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Ignacio Echevarria e Bruno Montané

'Sobre la Universidad desconocida'

rivista Quimera nr. 314 - 2010

© trad Gabriella Saba

Quimera riproduce il testo “Su l’Università sconosciuta“ preparato da Ignacio Echevarria e Bruno Montané e destinato, originariamente, ad accompagnare l’edizione del libro di Anagrama link interno del 2007, intitolato, appunto, La Universidad desconocida (pagg. 476)
 

 

 
SU L’UNIVERSITA’ SCONOSCIUTA
 

lettera di Bolaño ad Antoni Garcia Porta

“Di notte, quando vedo le macchine intergalattiche e le auto da corsa supersoniche, penso alle nostre partite di calcetto e a quei mezzogiorni in piazza Martorell.
Ti ricordi di Edna?link interno E del caffè così signorile sotto casa mia? Non riesco a capire come potevo svegliarmi così presto, a quel tempo, e mantenere il ritmo per tutta la giornata e soprattutto resistere per tanti giorni con il cuore a pezzi. Un giorno o l’altro, per puro masochismo, riordinerò tutti i quaderni di quel tempo e li intitolerò “L’Università sconosciuta” e potrò, da quel momento, lavorare con la coscienza meno sporca”.
[Roberto Bolaño; lettera ad Antoni Garcia Porta, novembre 1985]
Roberto Bolaño scrisse queste parole in una lettera diretta all’amico Antoni Garcia Porta nota verso la fine del novembre 1985. Tempo dopo, avrebbe inviato allo stesso Garcia Porta il manoscritto (il primo tra quelli di cui si ha notizia) dell’Università Sconosciuta, che allora aveva come sottotitolo: Poesie 1978-1981. Era l’embrione di un libro che avrebbe tenuto occupato Bolaño per più di un decennio, e che senza esagerazione – e né si tratta di un giudizio di valore - può essere considerato come il più “midollare” di tutta la sua opera.
 
Prima di esporre gli argomenti che permettono di sostenere questa affermazione, conviene sciogliere la suspense contenuta nel titolo: la Università sconosciuta. E’ lo stesso Bolaño a fornire la traccia per risolverla. E lo fa nella penultima poesia di un libro che anticipa esplicitamente ciò di cui ci stiamo occupando in questo momento: Frammenti dell’Università sconosciuta (libro che ottenne nel 1992 il XVIII premio di poesia Rafael Morales, indetto dal Comune di Talavera de la Reina, che patrocinò la sua edizione nel 1993). Vi si legge:

Caro Alfred Bester, per lo meno
ho trovato uno dei padiglioni
dell’Università Sconosciuta .


Alfred Bester (1913-1987) è un autore di fantascienza – precursore, per molti, del cyber punk – che conobbe un successo folgorante durante il decennio degli anni Cinquanta. Patricia Espinosa ne ha percorso le tracce e si è cimentata con il racconto di Bester “L'uomo che uccise Maometto” (1958), nota in cui si trova la chiave di questa enigmatica Università Sconosciuta , che Bolaño adotterà come leitmotiv della sua opera e come titolo della sua poesia ricompattata.
Del protagonista di questo racconto, Henry Hassel, presentato come un autentico “saggio pazzo”, si dice che fu “professore della compulsione applicata nell’Università Sconosciuta nell’anno 1890”. E in seguito il narratore puntualizza: “Nessuno sa dove si trovi l’Università Sconosciuta, né quello che vi si insegna. Ha un corpo docenti di duecento eccentrici, e circa duemila studenti…..che restano nell’anonimato fino a quando vincono il Premio Nobel o diventano il Primo Uomo di Marte” .
 
