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I dispiaceri del vero poliziotto

Ignacio Echevarrìa

Bolaño. Penultimi dispiaceri di un romanziere convertito in leggenda,
21/1/2011

trad. carmelo Pinto

Cominciamo con due affermazioni categoriche:
 
Uno: tra le pagine de Los sinsabores del verdadero policía, se ne annoverano delle migliori di Roberto Bolaño, che le crive dalle altezze raggiunte a partire daStella distante, con una libertà e un'audacia a tratti sconcertanti;
Due: non c'e' motivo per lanciare sospetti sulla legittimità e il corretto procedere di Carolina López, vedova di Bolaño e amministratice della sua eredità, e dei suoi agenti e assessori, che, fin ora, stanno dimostrando uno scrupoloso rispetto dell'integrità dei testi dell'autori.
 
Detto questo, conviene contestare alcune presunzioni che affiorano dai testi che sono coinvolti in questa ultima pubblicazione di Bolaño (tra i quali, la "nota editoriale" firmata da Carolina López), cominciando da quella secondo cui si tratta di un romanzo. Non è così. I disspiaceri del vero poliziotto non è - come si ripete insistentemente - un romanzo, non almeno nel significato letterale, per quanto esteso sia e si voglia concedere a questo termine.
 
Se volessimo essere categorici - come sembra - per dire che cos'è, il modo più neutro e conveniente di dirlo sarebbe di dire che si tratta di materiali destinati a un progetto di romanzo alla fine congelato, le cui linee narrative condussero fino a 2666, mentre altre restarono sospese, inservibili o in attesa di essere riprese dall'autore, se avesso avuto occasione e voglia di farlo. In tal caso, lo avrebbe fatto non per estendere quelle linee narrative così come si presentano ora, ma per rielaborarle in un nuovo contesto, inevitabilmente trasfigurato dalla fatica che occorse per la scrittura di 2666 (l'ultimo libro, tra quelli pubblicati dopo la sua morte, che Bolaño autorizzò a pubblicare tale e quale lo conosciamo).
 
Insisto. i materiali narrativi riuniti troppo acriticamente sotto il titolo I disspiaceri del vero poliziotto (Los sinsabores del verdadero policía), non costituiscono, in senso proprio, un romanzo. Così come si presentano, non autorizzano essere considerati, a rigore, come un'opera in più di Roberto Bolaño, per quante acrobazie si vogliano fare (le fa, di fatto, Masoliver Ródenas nel suo prologo). Il che non toglie nulla al suo fascino, no davvero. Succede semplicemente che non bisogna confondere il lettore.
 
Quando non possiamo contare su testimonianze dirette sulle intenzioni dell'autore, dopo la sua morte, riguardo ad alcuni testi trovati tra le sue carte e archivi informatici, l'unico criterio più o meno affidabile è quello che, basandosi sugli indizi disponibili, si deduce dalla logica interna che presiede l'insieme della sua opera. nel caso di Bolaño, tale logica è abbastanza ferrea:
La struttura della mia narrativa è tracciata da oltre vent'anni e lì non entra niente che non abbia la parola d'ordine.
[ R.B. ]
Parole queste, che impongono l'obbligo di essere molto cauti al momento di scegliere quale casella attribuire alle nuove pubblicazioni.
 
Nel caso de Los sinsabores del verdadero policía, tale casella è quella destinata a materiali non acnora definiti che, nel caso di uno scrittore come Bolaño, che ha lavorato sempre a vari progetti simultaneamente (durante la redazione di 2666 partorì almeno due libri), rendono conto della molteplicità delle direzioni verso cui si orientava il suo impulso creatore. Appare insensato pretendere che tutte quelel direzioni aprissero cammini verso obiettivi ben delimitati e riconoscibili. Lungi da ciò, succede spesso che uno scrittore esplori sentieri che alla fine non conducono da nessuna parte. Non si tratta qui di codesta "poetica della inconclusione" che in altre occasioni è stata invocata per caratterizzare il procedere di Bolaño come narratore, no. C'è una differenza sostanziale tra lasciare una storia in sospeso, con finale aperto, come si suole dire, e abbandonare lo sviluppo di quella storia per qualsiavoglia ragione, spinto magari da altre storie che si incrociano nel cammino, o vinto dalla fatica, o insicuro riguardo al modo di continuare.
 
