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'Vincenzo latronico'

Eppure ti amo, mio Venezuela
Una riflessione sull’intreccio tra finzione e storia

L'indice,

...Borges, forse il più grande scrittore nato in America latina...
[Tra parentesi, pag. 30]  
 
Corollario. Bisogna tornare a rileggere Borges.
[Tra parentesi, pag. 37]  
 
Dire che sono in debito perenne con l'opera di Borges e Cortazar è un'ovvietà
[Tra parentesi, pag. 333]  
 
Per me Borges è il più grande scrittore in lingua spagnola del XX secolo, senza il minimo dubbio. Lo scrittore totale. E' un grande poeta, una grande prosatore, un grande saggista, è perfetto.
Borges è un mostro. Borges è Borges.  
[Intervista di Miravet]  
 
....Cortázar rappresentava il massimo cui potevamo aspirare. Col tempo il mio autore preferito in lingua spagnola è diventato Borges. notaCortázar ora è il secondo, diciamo che continuo ad amarlo e a leggerlo con grande piacere.
[Intervista di Raul Schenardi]  
 
Io adoro Borges! Io vivrei sotto la scrivania di Borges, leggendo ogni pagina di Borges. Borges per me è, per dirlo con parole borgesiane, un autore felice. Capisci? Ma ciò che mi muove è una cosa molto più selvaggia di quella di Borges. Purtroppo, direi, perché io vorrei essere una persona molto più tranquilla. Starei molto meglio, di sicuro, eppure no. La mia vita è stata infinitamente più selvaggia di quella di Borges…
[Intervista di Lina Meruane]  
 
Se parlo di Borges o di Cortazar è come se una formica parlasse del passo degli elefanti. A Cortazar l'ho conosciuto in Messico (...)
Borges non l'ho mai conosciuto, però è l'autore moderno che più rileggo e che più mi ha insegnato
[R.Bolaño]  
 
Borges appare costantemente in Bolaño, ma quel che è curioso è che Bolaño era un fanatico di Borges che scriveva come Cortazar (...) Bolaño usava Borges per preservarsi dai rischi di Cortazar
[A.Pauls, Bolaño insostenibile, Filba 2008]  
 
Il suo debito [di Bolaño] con Borges è incalcolabile, però è difficile immaginare qualcosa di piu' lontano dalle lambiccate finzioni intellettuali dell'argentino
[E.Lago, Sete del male, , 2005]

In questo testo vorrei parlare del rapporto fra la letteratura d’immaginazione – la letteratura “fantastica”, per qualche senso del termine – e l’obbligo o la volontà o l’impegno, da parte di uno scrittore, di descrivere la realtà. Vorrei farlo tracciando un arco sudamericano, che da Jorge Luis Borges passa per Adolfo Bioy Casares e sfocia in Roberto Bolaño (ma, rispettivamente, seguirà l’ordine 3-1-2). È una traiettoria senza esplicite pretese storico-letterarie, ma che vorrebbe sottolineare, per dir così, una somiglianza di famiglia: o, piuttosto, una mutazione, forse anch’essa ereditaria, forse no.

Mi sono accorto dell’esistenza di questa mutazione leggendo La letteratura nazista in America di Roberto Bolaño. È un libro in parte inspiegabile – metà raccolta di racconti, metà affabulazione postmoderna – che arriva al lettore, credo, come omaggio disperato all’eredità di Borges nella letteratura mondiale, l’omaggio di qualcuno che Borges lo ha amato così tanto da non poterne più, da non riuscire a sopportare la chiusura a ogni imperfezione che la sua perfezione comporta: e che ha finito per assassinare l’oggetto di questa passione come un giovanotto decadente poteva strangolare l’amata al primo segno dell’invecchiamento. Si presenta come una storia della letteratura, di impostazione biografica, concentrata sugli scrittori di estrema destra operanti perlopiù in Sudamerica nella seconda metà del Novecento. È, naturalmente, una raccolta di racconti, a tema letterario, a sfondo sudamericano, ad ambiente, beh, nazista.

