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Rafael Lemus

'Una rilettura critica di Roberto Bolaño'

Lettras libres giugno 2001

© trad Stefano Cristi


 
Non volevo leggerlo però l'ho letto da qualche parte che non c'è niente di selvaggio ne I Detective selvaggi . che questo romanzo rappresenta l'epitaffio delle avanguardie latinoamericane. Che il fallimento del realvisceralismo all'interno dell'opera simbolizza il fallimento di tutte le pratiche radicali. Che i destini incrociati di Arturo Belano e Ulises Lima sono, di fatto, esemplari. Che il primo riesce a disintossicarsi dalle avanguardie e per questo, diventato ormai Roberto Bolaño, scrive romanzi straordinari. Che il secondo si lega all'illusione avanguardista e per questo, diventato ormai Mario Santiago Papasquiaro, non scrive altro che versi trascurabili. Che quella scena in cui Ulises Lima e Octavio Paz si incontrano nel Parque Hundido, alla fine dice tutto: le ostilità sono finite, è ora di arrendersi ai maestri.nota
 
Bè, bisogna rispondere che niente è così facile. Che I detective selvaggi è un elogio e insieme una parodia della avanguardie latinoamericane. Che questa o quella banda di radicali può fallire e scomparire ma la pulsione avanguardista non muore con loro, così come scompaiono gli autori classicisti, ma non le abitudini classiche. Che se l'opera di Bolaño si distingue non è perchè si sia allontanata da ogni respiro avanguardista ma proprio perché discute con le avanguardie ed è in tensione con queste. Che quella scena del Parque Hundido è sì memorabile, ma forse per altre ragioni: forse perché Paz invidia in Ulises Lima il giovane radicale che anche lui fu.
 
Bisogna iniziare con l'accettare che la narrativa di Bolaño non è formalmente avanguardista - non continua le consuetudini delle avanguardie storiche né mette mano alle risorse più comuni delle postavanguardie. Bisogna accettare, poi, che Bolaño scrive la gran parte della sua produzione molti anni dopo la sua esperienza con gli Infrarealisti - mentre sta con loro, scrive appena, impegnato com'è a percorrere a piedi Città del Messico , leggere poesía, irrompere in atti letterari-. Bisogna accettare, oltretutto, che nelle sue opere migliori non c'è avanguardia, formalmente. C'è qualcosa di diverso: pezzi, brandeli di avanguardia. Certo non nei suoi saggi, spesso compiacenti e improvvisati. Forse neanche nei suoi racconti e poesie , lontani dale acrobazie formali dei suoi maestri. Ma sicuramente sì nei suoi romanzi. basta scavare un po' in La letteratura nazista in America , in Stella distante , ne I detective selvaggi, in Amuleto , in Notturno cileno o in 2666 per notare che sotto le sue forme - mai ottocentesche - ribollono i princìpi capitali delle avanguardie: il disprezzo per la creazione borghese, l'elogio dell'azione, la volontà di oltrepassare le copertine del libro e partecipare alla vita. O forse bisogna solo accettare che Bolaño non marcia in prima línea ma sta, come diceva di sè Roland Barthes, nelle retroguardie dell'avanguardia - che non è cosa da poco.
 
Ciò che non si può accettare, non a questo punto, è l'idea che la narrativa di Bolaño non sia radicale proprio perché è narrativa. È che buona parte della scrittura di Bolaño tratta di poesía e poeti e, ciò nonostante, viene impacchettata in forma di racconti e romanzi, per altro molto poco lirici. L'argomento può sembrare grave, perché non c'è niente che le avanguardie storiche hanno detestato più della narrativa, e in particolare del romanzo. Può sembrare inoltre inconsistente che quei romanzi, abitati da giovani estremi, non siano, formalmente, i più estremi della recente narrativa hispanoamericana. Si è parlato addirittura di tradimento, come se Bolaño, al trasportarli all'immaginazione narrativa, abbia addomesticato quei poeti radicali. Non lo ha fatto: li ha accesi, perché anche i romanzi possano provocare incendi.
 