Per qualche ragione (sarà forse per il fatto di non avere frequentato lui stesso l’università)nota, questo racconto di Bester lascerà una traccia profonda in Bolaño, che a partire da quel momento adotterà il mito della Università Sconosciuta. Tra gli scritti postumi di Bolaño si contano vari schizzi nei quali si allude all’Università Sconosciuta e si abbozza il suo significato.
Tanto nella poesia quanto nei racconti e nei romanzi di Bolaño si trovano, d'altro canto, numerose citazioni di quella, generalmente in un senso su cui Bolaño insiste molto, come avviene nell'intervista pubblicata sul quotidiano cileno El mercurio (28 febbraio 1998):
Credo che nella formazione di ogni scrittore ci sia una università sconosciuta che guida i suoi passi, la quale, evidentemente non ha una sede fissa, è una università mobile, ma comune a tutti"
la metafora è eloquente circa la la poderosa - e decisiva - attrazione che Bolaño sentiva per le configurazioni metafisiche della fantascienza, in generale, piene di umorismo lirico
 
Una volta svelata l’incognita del titolo, bisogna tracciare schematicamente la storia intricata dell’Università Sconosciuta. Si è già visto, nella lettera citata all’inizio, che sotto quel titolo Bolaño si riproponeva di raccogliere “tutti i quaderni di quel tempo”, riferendosi così alle poesie scritte durante i suoi primi anni in Spagna, dove si sarebbe stabilito: a Barcellona prima, e successivamente a Gerona. Sono poesie in cui entra, insistente, il ricordo della sua gioventù estrema, trascorsa tra Cile e Messico, Paese quest’ultimo che si rivelerà a mano a mano come lo scenario in cui, per Bolaño, si consolidò la vocazione di poeta e si decise la sua educazione sentimentale.
 
La prima concretizzazione di quel proposito è un piccolo volume di 56 fogli olandesi scritti a macchina nel quale, sotto il titolo Università Sconosciuta (Poemi 1978-1981), si raccolgono circa mezzo centinaio di poesie, alcune molto brevi. Il volume si divide in due parti, la seconda delle quali reca il titolo specifico de “l’università sconosciuta” (così, in minuscolo). Diverse poesie raccolte in questo volume vengono mantenute nell’edizione pubblicata, alla fine, da Anagrama (nel 2007).
 
Negli anni successivi, l’Università Sconosciuta amplierà la sua portata, fino a comprendere la maggior parte della poesia scritta da Bolaño a partire dal suo arrivo in Spagna, nell’anno 1977. Nel corso di conversazioni con gli amici, e più avanti nelle interviste, Bolaño farà riferimento spesso a questo libro, che da metà degli anni Ottanta - e cioè, dal tempo in cui scrisse la citata lettera a Antoni Garcia Porta – passerà a rappresentare una sorta di work in progress al quale si aggiungeranno, nel tempo, nuovi elementi, tra i quali le poesie che Bolaño continuava a pubblicare in diverse antologie e fanzines. [dal 1977 al 1990 link interno]
 
Sarà verso la fine del 1992 che Bolaño – sicuramente spinto dalla diagnosi della sua malattia (si legga la poesia intitolata “Devozione di Roberto Bolaño link interno ”, pag 397 dell’edizione di Anagrama), si deciderà a raccogliere e a strutturare il materiale accumulato, estrapolandone un grosso e accurato manoscritto di più di quattrocento fogli olandesi, a cui Bolaño stesso aggiungerà una nota finale e un indice minuzioso. Questo manoscritto, che Bolaño conserverà fino alla fine dei suoi giorni, senza mai decidersi a pubblicarlo, servirà come base per l’edizione che alla fine verrà pubblicata nel 2007 link interno.
 
Mentre realizzava questo lavoro di riordinamento della sua poesia, Bolaño ne selezionò una parte e la mandò al Premio Rafael Morales, che quell’anno vinse. (E’ probabile che la inviasse contemporaneamente ad altri concorsi, anche se non risulta). Da lì derivò la pubblicazione di "Fragmentos De La Universidad Desconocida " [1993], libro già menzionato, la maggior parte del cui contenuto appartiene, si ritiene, all’Università Sconosciuta così come si presenta nell’edizione del 2007.
 
Da lì in avanti, Bolaño impiegò il grosso volume de La Università Desconocida come una specie di fucina. Dalle sue pagine si distaccheranno negli anni successivi buona parte delle poesie raccolte ne Los perros romanticos (tanto nell’edizione del 1995, quanto in quella del 2000), in El ultimo Salvaje ( libro edito in Messico nel 1995) e in Tres (2000). E non solo, nel 2002 Bolaño estrapola daLa Università Desconocida tutta la serie di prose, scritte nel 1980, che costituiranno Anversa (2002) e che nel libro rappresentano la sezione intitolata “Gente che si allontana” (pp. 177-242).

