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I testi di Bolano ' Tre estredentisti nel 1976 '
interviste apparse sulla rivista Plural , N°62 novembre, Messico, 1976
Trad. Davide Rivelli
1. ARQUELES VELA
Bandito adolescente nella zona di Tehuantepec, ragazzo dagli occhi azzurri che dormiva nelle redazioni dei periodici, ballerino e raccontatore di barzellette nei cabaret spagnoli, complice di Miguel Angel Asturias in avventure che per pudore non narriamo, ha sperimentato quasi tutto Arqueles Vela, che a 16 anni guardava carranzisti a cavallo e recitava la traduzione che Gomez de la Serna fece dei canti del Maldoror. Compone poesie (ovvio!). Se Maples Arce a volte mi ricorda fisicamente Floyd Patterson e List Arzubide mi ricorda Sonny Liston, Arqueles dà l’impressione di essere Kid Azteca troppo in posa, troppo sereno in un angolo elettrico del ring. Naturalmente è notte e l’arena è vuota. La campanella comincia a scaldarsi. Uno specchio se ne sta seduto in una poltrona di terza. Il Kid non lo guarda. I manifesti estraggono una pistola col silenziatore dai loro panciotti e si suicidano. In mezzo al vapore che comincia ad invadere tutto un paio di guantoni d’oro sembrano ballare.
Lei come entrò nell’estredentismo?
Quando Maples Arce pubblicò il suo primo libro, dopo il Manifesto Estredentista Compresso, la maggior parte dei critici di allora non solo attaccarono lo spirito del libro, non solo denigrarono la personalità di Maples Arce, ma alcuni critici o articolisti come Gonzàlez Pena ebbero a dire “Non avevo espresso giudizi su questo libro perché credevo si trattasse di un manuale di edilizia”; perché il libro si chiamava Andamios interiores (Impalcature interne). Come giovane dell’epoca e anche come rinnovatore del giornalismo, perché io lavoravo nella Universal Ilustrado, mi parve che fosse non solamente indegno, ma anche antigiornalistico, fare un commento di questo genere, e allora scrissi un articolo analizzando la poesia di Maples Arce e in tal modo ponendo le fondamenta di quella che avrebbe dovuto essere la nuova critica. E’ stato così che Maples Arce si rese conto che nonostante noi non sapessimo nulla riguardo il suo movimento e nonostante non ci conoscessimo neppure, esistevano mentalità e spiriti Rivoluzionari che potevano capire quello che avrebbe potuto essere la nuova poesia.

Dall’apparizione di Actual I e di Andamios interiores, quanto tempo trascorre fino al suo incontro con Maples Arce? Il gruppo estredentista, il primo, di fatto lo formavate voi due.
Il lasso di tempo fu molto breve perché il Compresso Estredentista venne pubblicato nel 21 e Andamios interiores nel 22, e il mio articolo venne pubblicato immediatamente dopo la pubblicazione di Andamios interiores, e Maples Arce mi fece visita il giorno dopo la comparsa della mia critica al suo libro, di modo che in una certa qual maniera io fui il secondo a far parte del gruppo perché la mia critica fu un modo di aderire al movimento, considerato che sosteneva i principi della nuova poesia e mi stava aggregando alla ribellione di Maples Arce.
Riceveste molti attacchi agli inizi dell’estredentismo?
Ricevemmo tutte le pietrate che per noi allora significavano la possibilità di difenderci. L’ambiente non era preparato per un movimento come quello estredentista, però sì ci furono poeti già conosciuti e di generazioni antecedenti alla nostra come Rafael Lòpez, che capirono che noi stavamo tentando di rinnovare la forma e la sostanza poetica. Di modo che nonostante la rinuncia quasi generale ad accettare i nostri principi, si unirono a noi gente come List Arzubide, Salvador Gallardo, Echeverrìa, Mena, che pur giovani, scorsero quello che sarebbe diventato l’estredentismo.
Nello stesso anno in cui appare Andamios interiores lei pubblica La senorita etcétera. Crede sia il primo romanzo estredentista?
Non solo fu il primo romanzo estredentista, fu il primo romanzo che vìola la struttura tradizionale alle nostre latitudini ispanoamericane. La senorita etcétera vìola i concetti di tempo e di spazio ed elimina i personaggi. La Senorita etcétera è il romanzo nel quale l’Io è determinante; ed è l’Io, il soggettivo, ciò che converte i personaggi in passanti, all’idea che si ha riguardo l’uomo, e riguardo la donna. Addirittura il paesaggio ne forma parte; in questo senso la denominazione di romanzo poetico.
Lo vedrebbe come romanzo di linguaggio, di sfumature, di colori?