L’enciclopedismo barocco e l’amore per il sorprendente di Borges sono evidenti sin dal primo paragrafo. Che è questo:

Edelmira Thompson Mendiluce.
Buenos Aires, 1894 - Buenos Aires, 1993.
A quindici anni pubblicò il primo libro di poesie, A papà, che le permise di conquistare una discreta posizione nell’immensa galleria di poetesse dell’alta società bonaerense. A partire da quel momento fu un’assidua frequentatrice dei salotti di Ximena San Diego e di Susana Lezcano Lafinur, dittatrici della lirica e del buon gusto su entrambe le sponde del Plata agli albori del secolo XX. Le sue prime poesie parlano, com’è logico, di sentimenti filiali, di pensieri religiosi e di giardini. Civettò con l’idea di farsi monaca. Imparò a montare a cavallo.
[R.Bolaño, La letteratura nazista in America]

Questi primi momenti di meraviglia segnano il passo del resto del libro: che, sotto la forma della storia letteraria (con tanto di stile biografico, rigidissimo), infila una sequela di torturatori e nobildonne, ruffiani, capopopolo, tagliagole, sfide all’ultimo sangue, reclusioni in manicomio, incidenti d’auto e suicidi d’amore, con lo stesso disperato cinismo dell’esagerazione che Borges aveva sfruttato nella Storia universale dell’infamia. Il titolo del libro è quanto mai esatto: i letterati e le letterate di cui scrive Bolaño hanno tutti flirtato con questo o quel regime sudamericano, hanno scritto pamphlet contro la plutocrazia giudaica, hanno pugnalato comunisti, hanno torturato studenti, hanno finanziato colonnelli. Ma questo, in fondo, appare alla lettura come un vezzo tematico, un’esagerazione fra le tante, a cui ci si abitua in fretta: è, dopotutto, il comune denominatore del libro, un po’ come il comune denominatore di un libro sui pirati è fatto di isole selvagge e forzieri colmi di dobloni.

Patiboli e pirati – scrive Borges nella prefazione alla Storia universale dell’infamia – affollano questo libro, e la parola infamia dirompe dal titolo, ma sotto il clamore non c’è nulla . Lo stesso vale per La letteratura nazista, almeno in apparenza: il susseguirsi di invenzioni e lo stile borgesiano annullano la realtà, e il lettore si gode i fuochi d’artificio senza pensare agli uccelli che magari un attimo prima di scoppiare nel cielo questi trafiggono. Ti dimentichi dei nazisti, ti dimentichi delle torture, ti dimentichi dell’orrore, come ti dimentichi dei labirinti e delle scacchiere di Borges: diventano uno sfondo più o meno pittoresco, stilizzato, per una messinscena il cui cuore è tutt’altro.

Ma il cuore, ovviamente, è questo: ed è anche la facilità con cui l’orrore passa in secondo piano per chi legge prima che Bolaño lo riporti, prepotentemente, in proscenio. Una prima avvisaglia della rottura di questa pax ironica, dell’irrompere di qualcosa di infetto, che non si può derubricare con un sorriso e una buona selezione di aggettivi, si ha dal titolo di un racconto cruciale, verso la fine del libro: sfuggendo al rigore biografico degli altri (nome, data di nascita) scende per la prima volta nel campo del giudizio, e si intitola Ramírez Hoffman, l’infame. Il titolo, di per sé forse poco significativo, sorprende parecchio il lettore, uso ormai da duecento pagine allo stile impersonale della storia letteraria; ma la parola “infame”, naturalmente, appare come una citazione da Borges. Anche lo stile tuttavia sorprende, pare più sfaldato, meno controllato di prima, più vicino all’espressionismo che alla freddezza enciclopedica di Borges (e dello stesso Bolaño, almeno fino ad ora). Ma ancora di più sorprende il terzo paragrafo, che parla di quando Hoffman ancora si chiamava Emilio Stevens.

Emilio Stevens flirtava con Marìa Venegas, in realtà usciva spesso con entrambe le sorelle, andavano al cinema, ai concerti, a teatro, a conferenze, questo è tutto, talvolta andavano alla spiaggia con l’automobile delle Venegas, una Volkswagen bianca, per ammirare i tramonti sul Pacifico, fumavano erba insieme, presumo che le Venegas uscissero pure con altri, presumo che pure Stevens uscisse con altra gente, in quegli anni tutti uscivano con tutti e tutti credevano di sapere tutto di tutti, una presunzione piuttosto stupida come ben presto fu dimostrato.
[R.Bolaño, La letteratura nazista in America]

