tutto quello che è stato pubblicato in Italia, con l'eccezione di Tra parentesi che chiuderà il percorso. Lo recensirò qui: cinque recensioni quanti sono i libri che compongono l'opera, via via che la lettura procederà. Poi, forse, alla fine, ci sarà spazio per alcune considerazioni complessive. Quindi, appuntamento (spero presto) per la prima parte: La parte dei critici.
1 di 5 – La parte dei critici.
Pare che Bolaño volesse pubblicare separatamente i cinque libri che compongono 2666; ma ciò era per motivi eminentemente commerciali. Aveva altresì dichiarato che i lettori avrebbero potuto leggerli nell’ordine che più avessero preferito, sostenendo che si poteva giungere al cuore del romanzo battendo vie diverse. Credo, invece, che bene abbiano fatto gli editori – Sellerio in Italia – a pubblicarli secondo quello che appare l’approccio temporalmente e narrativamente più corretto. Quindi, si comincia con La parte dei critici che, pur non conoscendo il prosieguo della vicenda, credo si evidenzi coma la parte iniziale, la base della piramide, come qualcuno l’ha definita.
I critici sono quattro: Jean-Claude Pelletier, francese; Manuel Espinoza, spagnolo; Piero Morini, italiano; Liz Norton, inglese. Tutti importanti professori, accomunati dalla passione per quello che ritengono il maggiore scrittore tedesco dell’era moderna: Benno von Arcimboldi. Ma Arcimboldi, oltre ad essere un sommo scrittore ha anche un’altra caratteristica. Nessuno sa dove sia. Si presume che sia ancora in vita, anche se molto vecchio, ma si ignora in quale parte del mondo risieda. E’ quindi naturale che i quattro critici si mettano con impegno e pertinacia alla sua ricerca, inseguendo labili tracce, talvolta semplici sentito dire, la dichiarazione di qualcuno, riportata da qualcun altro che, forse, in una notte buia, ha intravisto un uomo che potrebbe…
Questa ricerca spasmodica è il tema principale di questo primo libro. Ma ve n’è un altro: la storia, tutta personale, dei rapporti tra Liz Norton, unica donna del quartetto, e gli altri tre. Una storia di amore e passione, a volte spregiudicata e tale da spostare, talvolta, in secondo piano, la ricerca dello scrittore tedesco.
Le tracce li porteranno, alla fine, in Messico, in quel luogo a suo modo magico e terribile che è il deserto del Sonora, già punto focale della vicenda tracciata ne I detective selvaggi. E qui si troveranno temi cari a Bolaño, in particolare quello dell’esilio, visto che i quattro faranno la conoscenza con il professore Oscar Amalfitano che, guarda caso, è un esule cileno e si pone come evidente alter ego dell’autore.
La lettura di questa prima parte è affascinante. Come sempre, la scrittura fluviale di Bolaño cattura e immerge il lettore in un flusso continuo di sensazioni, avvenimenti anche minimi, sogni, atmosfere inquietanti. L’arrivo in Messico fa da catalizzatore: si ha la sensazione che lì, a Santa Teresa, possano trovarsi le radici del male. Tante donne misteriosamente assassinate, altri eventi oscuri. E’ collegato tutto ciò con l’ipotizzata presenza in quei luoghi di Benno von Arcimboldi? (01/08/2011)
2 di 5 – La parte di Amalfitano
Il professor Oscar Amalfitano è cileno e, inevitabilmente, un esule. Dopo un lungo soggiorno in Spagna, a Barcellona, ora è in Messico, dove insegna all’Università di Santa Teresa, città di fantasia ma corrispondente, nella realtà a Ciudád Juàrez, ai limiti del deserto del Sonora, al confine con gli Stati Uniti. Siamo in quella regione, il Chihuahua, dove si sono consumati centinaia di assassinii di donne, tutti misteriosi, tutti impuniti e, addirittura, negati dalle autorità nazionali e locali che hanno sempre cercato di sminuire la gravità degli avvenimenti, se non addirittura negarli.
