Introduzione
VICTORIA CARPENTER University of Derby, UK
L’estate del 2004 portò una scintilla di speranza in Messico. Dopo anni di investigazioni, il presidente Luis Echevarria e diversi membri del suo gabinetto furono accusati di crimini contro l’umanità per il massacro di ‘jueves de Corpus’ del 10 Giugno 1971. Le settimane precedenti alla delibera della Corte Suprema del paese furono seguite attentamente dai maggiori giornali del Messico; coloro che ricordavano la morte di uno studente nelle proteste di Monterey del 1971 speravano che Echevarria venisse accusato di aver ordinato alle truppe di sparare nella più famosa dimostrazione studentesca tenutasi nella Plaza de las Tres Culturas nel distretto di Tlatelolco di Città del Messico il 2 Ottobre 1968. Ad ogni modo, la corte non dichiarò Echevarria colpevole di genocidio, creando diversi dubbi sul fatto che giustizia sarà mai fatta. In un’intervista per La Jornada del 27 Luglio 2004 (
http://www.jornada.unam.mx
), Carlos Monsivais, uno degli scrittori associati alla ‘letteratura di Tlatelolco’ affermava che, anche se i colpevoli erano rimasti impuniti, la società messicana non aveva scordato i crimini commessi dai governi Diaz Ordaz e Echevarria. Definendo il Messico del 2004 come socialmente disincantato e disperato, Monsivais asseriva che l’impunità di Echevarria fosse il risultato di un’amnesia storica: dimenticare il crimini assolve il criminale.
La questione del ricordo dei crimini contro l’umanità è stata da sempre un punto focale della ‘letteratura di Tlatelolco’, il cui scopo va oltre il ricordo degli eventi del 2 Ottobre del 1968 e punta ad analizzare le conseguenze della sparatoria in termine della influenza sulla società messicana per tener vivo lo spirito del movimento studentesco messicano, che fu in gran parte distrutto dal massacro di Tlatelolco.
A differenza dei movimenti studenteschi negli Stati Uniti o in Europa, il movimento messicano era meno orientato verso problemi internazionali, e più concentrato verso i problemi nazionali come la liberà di stampa e di associazione. Nella sua analisi sulla natura del movimento e il suo impatto, Octavio Paz scrisse:
Il movimento giovanile fu il risultato dell’emergere di una nuova classe media. Non era difficile notare che nella lingua degli studenti messicani vi erano gli echi delle proclamazioni e delle dichiarazioni degli studenti di Berkley e di Parigi di quello stesso anno; c’erano comunque delle differenze. I messicani erano meno libertari, e nelle loro dichiarazioni non c’era traccia della critica virulenta che i giovani in Francia indirizzavano ai regimi comunisti. (Paz, 1985: 123)
Nella storia del movimento studentesco messicano, ci sono stati molti scontri tra studenti e truppe paramilitari (granadero), ben note per le loro tattiche spietate, alle manifestazioni in giro per il paese (Stevens, 1987: 221); ciò nonostante, la maggior parte degli incidenti che avevano preceduto il massacro di Tlatelolco erano stati ignorati dai media. (Meyer e Sherman, 1979: 662). I conflitti continuarono a città del Messico, dove studenti universitari e non ebbero diversi sconti con i granaderos. Nell’estate del 1968, le proteste si fecero più frequenti, con gli studenti contro l’organizzazione in Messico dei giochi olimpici, che vedevano come una scusa per il governo a continuare la repressione. La fine di Luglio del 1968 vide un’ulteriore escalation del conflitto: il 26 Luglio, lo Instituto Politecnico Nacional (IPN) e la Federacion Nacional de Estudiantes Tecnicos organizzava una marcia di protesta mentre Central Nacional de Estudiantes Democraticos (CNED), un’organizzazione studentesca della Universidad Autonoma de Mexico (UAM – ora UNAM), commemorava il quindicesimo anniversario dell’attacco di Fidel Castro alle postazioni militari di Moncada. Entrambi gli eventi erano considerati minacce alla sicurezza, e i granaderos ancora una volta furono mandati a disperdere i manifestanti. L’eccessivo uso della forza da parte dei militari verso i civili disarmati fece esplodere il confronto, e i protestanti si barricarono dentro la scuola di preparazione della UAM; il risultato fu un assedio di tre giorni, che di nuovo culminò in episodi di violenza
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http://trc.ucdavis.edu/erickson/mru/mexico.htm
].