Non è quello della narrativa un problema grave. Non è nemmeno un problema: è da tanto che la narrativa ha smesso di essere quello che gli avanguardisti del principio del xx secolo disdegnavano, tanto che ora è, per le penne migliori, una scrittura lucida e brutale come tutte le altre. Quella frase di Heidegger -"La narrativa è nemica dell'intelligenza"- è ancora valida per gran parte della narrativa, ma non per quella che ha abbandonato i suoi abiti per poter significare. In altre parole: che Bolaño impieghi il romanzo per celebrare la poesía, non è un problema di Bolaño; rappresenta un problema solo per chi ha una concezione troppo blanda del romanzo. Bolaño aveva un patrimonio di letture sufficiente - di fatto, una somma colossale di letture - da non commettere l'ingenuità di privilegiare, alla fine del giorno, le poesie rispetto ai racconti. Poesia e narrativa? persino questi termini sembrano maldestri davanti alla scrittura di Bolaño. Non dimentichiamo che le sue poesie narrano. E non trascuriamo quella frase, posta verso la fine di 2666: "Ogni poesía, in ognuna delle sue molteplici discipline, era contenuta, o poteva essere contenuta, in un romanzo".
Signori, al contrario: Bolaño è, soprattutto e felicemente, un narratore.....Bolaño scrive romanzi e non poesie perché oggi non è più possibile scrivere poesie....A questo punto non è più necesario scrivere poesie per incidere nella poesía: basta appropriarsi dell'opera degli altri, invaderla, tradurla, raccoglierla, rieditarla, reinventarla, risignificarla.

 
Come intendere allora la logora routine di certi critici letterari che, davanti a un romanziere maggiore, si permettono di dire che è così bravo, ma così bravo, che è soprattutto un poeta? Come giustificare il fatto che sottomettano Bolaño a questo trattamento? Signori, al contrario: Bolaño è, soprattutto e felicemente, un narratore. Non è solo che la sua produzione poetica sia minore e a volte sembri il laboratorio dei suoi romanzi. E neanche che la narrativa gli ha permesso ciò che la poesía gli ha negato: illustrare contemporáneamente la grandezza e la miseria dell'esistenza. È che pochi scrittori hanno creduto tanto, con tanto ardore, nella narrativa. Quale prova migliore di quell'opera magna che è 2666? Verso la fine della sua vita, quando la cirrosi si aggravava, Bolaño decide di lanciarsi in un ultimo, disperato progetto: non una poesía ma un romanzo! E non un romanzo qualsiasi: un romanzo totale, vastissimo, tanto lontano dal minimalismo delle sue opere più brevi, quanto dai frammenti e dai puzzles de I detective selvaggi. Un romanzo che, in ognuna delle sue cinque parti, lancia un omaggio a diverse tradizioni narrative del XX secolo. Un romanzo che, al contrario de I detective selvaggi, non viaggia nel terreno dei poeti per trovare, fra la massa dei versificatori accademici, una scrittura radicale. Ora l'eroe è lì, nella propria narrativa. Ora si chiama Benno von Archimboldi e, anche se scrive romanzi, è puro quanto Cesárea Tinajero. Ora è, come Bolaño, un narratore: semplicemente un narratore.
 
Dopo I detective selvaggi la domanda non è più: si può scrivere un buon romanzo sulla poesía? La domanda è: perché Bolaño preferisce scrivere romanzi e non poesie? Temo che la risposta non piacerà ai poeti: Bolaño scrive romanzi e non poesie perché oggi non è più possibile scrivere poesie. Questa è la conclusione che si evince dalla sua opera narrativa: la poesía è ormai impossibile, sopravviviamo in un mondo postpoetico. Si guardi ai personaggi de I detective selvaggi: giurano di essere poeti ma non scrivono, in più di seicento pagine del libro, neppure una poesía.
Si è detto che non scrivono perché sono dei poveri diavoli, o perché sono ancora immaturi, o perché, in fondo, non gli interessa la poesía ma la vita. La verità è che non scrivono versi perché per loro non ha più senso farlo: se ne sono scritti molti, alcuni molto buoni, altri geniali, ed è già abbastanza leggerli; la tradizione è già così robusta che è difficile aggiungere qualcosa che non sia un mero riempitivo. Guardate altrimenti la poesia unica della saggia Cesárea Tinajero: un disegno, uno scherzo, in certo senso un punto finale.
 