Amalfitano, che deve il cognome ad un nonno italiano, è già comparso nel primo libro di 2666, La parte dei critici, quando i ricercatori sulla pista di von Arcimboldi si recano in Messico, a Santa Teresa appunto, ove pare si abbiano notizie di un passaggio del grande scrittore tedesco. Ora, questo secondo libro gli è tutto dedicato, anche se non “giustapposto” al primo, visto che non si farà alcun riferimento al suo incontro con i critici.
E’ la storia di un uomo sradicato, infelice, alla perpetua ricerca di un senso. Ha avuto una moglie, Lola, che lo ha abbandonato per seguire un grande poeta spagnolo, omosessuale e pazzo, pur lasciandogli una figlia Rosa, di cui Amalfitano si prenderà cura e per la quale, una volta a Santa Teresa, ora che lei è adolescente, paventa una fine tragica come per tante donne misteriosamente uccise.
Amalfitano è un intellettuale. Melanconico e dubbioso di sé e del mondo che lo circonda, tuttavia curioso e aperto a molteplici esperienze, anche avanguardistiche. Affascinante la sua ricostruzione di un “modo di leggere” di Duchamp, appendendo un libro, un testo di geometria, utilizzando le apposite mollette, alla corda per i panni, in giardino e osservare come lo leggono, giorno dopo giorno, l’aria, il vento, la notte, il sole, la brina. Ma è anche straordinaria una dimensione che si potrebbe definire onirica e che attraversa tutto il libro, fino a trasfigurarsi in paesaggi pietrosi che parrebbero tante anticamere dell’inferno.
Le storie si susseguono, nel classico stile di Bolaño, lento e fluviale, talora ipnotico, molto simile a quello del primo periodo dello scrittore, quello di Notturno cileno per intenderci.
Nessun contributo alla ricerca di Benno von Alcimboldi, qui neppure nominato. (03/08/2011)
3 di 5 – La parte di Fate
Oscar Fate è un giornalista nero, afroamericano, come gli piace dire. Vive a New York e lavora per un giornale destinato quasi esclusivamente ai lettori di colore che vivono ad Harlem, “Alba Nera”. Si occupa di problemi politici e sociali ma, a causa dell’improvvisa scomparsa del giornalista che si occupa di sport, deve andare a coprire un incontro di pugilato importante che si svolge tra un campione statunitense ed un pugile messicano. La città è Santa Teresa, la stessa città ove approdano nel primo libro i critici alla ricerca di Benno von Arcimboldi e dove vive il professore Amalfitano, cui è dedicato il secondo volume di questa opera fluviale.
Le fila, quindi, cominciano a stringersi. Perché Fate, una volta giunto a Santa Teresa, non solo incontrerà la bella figlia del professore, Rosa Amalfitano, ma farà la conoscenza del professore stesso. Si imbatterà anche nelle notizie che riguardano i misteriosi delitti che hanno come vittime tante giovani donne, tutti sostanzialmente impuniti, tutti minimizzati e negati (o quasi) dalle autorità locali.
Fate si muove con una certa sicurezza in un mondo che gli è sconosciuto, tra pugili, allenatori, sparring partner, giornalisti messicani, ragazze indecifrabili, in un paesaggio spesso surreale, tra locali ove suona una musica, un terribile Jazz del Sonora, che sembra una atroce danza di morte. Gli incontri sono molteplici, alternati a ricordi di personaggi intervistati in passato, secondo una tecnica narrativa cara a Bolaño, tanti tasselli per disegnare un mosaico angoscioso e di difficile decifrazione.
Ad incontro finito, Fate vorrebbe restare ancora qualche giorno per un servizio sugli omicidi misteriosi, ma la direzione del giornale gli ingiunge di tornare: ai lettori neri di “Alba Nera” non gliene frega niente di quello che accade nel Chihuahua. Una sottovalutazione che travalica il singolo episodio per evidenziare un generale atteggiamento, anche fuori dai confini del Messico, che tende a svalutare una serie di crimini efferati di cui sono vittime donne e, in generale, ciò che riguarda un universo femminile offeso e violato.