Presumo? Presumo chi? Be’, si dice il lettore, magari quella prima persona è un retaggio di un’altra versione del libro che non è stato emendato fino in fondo, magari è una svista del traduttore, magari in seguito capiremo che questa è solo la citazione di una biografia di Hoffman scritta da qualcun altro, magari, magari. Ma magari no: la voce personale si insinua crescentemente nelle pagine dedicate a Hoffman, senza più scivolare nella prima persona, certo, ma lasciando comunque intuire una carica di investimento emotivo, in chi scrive, che non potrebbe confarsi a nessuna storia letteraria, a nessuna cesellata prosa borgesiana, una carica che pare tanto incontenibile da aver spinto l’autore a disfarsi dell’enciclopedismo smaliziato e sornione, ad abbandonare un sorriso che, tenuto troppo a lungo e troppo nonostante tutto, stava diventando una smorfia di dolore. Questa carica è una carica politica, e – come è nella sua natura – a un certo punto esplode.

Dopo aver narrato delle prime infamie di Hoffman, della sua carriera militare, della sua vicinanza ai miliziani di Pinochet, Bolaño racconta di quando questi comincia la propria carriera letteraria componendo poesie nel cielo, con le strisce di fumo di un aereo da guerra. Lo racconta così:

In quei giorni, mentre veniva smantellata la povera struttura del potere di Unidad Popular, venni arrestato. Le circostanze che mi portarono nel centro di detenzione sono banali, se non ridicole, ma mi permisero di assistere al primo intervento poetico di Ramì-rez Hoffman.
[R.Bolaño, La letteratura nazista in America]

In questo momento, per il lettore, qualcosa crolla. Ma certo, c’era anche lui. C’era anche Bolaño, in questo Sudamerica che pare falso ma non lo è, dominato da fantasmi e da nazisti. Ma certo, torturavano, imprigionavano. Ma certo, è di questo che si parla, qui. Le elaborate costruzioni fantastiche, metaletterarie, brillanti, precipitano al contrario lungo tutto il sistema di scatole cinesi, e alla fine escono. Dove? In un mondo, quello descritto dal libro, in cui gli intellettuali e i dissidenti sudamericani venivano sequestrati, torturati e uccisi dagli sguaiati nazisti di cui si è letto finora. Un mondo che sino ad ora era invisibile, quasi, agli occhi del lettore, sotto la strabiliante giocoleria degli aggettivi, degli ammiccamenti, delle scacchiere. Questo c’è sotto il clamore.

Si pensa di solito che l’autofiction, il genere letterario in cui l’autore compare in prima persona (con tanto di nome, cognome e dati biografici più o meno veritieri) sia un espediente narrativo per parlare del mondo. Non è questo il caso, credo, dal momento che di quella parte del mondo che sono state le dittature sudamericane si è già parlato ampiamente. L’irruzione dell’io di Roberto Bolaño nella Letteratura nazista è, penso, un modo per parlare della letteratura. Parla del suo straordinario potere mistificatorio: per cui bastano alcuni accorgimenti formali, un certo talento, una buona dose di fantasia, e d’improvviso scompare il mondo esterno, si scardina il legame che vorrebbe una storia, anche d’invenzione, irrimediabilmente scaturita dal contesto sociale e politico in cui viveva chi la scrive. Senza quell’ultimo capitolo, La letteratura nazista sarebbe stato comunque un libro brillante, godibilissimo, pieno di prodigi. Ma quel libro – questo dichiara l’uso dell’io – non parla di nazisti e torturatori per caso: ne parla perché è stato immaginato all’interno di una società in cui questi esistevano, e torturavano, e condizionavano col loro agire il pensiero e anche la vita di tutti coloro che di questa società facevano parte. Bolaño c’era, fra loro. C’era anche Borges.