Come in tante occasioni, l'opera di kafka serve qui come ottimo riferimento. Gli scritti postumi di kafka offrono un varieggiato repertorio di testi in diversi stadi di sviluppo. Ad alcuni è appropriata la definizione di "terminati", che soddisfacessero o no il suo autore. Ad altri, quella di "incompiuti". Altri ancora costituiscono germogli, aborti narrativi, passaggi spesso affascinanti ma brucamente interrotti, respinti.
 
Los sinsabores del verdadero policía si avvicina piuttosto a questa ultima tipologia. Non ha senso compararla con Il Terzo Reich, romanzo degli esordi che, arrivato il momento, Bolaño decise di non pubblicare e la conservò nella sua cartella, senza dubbio insoddisfatto del risultato. Su Il Terzo Reich varrebbe la pena sostenere che, anche se scritto da Bolaño, nel momento decisivo non conseguì la parola d'ordine che gli avrebbe permesso l'ingresso nella struttura disegnata così precocemente e con chiaroveggenza da lui.
 
Diverso è il caso de I dispiaceri del vero poliziotto. Si tratta di un progetto di romanzo il cui germe è di sicuro anteriore alla redazione de I detective selvaggi. Forse Bolaño aveva intenzione di riprenderlo dopo la conclusione de I detective selvaggi, ma, a partire da un certo momento (e mi azzarderei a speculare su quale fosse questo momento, molto legato all'abisso che si venne aprendo ai piedi stessi di Roberto quando si butto a capofitto sul filone dei crimini di Città Suarez), prese altre rotte che, senza allontanarsi del tutto dai personaggi e motivi già tracciati, lo avrebbero condotto alla fine a 2666.
 
Che Bolaño non avesse ripreso di nuovo i materiali ora pubblicati per prolungarli così com'erano, è qualcosa che si può affermare non solo intuitivamente, ma a partire dalla convinzione che uno scrittore come lui non avrebbe mai commesso sfacciati autoplagi, nè sarebbe delibertamente incorso in aperte contraddizioni con quanto scritto e raccontato in altri romanzi già pubblicati. Che ve ne siano molte ne I dispiaceri del vero poliziotto.. può essere giustificato solamente (al di la dell'abusato ricorso a formule critiche come quelle della "intertestualità", "variazioni", "caledoiscopico", etc.) con il fatto che, come tante altre volte, Bolaño si servì di alcuni materiali già elaborati come cantiere da cui si sono nutrite altre sue opere, il che non toglie che con alcuni resti di questi stessi materiali potesse dopo ordire nuove storie.
 
Lo stravagante titolo de Los sinsabores del verdadero policía, fu accarezzato da Bolaño per anni. Fu sempre associato al progetto di un romanzo su un giovane poliziotto che da queste pagine si affaccia solo lateralmente. Quello che leggiamo ha a che vedere soprattutto con Amalfitano, un Amalfitano abbastanza diverso da quello che da il nome a una delle parti - la più enigmatica, ora intuiamo perchè - di 2666. E un po' meno con un embrionale J.M.G. Arcimboldi che non coincide per niente con il Benno Von Archimboldi (scritto con ch) protagonista di 2666.
 
Nel cammino che conduce da I detective selvaggi a 2666, il libro che ora viene pubblicato viene ad essere un binario morto. Solo parzialmente si sarebbe potuto reintegrare nella catena dalla quale si era staccato. Così come viene offerto, è un anello interrotto, che non per questo smette di lanciare lampi abbaglianti, veramente abbaglianti per la sua audacia, per la sua comicità, per il suo mistero, per il suo lirismo.
 
Che un materiale con tali caratteristiche sia capace di emettere questi lampi, e di catturare il lettore, lasciandolo forse insoddisfatto ma mai deluso, è una prova ancora - decisiva come poche - della eccezionale qualità di Bolaño come narratore.

indice del materiale di Ignacio Echevarria presente nell'archivio


 



NOTE




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