Insomma: se uno è debole e finisce per scrivere una poesía, non è tanto importante la qualità dei versi; importa la fazione in cui si collocano. Tradizionali o avanguardisti. Anglosassoni o francofoni. Parra o Neruda. Paz o Huerta. Perché il campo poetico, oltre che saturo, è diviso e politicizzato. Uno può passare la vita a fare avanti e indietro da un gruppo a un altro, a volte senza il bisogno di scrivere neanche una poesía, semplicemente convalidando e confutando differenti poetiche. Questo spostarsi da una parte all'altra non è poco: è comunque letteratura. A questo punto non è più necesario scrivere poesie per incidere nella poesía: basta appropriarsi dell'opera degli altri, invaderla, tradurla, raccoglierla, rieditarla, reinventarla, risignificarla.
 
Detto in modo sbrigativo: Non si tratta più di scrivere poesía ma di raccontare come è stata la poesía. Le poesie che si sarebbero potute comporre già sono state scritte e rimane solo da ordinarle in un racconto più suggestivo di quello degli avversari. A questo si dedicano i realvisceralisti nel romanzo: a conoscere il campo di battaglia, a identificare gli alleati e i nemici, a riunire gli elementi con i quali anni dopo scriveranno il proprio racconto sulla poesía. Credono di conoscere un segreto che trasformerà la storia della poesía messicana: l'esistenza quasi agrafica, quasi anónima, di Cesárea Tinajero, prófuga dello stridentismo, e per questo ne seguono le tracce fino al deserto di Sonora. Se sono detective è perché si impegnano a trovare le orme di quello che una volta fu la poesía. Se sono selvaggi è perché sanno che la battaglia continua: solo che non è più poetica ma narrativa e si gioca con le poesie degli altri.

NOTE

post a commento del saggio da parte di Alfonso Robles:
Caro Rafael:
risulta dimostrato - di nuovo - che il buon critico è miracoloso: moltiplica un libro e contemporaneamente espande la vita degli scrittori. Bolaño è scioccante perché incarna il dilemma narrativa-poesia, dilemma in apparenza banale per chi non voglia scrivere bene. I generi non interessano neanche a chi non sente la scrittura o il linguaggio, fa lo stesso, sempre che possano intrattenersi. Perché scrivere romanzi non è ugualmente impossibile?

"se ne sono scritti molti, alcuni molto buoni, altri geniali, ed è già abbastanza leggerli; la tradizione è già così robusta che è difficile aggiungere qualcosa che non sia un mero riempitivo"

Forse perché il romanzo è debitore della Storia e la poesia delle - maledette - domande umane. La Storia ha sempre materiale nuovo, le domande sono sempre le stesse. Non ci credo, la poesia è come i volti, non esiste l'uguaglianza, ci sarà sempre un nuovo linguaggio a sottometterci, curarci, rallegrarci. L'eroe sarà sempre lo stesso, esaltato o maledetto non smetterà di essere l'eroe. Continuo ad aspettare il tuo testo conclusivo, dove realmente metta a nudo la totalità delle tue letture e indichi un cammino. Se il critico esige l'opera del "creatore", è obbligo del lettore esigere l'opera del critico. Soprettutto se è lucido
Un saluto,
Alfonso Robles

Ma a proposito della scomparsa di Ulises lima in Nicaragua dice Pancracio Montesol:
" Il poeta non muore, sprofonda, ma non muore "
( I detective selvaggi, 454 )
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