Verso l’Ottobre del 1968, l’attività del movimento fu sostenuta dai lavoratori delle ferrovie che protestavano per l’arresto dei capi dei sindacati dei ferrovieri. Senza dubbio la pace ed eguaglianza nel mondo erano questioni importanti per i giovani messicani, ma prioritari erano i più immediati problemi dei loro compatrioti. Fu indetta una manifestazione per il 2 Ottobre 1968, nella Plaza de las Tres Culturas nel distretto di Tlatelolco di Città del Messico, allo scopo di dar voce al supporto degli studenti per i sindacalisti imprigionati e anche per esprimere la loro domanda di vera democrazia. Come un osservatore fece notare: ‘i giovani vennero per dire che si opponevano ai vizi del sistema di governo in Messico; che volevano far parte della creazione di un paese migliore; e che non possedevano i mezzi democratici per essere ascoltati’ (Motte, 1975: 8).
Erano circa 5000 presenti in piazza, tra cui gli studenti che protestavano, le loro famiglie (alcune con bambini) e i residenti dei palazzi della zona. Secondo testimoni oculari, l’atmosfera era intensa ma pacifica. Gli eventi terribili iniziano a dispiegarsi verso le 6.10 pm, quando due fuochi artificiali verdi si accendono nella piazza. Venti minuti dopo, unità di granadero in carri e veicoli corazzati entra nella piazza, ordinando ai dimostranti di disperdersi. Vedendo che il gruppo non rispondeva all’ordine, i granaderos usarono bastoni e gas lacrimogeno per disperdere la folla. Nello scontro che ne seguì, i granaderos usarono armi da fuoco contro civili disarmati, uccidendo e ferendo un gran numero di persone, anche se non esistono numeri ufficiali. Secondo il primo resoconto da Tlatelolco di Fernando M. Garza, il direttore delle pubbliche relazioni del gabinetto, in una conferenza stampa il 2 Ottobre, venti persone furono uccise e 75 ferite (Excelsior, 3 October 1968) (
http://www.excelsior.com.mx/archivo/documentos
).
In seguito quel resoconto fu emendato e il governo dichiarò 37 uccisi e feriti (Hellman, 1978: 205n). Meyer e Sherman (1979: 669–670) scrivono che ‘le statistiche ufficiali ammisero prima otto, poi diciotto e infine quarantatre vittime, ma alcuni messicani ben informati accettarono cifre morali sotto i tre o quattrocento’. I i giornalisti che furono testimoni del massacro parlarono di 325 uccisi; Hellman (1978: 142) cita: ‘almeno 50 persone furono uccise nella Plaza e altre 500 ferite (molte in maniera critica)... Molti dei feriti morirono successivamente perché i dottori al reparto di emergenza non erano autorizzati a prestar loro soccorso’. La sofferenza continuò, con gli arrestati che vennero imprigionati, torturati e stuprati (De Mora, 1973: 121–137).
Negli spari in piazza, che furono così indiscriminati che quattro granaderos ed un generale furono feriti, il movimento studentesco messicano fu distrutto, così come le speranze del paese per un cambiamento: ‘l’identificazione col sistema cominciò a crollare nel 1968, soprattutto dopo il massacro di Tlatelolco. La gente educata non era preparata a sentirsi parte di un sistema che, sotto estrema pressione, era pronto ad uccidere, e proprio questo conflitto incarna la contraddizione: tra l’assolutismo di un presidente educato in università e la ribellione delle università stesse’(Zaid, 1985: 157). Ciò nonostante, i ‘jipitecas’, la risposta messicana al movimento hippie dei figli dei fiori della metà degli anni ‘60, prima marginalizzati, continuò ad influenzare la cultura giovanile messicana malgrado la persecuzione sempre maggiore da parte delle autorità (Agustin, 1993: 32).
Considerando l’esistenza di diversi racconti da parte di testimoni oculari degli spari (alcuni di giornalisti e operatori dall’Europa e Stati Uniti che erano venuti per coprire i giochi olimpici), non era concepibile che il governo potesse tentare di negare l’ovvia violazione dei diritti umani. Alla luce de giochi olimpici che sarebbero iniziati e l’attenzione internazionale verso il Messico, il governo fece tutto il possibile per presentare il paese come un paradiso di democrazia e stabilità politica, dando le colpe per i tragici risvolti della protesta agli studenti e ai loro genitori: ‘Il capo della polizia della capitale, Generale Luis Cueto Ramirez, ha indicato ieri che per quanto lo riguarda, i genitori sono i responsabili delle recenti tragedie in quanto non avevano avvisato e diretto i propri figli in maniera appropriata’ (Excelsior, 4 October 1968) (www.excelsior.com.mx/archivo/documentos). Ad ogni modo i media mondiale offrirono una copertura esaustiva degli spari, compresi racconti di testimoni diretti di giornalisti presenti in piazza in quel momento (Hellman, 1978: 143). Stranamente non si fece cenno nella stampa sovietica degli scontri in Messico; la maggior parte dei titoli si concentrarono sui giochi olimpici che stavano per iniziare e sul governo democratico del paese ospitante (Literaturnaya Gazeta, 16 October 1968). C’ è da dire che invece le proteste studentesche negli Stati Uniti ebbero vasta copertura nella stampa sovietica, che si scontrava con il trattamento definito inumano della polizia verso gli arrestati.