Forse innamorato di Rosa Amalfitano – che non è più la tenera adolescente incontrata nel precedente libro – Oscar Fate fa giusto in tempo per portarla via con sé, negli USA, da dove la fanciulla ripartirà per la Spagna, sua terra natale. La macchina della morte si è già messa in moto per chi ha troppo osservato e osato chiedere. Non senza aver parlato con il professore e aver dato una occhiata incuriosita al libro di geometria che, nel giardino, oscilla nella brezza attaccato con le mollette alla corda per il bucato. (05/08/2011).
4 di 5 – La parte dei delitti
Con il quarto libro Bolaño ci conduce all’inferno. L’inferno del deserto del Sonora. L’inferno di Santa Teresa. L’inferno di centinaia di donne assassinate. Perché di questo è fatto il libro. Un lungo, terribile e ossessivo elenco di donne uccise nelle maniere più efferate. Si entra in pieno, questa volta, in quella terribile sequenza di delitti che nei precedenti tre libri era soltanto accennata, evocata, e che ora diventa il corpo stesso della narrazione. Per ogni donna un paragrafo. La data e il luogo del ritrovamento del corpo, il nome (quando è stata possibile l’identificazione), l’età (certa o presunta), la maniera in cui si è realizzato il ritrovamento e ad opera di chi. La natura delle ferite, lo stato del cadavere, se vi sia stata o meno violenza carnale, se siano stati rinvenuti vestiti e quali e in che stato. E poi altre informazioni sulla vittima, quali: stato civile, luogo di residenza, tipo di lavoro e, poiché spesso si tratta di bambine, la scuola frequentata. Naturalmente, sempre che sia possibile l’identificazione. Si riportano anche informazioni sulle iniziative messe in atto dalla polizia, indicando i nomi degli agenti incaricati delle indagini e la conclusione delle stesse che, nella stragrande maggioranza dei casi, altro non è se non l’archiviazione.
Questo elenco terribile va avanti pagina dopo pagina, implacabile, inarrestabile, e non si può fare a meno di essere presi da una sottile angoscia, soprattutto pensando che quello che racconta Bolaño non è fantasia romanzesca ma la verità (nemmeno completa ed esaustiva) di un angolo di mondo, quel buco nero al confine tra USA e Messico, che sembra vedere concentrato il Male assoluto.
Tutto intorno l’allucinata realtà di Santa Teresa, il deserto, i cumuli di spazzatura e, soprattutto, le maquiladoras queste fabbriche delle multinazionali che impiegano manodopera a basso costo e da cui si può essere cacciati solo per aver tentato di organizzare un sindacato e dove non si può essere raggiunti da telefonate personali, neppure per essere informati che la propria bambina è stata trovata violentata e sgozzata in una discarica abusiva.
Chi sono i colpevoli? Ogni tanto viene incriminato un marito o un fidanzato geloso, ma sono casi sporadici. I delitti, in realtà, restano impuniti. Non solo. Si ha più di una sensazione che tutto congiuri contro una vera indagine. In questo, Bolaño è maestro. Senza indicazioni precise o adduzione di prove, si ha la sensazione come dell’esistenza di un disegno dell’orrore, di cui fanno parte i poliziotti, i politici, i padroni delle fabbriche, i narcotrafficanti, i trafficanti di clandestini (i cosiddetti polleros), le bande che infestano il territorio.
A punteggiare la scansione delle morti, Bolaño inserisce personaggi indimenticabili. Il poliziotto che riesce ancora a piangere guardandosi intorno, la sensitiva che prevede le uccisioni, la deputata e femminista che non vuole darsi per vinta, il celebre criminologo americano che, si intuisce, non farà poi molto, il giornalista di Città del Messico che cerca di dar conto di quanto sta avvenendo (Sergio González Rodriguez, autore di Ossa nel deserto, pubblicato in Italia da Adelphi).