E’ interessante andare al breve prologo che Bolaño antepose nel 2002 ad Anversa nota per farsi un’idea di chi era il poeta a cui si devono la prima e la seconda parte del libro. E anche per farsi un’idea del tipo di relazione che Bolaño mantenne con una tappa decisiva del suo percorso di scrittore – quella dei suoi primi anni in Spagna, con il ricordo ancora molto vivo di Città del Messico – tappa riguardo alla quale il Roberto Bolaño degli anni Novanta, quello che si consolida a poco a poco come narratore e ottiene, in quanto tale, un successo crescente, si sente come una specie di sopravissuto, ricordandola con un miscuglio di lealtà e stranezza, di nostalgia furiosa e di romanticismo.
 
Non c'è nulla che spieghi con certezza il motivo per cui, durante i dieci anni in cui tenne con sé il manoscritto dell’Università Sconosciuta, Bolaño non si decise a pubblicarlo e se ne servì invece per realizzare altri libri, nessuno dell’estensione e dell’importanza di quello. L’ipotesi più ragionevole è che i diversi strati dei quali si compone il libro costituivano, una volta entrati negli anni Novanta, un accordo complesso, non esente da note dissonanti, che non arrivava ad armonizzarsi con la direzione che lo stesso Bolaño aveva dato, a quel tempo, al suo cammino di scrittore.
 
Per come si presentò allora al lettore, La Università Sconosciuta finiva per essere una sorta di summa della poesia di Roberto Bolaño, almeno per quel che riguarda il lungo periodo che va dal 1978 al 1993. Si tratta di un periodo importantissimo, durante il quale la scrittura di Bolaño definisce la propria voce e raggiunge la sua maturità. Più ancora: durante questo periodo si delineano tanto la sua cartografia privata quanto la sua personale mitologia, delle quali si va nutrendo anche la sua narrativa. E nel frattempo si risolve la tendenza a fare prosa che fin dagli esordi affligge la poesia di Bolaño, non senza brancolamenti, vacillazioni e tensioni, per l’impiego della prosa come strumento preferito per – così diceva lo scrittore - “aprire gli occhi nella stanza scura”: una prosa, va detto, educata ai rigori della poesia, e molto simile a questa.
 
In alcune occasioni, sempre tra amici, Bolaño si riferì all’Università Sconosciuta coma a una specie di “testamento”. Al di là dello scherzo che era racchiuso in quella frase, c’è di sicuro che, a partire da un certo momento (probabilmente verso la metà degli anni Novanta), Roberto pensò che poteva essere pubblicato postumo. Era un modo di risolvere – o anche di posporre – le difficoltà e i sentimenti opposti che gli suscitava il libro. Ed era anche, forse, un modo per riservare al momento finale la prova che la sua vera fibra fu quella di poeta. In questo senso, e indipendentemente dal fatto che quasi la metà del suo contenuto abbia visto la luce anteriormente, L’Università Sconosciuta offre la cornice in cui sia la poesia sia la narrativa di Bolaño si “ordinano” per rivelare il suo autentico e finora nascosto centro di gravità.
 

I testi di Bruno Montanè sull'Archivio Bolaño:

 •    intervista a Bruno Montané - A due anni dalla morte di Roberto Bolaño 'link interno

I testi di Ignacio Echevarria sull'Archivio Bolaño:

 •  intervista de El mercurio a Ignacio Echevarria "il terzo reich è un buon testo, un buon romanzo" - 01/2010
 •  intervista de La Tercera a Ignacio Echevarria "Resta ancora molto da dire su Bolaño, è inesauribile" - 11/2010
 •  intervista di marco Cicala a Ignacio Echevarria 01/2011
 •  Su l'Universitàsconosciuta di Ignacio Echevarria e Bruno Montané - marzo 2010