Si, e che interroga tanto a fondo ciò che è il romanzo, perché è un romanzo di sfumature, di sfumature intime, di stati interiori che corrispondono a realtà che solo sono esistite nel ricordo, nello svaporamento dei fatti. Questo è La senorita etcètera. Un racconto che utilizza la parola, la lingua, che non usa luoghi comuni né nella parola né nelle relazioni tra i personaggi. La Senorita etcètera si caratterizza perché lì l’Io è il determinante, fino al punto in cui giunge naturalmente a superarlo del tutto, e mantenendo non dico le debite proporzioni, quanto piuttosto la differenza di proporzioni tra Joyce e Arqueles Vela, perché anche l’Ulisse venne pubblicato nel 1922. Vale a dire che io, senza conoscere le innovazioni che apportò il gran creatore dell’Ulisse, e mantenendo la differenza di proporzioni, ripeto, perché è un mostro l’Ulisse di Joyce, e il mio racconto è un microbo, è il principio di tutto ciò che può essere un animale antidiluviano e antidiluviano, ciò che è prima del diluvio e contro il diluvio; se lei rilegge la Senorita ectétera vedrà che è l’Io ciò che crea tutto: i conflitti, le relazioni; la realtà che esiste non esiste se non attraverso l’Io.
Mi farebbe piacere che mi parlasse di ciò di cui si occupava prima di far parte del gruppo estredentista, della sua formazione letteraria.
Si è detto che sono stato rivoluzionario prima di conoscere Maples Arce, perché nei miei articoli che redigevo per l’Universal ilustrado, articoli settimanali, selezionavo sempre temi che non venivano trattati da nessuno dei giornalisti della mia epoca…
Inoltre in uno stile diverso…
E in uno stile assolutamente diverso, tanto che a volte me li rifiutavano perché mi dicevano che non era uno stile giornalistico. Pubblicai allora un articolo che s’intitolava El hombre Antena (L’uomo Antenna), riferendomi alle esperienze ed agli esperimenti di un appassionato che volendo eliminare l’elettricità statica era finito con l’incappare in alcune varianti per rendere più udibili le trasmissioni. E allora io, da questo fatto reale, nel mio articolo arrivai a creare un personaggio che era assolutamente elettronico, in quanto sosteneva che quest’uomo non captava solamente le radiazioni, le onde hertz, ma addirittura il pensiero della maggior parte degli uomini; ed era quasi come un nuovo messia, il nuovo messaggero, il nuovo apostolo delle onde, della trasmissione eterea. Di modo che prima di conoscere Maples, prima che venisse pubblicato il Manifesto,
in me c’era già uno spirito nuovo. E si trattava di uno spirito nuovo perché, l’ho già detto, sono il più originale di tutti perché ero il più ignorante di tutti. Ma pur essendo il più ignorante, ero stato formato da tre grandi libri che mi paiono ancora decisivi per la formazione di uno spirito nuovo: Lautremont, nei suoi canti di Maldoror; Villieiers de L’Isle Adams nella sua Eva futura e Nietsche in Così parlo Zarathustra.
- Questi sono i libri che lesse poco dopo essere uscito da una scuola di preti.
Si.
Dev’essere stato un colpo tremendo.
Fu un contrasto enorme che modificò la mia vita, perché dopo essere stato educato in una scuola di gesuiti, dove tutto era oppressione e dogma, io mi ritrovavo con tre libri che sono anarchia allo stato puro, la liberazione dell’uomo per poter comprendere il mondo, l’uomo e i fenomeni al di là di ogni teoria prestabilita.
Che relazione intrattenne con il futurismo? In che misura riuscì a decostruire le forme di fare poesia della sua epoca?
In realtà noi non abbiamo una similitudine particolarmente forte, né profonda, né vasta col futurismo, perché il futurismo, per come lo intendo io, era un divenire di possibilità estetiche, mentre l’estredentismo è un curarsi della realtà immediata, una convivenza con l’immediato dell’esistenza. Al punto tale che noialtri eravamo contro molte realtà artistiche. Per esempio, le statue che lei conosce, che sono in mostra a la Alameda Central, che sono di Chuco Valenzuela, noi estredentisti, una notte le impacchettammo con carta di giornale come protesta contro l’estetica scultorea del nostro tempo: inoltre un giorno scomparve la corona di alloro che era stata regalata ad uno dei più grandi scrittori, Gamboa, quello de la Santa, Don Federico; e quando gli rubarono la corona d’alloro, che era d’oro, allora Rafael Lopez scrisse un articolo dicendo: “Un furto estredentista: Solo gli estredentisti sono capaci di attentare alla gloria di uno degli accademici più prestigiosi”. Di modo che il nostro spirito stava già diffondendosi, non solo tra gli articolisti come Rafael Lopez, ma addirittura tra la moltitudine di coloro che nutrivano passione per la letteratura, i quali cominciarono a comprendere quale fosse il nostro spirito; prendere parte direttamente ai fatti della vita. Il mio lavoro consisteva in una critica sottile al modo di scrivere e di pensare dell’epoca. Per esempio nei miei articoli una volta scrissi, e ciò mi valse l’inimicizia di Gonzàlez Martinez, sostenendo: “Tutti gli animali dello zoo sono preoccupati della poesia di Gonzalez Martinez, per via di quel verso che comincia così: Torci il collo al cigno.” Terminavo dicendo che la maggior parte degli animali si stavano preoccupando del fatto che se Gonzàlez Martinez avesse continuato a scrivere in quella maniera allora si sarebbe giunti alla chiusura dello zoo.
