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Puttane assassine

Javier Avilés

Gómez Palacio (racconto incluso in Puttane assassine)


trad. carmelo pinto
una delle tecniche narrative in Bolaño consiste nella realtà finzionalizzata attraverso un racconto autobiografico in cui l'autore gioca nell'impiego del suo reale vissuto come fonte letteraria. Quanto ci sia di reale in questo tipo di narrazioni è qualcosa di irrilevante, tuttalpiù si può ammettere che può risultare curioso conoscere l'origine dell'ispirazione dei racconti, ma nulla di più.
Andai a Gómez Palacio in uno dei periodi peggiori della mia vita. avevo ventitrè anni e sapevo che i miei giorni in messico erano contati
[Gómez Palacio, pag. 44, in Puttane assassine]
L'inizio preannuncia già che "Gómez Palacio" è un racconto emozionale. Come in molti racconti di Bolaño non è tanto importante ciò che si racconta (anche sse lo è in qualche modo), quanto le sensazioni che si sprigionano dalla lettura. E anche se abbiamo convenuto di non riferirci ad altre opere di Bolaño, rimanendo in ciò che ogni racconto ci offre, non possiamo tralasciare di notare che il deserto del nord del messico, come ne I detective selvaggi e in 2666, sia anche in "Gómez Palacio" un territorio letterario in cui i personaggi di Bolaño lottano contro un'atmosfera di tristezza irrespirabile, di abbandono e solitudine nota :
"Un posto del genere non aveva senso, pensai, ma in fondo pensavo che un senso ce l'aveva ed era quel senso a lacerarmi, per usare un'epressione un po' eccessiva che io, tuttavia, non consideravo eccessiva. Forse allora confondevo il senso con la necessità. Forse ero solo agitato."
[pag. 46]
"Forse....", questa imprecisione è anche la chiave di un racconto in cui le cose sono e non sono, come se il narratore nuotasse in un spesso marasma di ricordigelatinosi:
"Quando uscimmo, la direttrice mi stava aspettando con due tizi che erano funzionari dello stato di Durango. Non so perchè, pensaiche fossero poliziotti e che fossero venuti per arrestarmi"
[pag. 49]
 
"Lo mandai al diavolo con un gesto. Forse non fu solo un gesto. Forse gridai vai a farti fottere e il guidatore mi vide o mi sentì. Ma questo, come quasi tutto in questa storia, é improbabile."
[pag. 51]
 
"poi mise in moto e avanzò lentamente fino a passare accanto all'auto ferma pochi metri più avanti. Guardai dal finestrino. In quel momento il guidatore mi diede le spalle e non riuscii a vederlo in faccia.
Sei sicura che fosse tuo marito? le chiesi quando ormai la macchina si perdeva di nuovo in direzione delle alture. No, disse la direttrice, e scoppiò a ridere. Credo che non fosse lui".
[pag. 52-53]
Non c'é niente di preciso nel racconto, salvo il fenomeno ottico che la direttrice mostraa al narratore, sul quale, forse, é meglio non indagare, affinchè non affiori la sua origine banale. Perchè c'é anche nel racconto una riflessione sulla scrittura, sull'atto di scrivere, sulla poesia e la pretenziosità dei poeti, ed é possibile che l'evento speciale che chiude il racconto, il raggio verde sia una specie di allegoria sulla disperazione dell'artista e della sua condanna ad estrarre belleza dal volgare. Questa teoria si sviluppa in una specie di flash back che interrompe la narrazione lineare e si inquadra tra due "E' la mia migliore amica", dove raccontauna puntuale esperienza con gli alunni del seminario in cui torna a risplendere k'origine del desiderio di scrivere. "Ma ormai non ero più sicuro di niente" [pag.49] dice il narratore, nè sulla poesía nè sulla vida. Non so forse sto elocubrando. L'importante in Gómez Palacio è il desierto, la luce del sole e "un cielo che sembrava una valanga di pietre." [pag.49]
 
Fore per questo, per il deserto che cresce su entrambi i lati della strada, il racconto di Bolano mi ha ricordato alcuni film di Lynch. Per il silenzio. Lo spazio aperto. Il sole. L'immobilità.
 



 

"Gómez Palacio" letto in inglese da Daniel Alarcón


NOTE

All'orizzonte vidi delle montagne basse fra le quali la strada si perdeva. A est cominciava ad apparire la notte. Di che colore è il deserto di notte? mi ero chiesto giorni prima al motel. Era una domanda retorica e stupida con cui cercavo la cifra del mio futuro, o forse non del mi ofuturo ma della mia capacità di sopportare il dolore che provavo.
[Gómez Palacio, pag 48] torna su

Guardai: vidi fari di automobili, dall'andamento delle luci forse era una curva. E poi vidi il deserto e vidi delle forme verdi. Hai visto? disse la direttrice. Sì, luci, risposi. La direttrice mi guardò: i suoi occhi sporgenti brillavano come di sicuro brillano gli occhi degli animaletti selvatici dello stato di Durango, negli nospitali dintorni di Gómez Palacio....poi passò qualche automobile e i fasci di luce dei fari fendettero l ospazio con una lentezza esasperante.
Una lentezza esasperante che tuttavia non ci toccava più.
E poi vidi che la luce, qualche secondo dopo il passaggio dell'auto o del camion in quel punto, girava su se stessa e rimaneva come sospesa, una luce verde che pareva respirare, per una frazione di secondo viva e riflessiva in mezzo al deserto, sciolta da ogni legame, una luce che assomigliava al mare e che si muoveva come il mare, ma che conservava tutta la fragilità della terra, un'ondulazione verde, portentosa, solitaria, che doveva essere prodotta da qualcosa su quella curva, una scritta, una tettoia solitaria, dei teli di plastica giganteschi stesi sulla terra, ma che davanti a noi, a una distanza considerevole, appariva come un sogno o un miracolo, che sono, in fin dei conti, la stessa cosa.
[Gómez Palacio, pag 54] torna su




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