Ancora più ironico il recente commento di Luis de la Barreda, direttore de Comision de Derechos Humanos del Distrito Federal (CDHDF), in occasione della conferenza ‘Mexico, 30 anos en movimiento’, organizzato dalla Universidad Iberoamericana nel Settembre del 1998: ‘che le richieste per la persecuzione delle menti dietro gli eventi non ebbero seguito perché “lo statuto delle limitazioni sui crimini era già scaduto”’. Di fronte a più di 200 studenti, postulò che grazie al ’68 ‘“oggi abbiamo una società in accelerato processo di transizione democratica”, con l’opportunità di esprimere qualsiasi credo politico via manifestazioni di piazza’ (Munoz, 1998: http://www.jornada.unam.mx/1998/sep98/980925/de.html). Non possiamo altro che chiederci se queste affermazioni riflettano il vero stato delle cose nel paese e se tale compiacenza non può creare ulteriore violenza e apatia.
La raccolta di articoli che segue analizza la rappresentazione del massacro di Tlateolco nella letteratura messicana contemporanea. Poichè la ‘letteratura di Tlatelolco’ raggruppa una varietà di generi dalla testimonianza alla poesia, ogni studio si concentra su un genere specifico. La sezione è aperta da ‘Remembering 1968 in Mexico: Elena Poniatowska’s La noche de Tlatelolco as Documentary Narrative’ di Christpher Harris, che considera il romanzo come esempio della combinazione di stili che porta all’interpretazione del massacro come un crimine contro l’umanità. L’uno della fotografia da parte della Poniatowska, le citazioni dirette dai racconti dei testimoni e il richiamo al poema ‘Memorial de Tlatelolco’ di Rosario Castellanos, rende chiaro il punto di vista dell’autore della strage come abuso dei diritti umani. Altri espedienti testuali come l’interpolazione, l’ironia e le connessioni intertestuali con gli articoli dei giornali focalizzano l’attenzione del lettore sulla brutalità degli eventi come un fattore oggettivo piuttosto che un abbellimento letterario. L’articolo esamina pure l’individualizzazione e la drammatizzazione del testo come metodo per portare l’attenzione alle vittime del massacro.
‘The Echo of Tlatelolco in Contemporary Mexican Poetry’ di Victoria Carpenter, si concentra sull’analisi poetica delle conseguenze degli spari. Lo studio esamina la (ri)creazione dei costrutti ‘nosotros’ e ‘ellos’ come risultato del continuo riassestamento degli eventi, individuale e da parte del governo. I tre distinti stadi in questo processo sono segnati all’inizio dalla giustapposizione di ‘nosotros’ (le vittime e i simpatizzanti) e ‘ellos’ (i granaderos e il governo). Il secondo stadio rivela il conflitto interno al costrutto ‘nosotros’, che adesso assume le caratteristiche sia delle vittime sia dei criminali. Nello stadio finale, il nuovo costrutto ‘yo’ si stacca da ‘nosotros’, creando la triade ‘yo’/‘nosotros’/‘ellos’. Questi stadi appaiono in ordine temporale, rivelando il legame tra la natura dei costrutti e il tempo che è trascorso dai fatti. L’analisi delle conseguenze del massacro è presentata in ‘Tlatelolco’s Persistent Legacy: A Comparative Analysis of Three Mexican Novels’. Ryan Long confronta tre romanzi sottostudiati: Cadaver lleno de mundo (1971) di Jorge Aguilar Mora, La guerra de Galio (1991) di Hector Aguilar Camin e Porque parece mentira la verdad nunca se sabe (1998) di Daniel Sadais, sostenendo che ognuno ritrae uno sguardo diverso della possibilità di comunità autosufficienti nel Messico post-Tlatelolco. Il tema centrare di questo articolo è la rappresentazione della storia dopo gli spari, e specialmente l’influenza della politica violenta nella comunità. Oltre 35 anni dagli eventi, il massacro di Tlatelolco resta una una pietra importante nella storia messicana, e la ‘letteratura di Tlatelolco’ non ha perduto intensità. I contributi a questa sezione commemorativa degli spari aiuteranno a far in modo che gli eventi del 2 Ottobre 1968 trovino un posto sicuro e permanente nella memoria collettiva globale.