Che io sappia, nelle prose di Jorge Luis Borges la realtà politica viene menzionata in una sola occasione: ed è quando, in un’altra prefazione (a Il manoscritto di Brodie), Borges nota che nelle sue opere la realtà politica viene menzionata in una sola occasione, per esaltare la guerra dei sei giorni. Questa nota è una proposizione autocontraddittoria, dal momento che in essa Borges parlerà nuovamente di politica ( Questo fa di me un conservatore, scriverà, e anche: Credo che un giorno ci saremo meritati che non ci siano più governi); ma è anche, credo, un alibi. Sembra giustificare un distacco dalla realtà, un ritiro, ma forse anche una prigionia, nei labirinti tutti astratti della letteratura fantastica, della filosofia medievale, dei poemi islandesi. È un distacco, inoltre, al quale tu lettore quasi non fai caso, tanto ti trasportano le fantasie e le elaboratissime costruzioni che tale distacco rende possibili. I libri di Borges sembrano scaturiti da un luogo della mente: poco importa il contesto, e forse persino il periodo storico in cui sono nati: si situano sempre e necessariamente altrove, e intorno a questo altrove erigono una barriera impenetrabile e prodigiosa, affascinantissima, fatta di citazioni, di paradossi, di specchi che si rispecchiano in altri specchi. Non ci fai caso, a quello che manca. Non ci fai caso, al fatto che intorno allo scrittoio carico di in-octavo di De Quincey dovesse esserci un mondo. (Come in Bolaño non fai caso al nazismo? Certo. Come non fai caso al nazismo).

Sono stato e sono ancora un lettore devoto di Borges, ossessivo, con frasi o interi paragrafi che a volte mi vengono alla memoria da sé, resti delle letture ripetutissime dell’adolescenza. Sapevo, naturalmente, cosa era accaduto in Argentina nei decenni in cui Borges ne era stato il massimo letterato; sapevo che egli si era esposto, personalmente e pubblicamente, contro il peronismo, pagandone a tratti anche il prezzo. Non mi sembrava una pecca che di tale impegno personale non vi fosse traccia nei suoi scritti, e non pensavo che il loro silenzio potesse sembrare complice: la loro stessa qualità astratta, in qualche modo, bastava a spiegarlo. Più o meno inconsciamente, credo, giustificavo l’impoliticità della letteratura di Borges (in una situazione politicamente intollerabile) come si giustifica l’impoliticità di un ghiacciaio, di un teorema o di un gatto.

È stato leggendo La letteratura nazista che ho pensato che no, non si tratta di ghiacciai né di gatti: e questo, credo, era l’intento di Roberto Bolaño. Dalla sua scrittura (oltreché dalle sue interviste) si intuisce l’amore immenso, e l’immenso debito, che sentiva nei confronti di Borges: ma ciò che appare chiaro in questo libro è anche che lo stesso Bolaño, a un certo punto, all’ennesima rilettura di Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, deve essersi chiesto l’Argentina dov’era. L’Argentina dov’è, Jorge Luis? Dov’è Perón? Dove sono le migliaia di scomparsi? Dove sono i nazisti? Davvero non ti costa alcuno sforzo mantenere il sorriso? Davvero hai eretto una barriera talmente impenetrabile fra letteratura e mondo da impedire allo scandalo del secondo di proiettare anche solo un’ombra passeggera nella prima? Davvero riesci a controllarti così tanto, Jorge Luis, o forse a dissociarti così tanto, o forse a ubriacarti così tanto da vedere gli studenti scomparire per strada continuando a scrivere di sentimenti filiali, di pensieri religiosi e di giardini?

Questo, da lettore di Borges, ho avvertito nella Letteratura nazista; e il progressivo sfaldarsi dello stile del libro, che si apre borgesiano e si chiude con quella voce che avrebbe in seguito caratterizzato i capolavori di Bolaño, parrebbe testimoniarlo. Sembra, a tutti gli effetti, un commiato, un processo di allontanamento, come di chi finalmente vede l’umanità e i difetti di un padre che ha sempre amato, e che continuerà ad amare,   sì,  ma da lontano,   perché la sua strada è un’altra.   È stato bellissimo,  ti sono infinitamente grato,  ma io  non ce la faccio a essere come te.

È legittimo, a questo punto, chiedersi a questo cosa avrebbe risposto Borges. Forse avrebbe difeso la propria scelta. La mia letteratura, avrebbe potuto dire, è fatta così. È facile, avrebbe potuto dire, far irrompere la realtà politica parlando di nazisti immaginari: prova a farlo in I due teologi. Io, avrebbe potuto dire, non parlavo del mondo, ma delle sue ragioni profonde: e così facendo alludevo al mondo, sia passato, che presente, che futuro. (E, a dire il vero, quanti Perón si leggono dietro i suoi continui richiami a Cesare, a Giuda, ai re e ai vizir.) Barocco – avrebbe potuto dire, e lo ha detto, in effetti, sempre in una prefazione – è lo stile che esaurisce consapevolmente ogni sua possibilità: ciò che in esso è assente, quindi, lo è perché era impossibile includerlo. Avrebbe potuto dire tutto questo, ed è ragionevole immaginare che, se messo alle strette, lo avrebbe fatto, magari con fierezza, con rissentimento, con la convinzione che l’impegno politico dell’uomo riscattasse ogni potenziale ipoteca dello scrittore. Oppure no.