NOTE

Roberto Bolaño scrisse insieme ad Antoni Garcia Porta, Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce, pubblicato in Spagna nel 1984 ed in Italia nel 2007, da Sellerio. torna su

Il racconto è stato tradotto in Italiano da Hilja Brinis e pubblicato nel 1967 in
 
Metà A, metà B (as by.Isaac Asimov and Alfred Bester), Mondadori 1967;
 
nel libro sono inclusi tre racconti di Alfred Bester:
 
IL COMPENSATORE
L'UOMO CHE UCCISE MAOMETTO
DUE NELLA METROPOLI
 

 
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Roberto Bolaño, all'eta di 16 anni e mezzo (allora si trovava in Messico dove vi era giunto all'età di 15 anni) decide di lasciare la scuola e si dedica completamnente alla lettura torna su

Anversa è il primo libro in prosa scritto da Bolaño nel 1980 e l'ultimo pubblicato in vita nel 2002. Riportiamo il prologo del libro<

Ho scritto questo libro per me stesso, e neppure di questo sono troppo sicuro. Per molto tempo sono state solo pagine sparse che rileggevo e forse correggevo convinto di non avere tempo. Ma tempo per che cosa? Ero incapace di spiegarlo con precisione. Ho scritto questo libro per i fantasmi, che sono gli unici ad avere tempo perché sono fuori del tempo. Dopo l'ultima rilettura(proprio adesso) mi accorgo che non solo il tempo importa, che non solo il tempo è motivo di terrore. Anche il piacere può terrorizzare, anche il coraggio può terrorizzare. In quegli anni vivevo esposto alle intemperie e senza permesso di soggiorno così come altri vivevano in un castello. Naturalmente, non ho mai portato questo romanzo a una casa editrice. Mi avrebbero chiuso la porta in faccia e avrei perso una copia. Non l'ho neppure messo, come si dice, in pulito. Il manoscritto originale ha più pagine: il testo tendeva a moltiplicarsi e a riprodursi come una malattia. La mia malattia, allora, era l'orgoglio, la rabbia e la violenza. Queste cose (rabbia, violenza) sfiancano e io passavo le giornate inutilmente stanco. Di notte lavoravo. Di giorno scrivevo e leggevo. Non dormivo mai. Mi tenevo sveglio bevendo caffè e fumando. Il disprezzo che provavo per la cosiddetta letteratura ufficiale era enorme, sebbene solo un po' più grande di quello che provavo per la letteratura marginale. Ma credevo nella letteratura: ossia non credevo né nell'arrivismo né nell'opportunismo né nei mormorii cortigiani. Sì nei gesti inutili, si nel destino. Non avevo ancora figli. Leggevo più poesia che prosa. In quegli anni (o in quei mesi), avevo predilezione per certi scrittori di fantascienza e per certi pornografi, a volte autori antinomici, come se la caverna e la luce elettrica si escludessero a vicenda. leggevo Norman Spinrad, James Tiptree jr. (che in realtà si chiamava Alice Sheldon), Restif de la Bretonne e Sade. Anche Cervantes e i poeti arcaici greci. Quando mi ammalavo rileggevo Manrique. Una notte ideai un sistema per guadagnare soldi illegalmente. una piccola impresa criminale. In fondo tutto consisteva nel non diventare ricchi di colpo. Il mio primo complice o progetto di complice, un amico argentino tristissimo, mi rispose con un proverbio che più o meno diceva che quando uno è in carcere o all'ospedale, la cosa migliore è essere anche nel proprio paese, suppongo per via delle visite. La sua risposta non mi toccò minimamente, perchè mi sentivo a una distanza equidistante da tutti i paesi del mondo. In seguito abbandonai il mio piano quando scoprii che era peggio che lavorare in una fabbrica di mattoni. Al mio capezzale avevo attaccato con una puntina un foglio che diceva, in polacco, Anarchia Totale, che un'amica di questa nazionalità aveva scritto per me. Non credevo che sarei vissuto oltre i trentacinque anni. Ero felice. Poi arrivò il 1981 e, senza che io me ne rendessi conto, tutto cambiò.
Blanes 2002
[Roberto Bolaño, prologo di Anversa]
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