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IL VERME

© trad. Jaime Riera

El gusano
 
Demos gracias por nuestra pobreza, dijo el tipo vestido con harapos.
Lo vi con este ojo: vagaba por un pueblo de casas chatas,
hechas de cemento y ladrillos, entre México y Estados Unidos.
Demos gracias por nuestra violencia, dijo, aunque sea estéril
como un fantasma, aunque a nada nos conduzca,
tampoco estos caminos conducen a ninguna parte.
Lo vi con este ojo: gesticulaba sobre un fondo rosado
que se resistía al negro, ah, los atardeceres de la frontera,
leídos y perdidos para siempre.
Los atardeceres que envolvieron al padre de Lisa
a principios de los cincuenta.
Los atardeceres que vieron pasar a Mario Santiago,
arriba y abajo, aterido de frío, en el asiento trasero
del coche de un contrabandista. Los atardeceres
del infinito blanco y del infinito negro.
 
Lo vi con este ojo: parecía un gusano con sombrero de paja
y mirada de asesino
y viajaba por los pueblos del norte de México
como si anduviera perdido, desalojado de la mente,
desalojado del sueño grande, el de todos,
y sus palabras eran, madre mía, terroríficas.
 
Parecía un gusano con sombrero de paja,
ropas blancas
y mirada de asesino.
Y viajaba como un trompo
por los pueblos del norte de México
sin atreverse a dar el paso,
sin decidirse
a bajar al D.F.
 
Lo vi con este ojo
ir y venir
entre vendedores ambulantes y borrachos,
temido,
con el verbo desbocado por calles
de casas de adobe.
Parecía un gusano blanco
con un Bali entre los labios
o un Delicados sin filtro.
Y viajaba de un lado a otro
de los sueños,
tal que un gusano de tierra,
arrastrando su desesperación,
comiéndosela.
 
Un gusano blanco con sombrero de paja
bajo el sol del norte de México,
en las tierras regadas con sangre y palabras mordaces
de la frontera, la puerta del Cuerpo que vio Sam Peckinpah,
la puerta de la Mente desalojada, el puritito
azote, y el maldito gusano blanco allí estaba,
con su sombrero de paja y su pitillo colgando
del labio inferior, y tenía la misma mirada
de asesino de siempre.
 
Lo vi y le dije tengo tres bultos en la cabeza
y la ciencia ya no puede hacer nada conmigo.
Lo vi y le dije sáquese de mi huella so mamón,
la poesía es más valiente que nadie,
las tierras regadas con sangre me la pelan, la Mente desalojada
apenas si estremece mis sentidos.
De estas pesadillas sólo conservaré
estas pobres casas,
estas calles barridas por el viento
y no su mirada de asesino.
 
Parecía un gusano blanco con su sombrero de paja
y su pistola automática debajo de la camisa
y no paraba de hablar solo o con cualquiera
acerca de un poblado que tenía
por lo menos dos mil o tres mil años,
allá por el norte, cerca de la frontera
con los Estados Unidos,
un lugar que todavía existía,
digamos cuarenta casas,
dos cantinas,
una tienda de comestibles,
un pueblo de vigilantes y asesinos
como él mismo,
casas de adobe y patios encementados
donde los ojos no se despegaban
del horizonte
(de ese horizonte color carne
como la espalda de un moribundo).
¿Y qué esperaban que apareciera por allí?, pregunté.
El viento y el polvo, tal vez.
Un sueño mínimo
pero en el que empeñaban
toda su obstinación, toda su voluntad.
 
Parecía un gusano blanco con sombrero de paja y un Delicados
colgando del labio inferior.
Parecía un chileno de veintidós años entrando en el Café La Habana
y observando a una muchacha rubia
sentada en el fondo,
en la Mente desalojada.
Parecían las caminatas a altas horas de la noche
de Mario Santiago.
 
En la Mente desalojada.
En los espejos encantados.
En el huracán del D.F.
Los dedos cortados renacían
con velocidad sorprendente.
Dedos cortados,
quebrados,
esparcidos
en el aire del D.F.