 
 

Questa congettura mi deriva dalla lettura del capolavoro del terzo sudamericano del nostro arco: L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares – che, è noto, era il migliore amico di Borges. Il libro è introdotto da una sua breve prefazione, in cui l’amico lo definisce “perfetto”. Così, senza aggettivi ricercati, senza clausole ipotetiche, senza il timore per gli ammiratissimi predecessori, persino senza la modestia quasi eccessiva, ma probabilmente sincera, con cui Borges caratterizzava i propri scritti come “divertimenti”, “imitazioni”, “sogni”. È perfetto: e cioè, supponendo che Borges amasse l’etimologia quanto l’etichetta dei complimenti, è completo.


E come è fatto un libro completo, perfetto, secondo Jorge Luis Borges? Che libro è? Naturalmente, è molto borgesiano. L’azione si svolge in un luogo quasi astratto, fantastico, senza data né collocazione geografica (sappiamo che è un’isola, che immaginiamo tropicale). C’è un protagonista senza passato e senza nome, e la minaccia di una malattia esplicitamente d’invenzione. Accadono prodigi difficili a spiegarsi, con riferimenti filosofici abbastanza chiari. I sentimenti, pur presenti, vi sono velati da una certa formalità rituale o da un sospetto di inautenticità (e dal timore che ciò derivi non da una scelta ma da un’incomprensione, quasi da una cecità dell’autore). Persiste il dubbio che si tratti del resoconto di un sogno o di un processo allucinatorio, ma intuiamo – dalla personalità dello scrittore – che alla fine ogni cosa si spiegherà più o meno razionalmente. E alla fine così è: uno stupore lentamente preparato infine si dispiega, con una vena di blanda fantascienza forse estranea al gusto di Borges, ma tutto sommato con un’eleganza e una precisione che potrebbero benissimo essere le sue. È un romanzo completo? No. Restano ancora due pagine.

Prima di queste due pagine, al disvelamento del meccanismo narrativo (tutto si spiega, i fili si ricompongono), il protagonista, senza nome né patria né passato, finito sull’isola deserta per sfuggire a una minaccia altrettanto ignota, decide di morire per ricongiungersi, in una specie di sogno, a Faustine, una donna di cui si è innamorato. In modo più o meno formulare, nel morire esprime il rimpianto di non aver potuto amare Faustine in vita, ed esibisce alcuni quadretti di affetto di coppia che non sono esenti da una certa banalità.
“Ho la speranza – scrive – che Faustine viva, e che fra poco io possa trovarla”. “Ho la speranza – scrive – che insieme potremo ridere di queste false ombre della morte”. “Ho la speranza – scrive – che un giorno finalmente arriveremo in Venezuela”.

La narrazione si è conclusa, il meccanismo è svelato, il protagonista sta morendo. Ma perché adesso parlare del Venezuela? Il lettore non ne ha mai sentito nulla; ignora se sia la patria del protagonista, cosa vi facesse, perché se ne sia andato. Jorge Luis Borges avrebbe probabilmente fatto finire il libro prima di questa frase. Adolfo Bioy Casares non lo ha fatto, e forse è quest’ultima pagina appena che qualifica questo libro, borgesiano fino al midollo, come perfetto. È completo, perché ha qualcosa in più, nonostante avesse già esaurito le proprie possibilità, nonostante gli specchi e le scacchiere. Di certo è con ammirazione che Borges lo ha qualificato come perfetto; pensando, però, alle domande che l’ipotetico figlio deluso potrebbe avergli posto, nella scelta di quel termine mi illudo di vedere anche una forma di rimpianto. Rimpianto per che cosa? Per non essersi accorto che anche in un labirinto di specchi si può trovare un’uscita come questa:

…che Faustine viva, e che fra poco io possa trovarla; che insieme potremo ridere di queste false ombre della morte; che un giorno finalmente arriveremo in Venezuela; un altro Venezuela, perché per me tu sei, Patria, i signori del governo, le milizie con l’uniforme a nolo e la mira letale, l’inseguimento unanime nell’autostrada de La Guayra, nei tunnel, nelle cartiere di Maracay; eppure ti amo, mio Venezuela, e fino alla mia dissoluzione molte volte ti saluterò; sei anche i tempi del Cojo Ilustrado: un gruppo di uomini (e io, ragazzo attonito, rispettoso) infiammati da Orduño, dalle otto alle nove del mattino, resi migliori dai versi di Orduño, fra il Panteon e il caffè della Rupe Tarpea, nella fervida scuola letteraria del tram scoperto numero 10. Sei il pan cazabe, grande come uno scudo e libero da insetti. Sei l’inondazione delle pianure, con tori, giumente e tigri urgentemente incalzati dalle acque. E tu, Elisa, ci sei anche tu, ti vedo ancora lì circondata da lavandai indios, e in ogni ricordo somigli via via più a Faustine; dicesti loro di farmi scappare in Colombia e attraversammo l’altopiano nella morsa del gelo; gli indios mi coprirono con sguardi ardenti e foglie di velluto per non farmi morire di freddo; mentre guardo Faustine so che non ti dimenticherò – e io che credetti di non amarti! E sei anche il ricordo dell’imperioso Valentin Gomez mentre ci leggeva la dichiarazione d’indipendenza, il 5 di luglio, nella sala ovale del Campidoglio, e noi (Orduño e gli altri) che con aria di sfida ci volgevamo a guardare il dipinto di Tito Sala del generale Bolivar che passa la frontiera. Ma quando la banda suonava l’inno nazionale comunque non potevamo sopprimere la nostra emozione patriottica, ed è la stessa emozione che non posso sopprimere adesso
[L'invenzione di Morel]

Dov’è, in Borges, questa emozione?


 
percorsi
  • Non ho paura della morte Intervista a R.Bolaño di Raul Schenardi, maggio 2003
  • Intervista con Bolaño Intervista a R.Bolaño di D. G. Miravet, 2000
  • Ogni divisione è arbitraria: non c'è realismo senza fantasia e viceversa Intervista di C.Boullosa, 2001
  • La bellezza di pensare, parte II video Intervista di C. Warnken
  • Sete del male - il fattore Borges saggio di E.Lago, 2005
  • Borges, Bolaño ed il ritorno dell'Epica saggio di A. Estrada, 2009
  • J.L. Borges, testi
  • Rayuela di Julio Cortazar, recensione di R.Schenardi

  • NOTE

    sul rapporto di Bolaño con la letteratura di Borges e di cortazar dice Alan Pauls

    Bene, io direi che Borges appare costantemente in Bolaño, ma quel che è curioso è che Bolaño era un fanatico di Borges che scriveva come Cortazar, la qual cosa è assai curiosa, diciamo. Perchè ovviamente, un libro come La letteratura nazista in America, è un libro totalmente borgesiano, così com’ è J.R. Wilcockiano, detto questo, un romanzo come I detective selvaggi è senza dubbio un romanzo più cortazariano che borgesiano. Io credo che forse Bolaño usava Borges per preservarsi dai rischi di Cortazar, per essere cortazariano nel migliore significato della parola e non nel peggiore. Borges come una specie di sistema di precauzioni.  
     
    Allo stesso tempo mi pare che si possa anche dire che una delle cose degne di nota che fa Bolaño con la sua letteratura è che in qualche modo, queste due linee della letteratura argentina ( la linea Cortazar, che è una linea piuttosto vitalista, surrealista, diciamo, ludica, di modernizzazione estetica; e dall’altra la linea Borges, che è una linea, naturalmente, intellettuale, concettuale, concettualista, di un classicismo perverso), sono due tradizioni che, credo, nella letteratura argentina non vadano molto d’accordo ma che nella sua opera si ritrovano.  
     
    Quando dico Cortazar, potrei dire anche i beatniks, Kerouac. Allora mi sembra che un’altra cosa che Bolaño riesce a fare, come una sorta di alchimista abbastanza miracoloso, è di riconciliare due tradizioni reciprocamente ostili. Perché è molto facile essere scrittore eclettico e creare, fondere tradizioni, è una cosa che si fa da cinquanta sessant’anni, in sè molto facile. È quasi l’ABC dello scrittore contemporaneo. Ben più difficile, credo, è riconciliare tradizioni ostili; ostili esteticamente, ostili politicamente. E credo che sia proprio quello che fa Bolaño.
    [A.Pauls, Bolaño insostenibile, Filba 2008]




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