Si esce sconvolti dalla lettura di questo quarto libro dell’opera massima di Bolaño. A me è venuto in mente Le 120 giornate di Sodoma, soprattutto la seconda parte, quando il “divino Marchese” si limita (si fa per dire) a snocciolare le sue perversioni, una dopo l’altra, con brevi ed essenziali descrizioni, forse ancora più orribili nella loro laconicità. (11/08/2011).
5 di 5 – La parte di Arcimboldi

Il cerchio si chiude. Con La parte dei critici Bolaño ci aveva introdotti alla ricerca di Benno von Arcimboldi, misterioso scrittore tedesco, schivo e appartato: ignote le sue attuali sembianze, ignoto il luogo di residenza, addirittura incerto se sia ancora in vita. I quattro critici che ne sono alla ricerca concluderanno i loro infruttuosi tentativi in Messico, ai confini con gli Stati Uniti, in quella città di Santa Teresa (leggi Ciudád Juàrez), nel deserto del Sonora, ove centinaia di donne vengono barbaramente uccise tra l’indifferenza delle autorità.
Eppure, malgrado i dubbi e le incertezze, Benno von Arcomboldi esiste ed il quinto e ultimo libro di cui si compone 2666 gli è interamente dedicato. Hans Reiter, questo il suo vero nome, è nato nel 1920 in Prussia, figlio di uno zoppo e di una guercia. La sua vita prende subito vie particolari ed il carattere schivo e riflessivo lo predestinano a cose “diverse”, come poi accadrà. Bolaño ci riconduce quindi in Europa, attraverso due guerre mondiali, il tracollo del fronte orientale, la caduta del Reich millenario, gli anni della difficile ricostruzione tedesca, il tutto filtrato attraverso i chiari occhi di Hans, occhi particolari, distanti e pure partecipi allo stesso tempo, secondo un itinerario interiore forse non del tutto esplicito ma sicuramente non convenzionale e dignitoso nel suo isolamento.
Come sempre in Bolaño, il libro abbonda di personaggi che Hans (non ancora von Arcimboldi) incontra nel suo lungo cammino. Alcuni sono straordinari e drammatici e lasciano una profonda impressione nel lettore, come quel funzionario tedesco, in una provincia della Polonia occupata, cui arriva per errore un treno con cinquecento ebrei e lui, con le poche risorse che ha a disposizione, dovrà sterminarli, un po’ per volta, con mezzi “casalinghi” mentre i russi avanzano e lui – che è una brava persona – non sa come fare a, portare a termine il suo ingrato compito. Agghiacciante nella sua normalità.
Si scoprirà il perché Reiter decida, una volta scritto il primo libro, di assumere uno pseudonimo e perché quello di Benno von Arcimboldi. Si preciseranno i rapporti con l’editore Bubis, con la cui vedova i quattro critici, nella prima parte, si in contreranno allo scopo di attingere nuove informazioni sull’introvabile scrittore.
E infine, ancora una volta, il Messico, i misteriosi omicidi delle donne e la scoperta del legame che unisce l’ormai anziano scrittore a quei luoghi. E su questo non dirò nulla per lasciare il piacere della sorpresa ai lettori, pur non essendo 2666 un thriller.
Ora che è finito, non posso non provare una sensazione di vuoto, di assenza. Penso che, ancora in vita, Bolaño avrebbe potuto continuarlo all’infinito, aggiungendo altre parti, intervenendo su quelle già scritte. Forse il fascino di questa opera fluviale sta proprio nel “non scritto”, in questa sorta di enigmaticità che percorre tutto il romanzo, forse il meno “letterario” dello scrittore cileno, ma sicuramente quello più ricco di suggestioni. Credo che bisognerà rileggerlo. Forse non subito, ma va assolutamente fatto.
(17/08/2011). Pier Luigi Lo Presti