Il verme
 
Ringraziamo per la nostra povertà, disse il tizio vestito di stracci.
L´ho visto con quest´occhio: si aggirava per un paese di case piatte,
fatte di cemento e mattoni, fra il Messico e gli Stati Uniti.
Ringraziamo per la nostra violenza, disse, anche se sterile
come un fantasma, anche se a nulla ci porta,
nemmeno queste strade portano da qualche parte.
L´ho visto con quest´occhio: gesticolava su uno sfondo rosa
che resisteva al nero, ah, i tramonti della frontiera,
letti e perduti per sempre.
I tramonti che avvolgevano il padre di Lisa
agli inizi degli anni cinquanta.
I tramonti che videro passare Mario Santiago,
su e giù, tremante di freddo, nel sedile posteriore
dell´auto di un contrabbandiere. I tramonti
dell´infinito bianco e dell´infinito nero.
 
L´ho visto con quest´occhio: sembrava un verme con cappello di paglia
e sguardo da  assassino.
e viaggiava fra i paesi del nord del Messico
come se vagasse perduto, espulso dalla mente
espulso dal grande sogno, quello di tutti.
e  le sue parole, madre mia, erano spaventose.
 
Sembrava un verma con sombrero di paglia
vestiti bianchi
e sguardo assassino.
E viaggiava come una trottola
fra i paesi del nord del Messico
senza osare il prossimo passo,
senza decidersi
a scendere al D.F.
 
L´ho visto con quest´occhio
andare e venire
fra venditori ambulanti e ubriachi,
temuto,
con il verbo scatenato per le strade
di case di mattone.
Sembrava un verme bianco
con un Bali fra le labbra
o un Delicato senza filtro.
E viaggiava da un lato all´altro
dei sogni,
tal quale un verme di terra,
trascinandosi la disperazione,
mangiandosela.
 
Un verme bianco con sombrero di paglia
sotto il sole del nord del Messico,
nelle terre annaffiate con sangue e parole mendaci
della frontiera, la porta del Corpo che vide Sam Peckinpah,
la porta della Mente svuotata, la mera
frustrata, e il maledetto verme bianco era lì,
con il suo sombrero di paglia e la sigaretta appesa
al labbro inferiore, e aveva lo stesso sguardo
assassino di sempre.
 
L´ho visto e gli ho detto ho tre palline nella testa
e la scienza non può più fare niente per me.
L´ho visto e gli ho detto fuori dai piedi coglione,
la poesia è più coraggiosa di chiunque,
delle terre annaffiate con sangue non mi frega niente, la Mente svuotata
scuote appena i miei sensi.
Di questi incubi conserverò solo
queste povere case,
queste strade spazzate dal vento
e non il suo sguardo da assassino.
 
Sembrava un verme bianco con il suo cappello di paglia
e la sua pistola automatica sotto la camicia
e non smetteva di parlare da solo o con chiunque
a proposito di un villaggio vecchio di
almeno duemila o tremila anni,
lassù verso il nord, vicino alla frontiera
con gli Stati Uniti,
un luogo che esisteva ancora,
diciamo quaranta case,
due bettole,
un negozio di alimentari,
un paese di vigilantes e assassini
come lui stesso,
case di mattone e cortili di cemento
dove gli occhi non si staccavano
dall´orizzonte
(quell´orizzonte color carne
come la schiena di un moribondo).
E cosa si aspettavano di veder comparire lassù?, ho chiesto.
Il vento e le polvere, forse.
Un sogno minimo
nel quale però si impegnavano
con tutta la loro ostinazione, tutta la loro volontà.
 
Sembrava un verme bianco con cappello di paglia e un Delicados
appeso al labbro inferiore.
Sembrava un cileno di ventidue anni che entrava nel Café La Habana
e osservava la ragazza bionda
seduta in fondo,
nella Mente svuotata.
Sembravano le passeggiate a notte fonda
di Mario Santiago.
 
Nella Mente svuotata.
Negli specchi incantati.
Nell´uragano del D.F.
Le dita tagliate rinascevano
a una velocità sorprendente.
Dita tagliate,
spezzate,
sparse
nell´aria del D.F.

© Traduzione dallo spagnolo di Jaime Riera

frammento dell'intervista Off the record link interno dove Bolano parla del personaggio del Gusano

 

 

NOTE




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