Che percorso prendeste lei e l’estredentismo dopo i primi anni, vale a dire dopo il 1923?
Ricordo molto bene che le nostre attività si biforcarono. In realtà io non sono uomo né da folle né da manifestazioni. Non mi piace molto l’ostentazione pubblica, di modo che alla fine non presi parte a nessun manifesto. Più che altro feci propaganda dalle colonne del periodico e nelle interviste che mi facevano. Si unirono in molti, nacquero movimenti di poeti giovani in Guadalajara, in Puebla, in Monterry, ma la mia partecipazione avvenne dal periodico. A dire il vero abbiamo avuto vite agli opposti. Maples Arce era il grande signore dell’estredentismo, perché aveva soldi e non aveva bisogno di lavorare per sopravvivere. Studiava Diritto e suo padre gli passava i soldi per studiare, per vivere, per vestirsi lussuosamente, per convivere lussuosamente. Lui era quello che invitava tutti. Quando andavamo al Caffè, quando mangiavamo, lui era quello che ci faceva sentire dei gran signori. Io mi guadagnavo da vivere col giornalismo, List Arzubide anche, di modo che la mia vita era maggiormente relazionata, più profondamente relazionata con la realtà circostante; da lì i pettegolezzi. Probabilmente tra gli estredentisti io sono quello che più continuò affinando il proprio stile, migliorandolo fino a raggiungere le proporzioni che potete trovare in Luzbela, perché dalla Senorita Etcetera a Luzbela c’è tutto un processo di trasformazione Linguistica. Mi sono preoccupato di trovare parole nuove. Si possono notare nel Cafè de nadie così come ne La Senorita etcetera, o in Un Crimen provisional (Un crimine provvisorio), Un crimen sin nombre, i tentativi di creare parole nuove. Questa inquietudine non è propria degli altri estredentisti, e non ce l’hanno la maggior parte degli scrittori messicani, cercatela, non ce l’hanno. I suoi perversatili occhi, viene detto nel Café de nadie, una parola nuova nata da perverso e versatile; i suoi fattuali sguardi da Fatto e attuali; così come si può trovare culoviasola…
Culoviasola?
Culoviasola, da la sola vita del culo. E così numerose altre parole che sono una somma di suoni grezzi uniti alla parte sottile della stessa parola, che a sua volta si unisce ad un’altra.
- Esiste una separazione tra la scrittura e la vita nell’estredentismo?
Maples Arce visse la Rivoluzione Messicana, e per questo scrisse Urbe e Poemas interdictos, però Urbe è il poema della Rivoluzione Messicana, nella misura in cui Calles (Plutarco Elias, generale e politico messicano) diede impulso alle attività operaie, e in strada scendevano battaglioni di operai con finalità sovversive. Ma Calles si spaventò di ciò a cui aveva dato inizio, tornò sui suoi passi e finì con l’essere addirittura reazionario. Ma noi conviviamo con la nostra realtà messicana. Siamo quelli che hanno dato un senso estetico alla Rivoluzione messicana. La Senorita etcetera è la Realizzazione letteraria del disordine provocato dalla Rivoluzione. La Rivoluzione ci disperse materialmente; questo significa anche una dispersione interiore. Non potevamo trovare un ritmo.
La sua opera non si è diffusa molto, quasi niente in confronto al gruppo dei Contemporanei. A cosa crede si debba?
Si deve al fatto che io sono stato nemico della pubblicità. In diverse occasioni hanno richiesto miei lavori, l’ultima volta dall’Argentina; mi hanno inviato una circolare perché mandassi informazioni sulla mia personalità e la mia opera. Io risposi, e intanto ancora adesso non riesco a trovare nessuno che abbia conservato uno dei miei racconti, intanto non si divulgano i miei racconti e nessuno nutre interesse né si informa attraverso antologie o indici letterari né mi include nella sue proprie antologie e neppure mi chiedono che scriva riguardo me stesso: preferisco non apparire in nessuna antologia. Perché se io credo nella gloria credo nella gloria qui in Terra, e gloria significa che mi leggano e che mi comprendano e che continuino ad interessarsi alla mia opera, quindi se non hanno conservato nemmeno un racconto mio, allora non mi interessa che mi pubblichino niente, né che lo traducano. Le traduzioni che hanno fatto le hanno fatte spontaneamente; ho un racconto tradotto in ebraico, in inglese e in francese, perché c’è un mio racconto che è celebre, s’intitola Una aventura desconocida (Un’avventura sconosciuta), che è stato pubblicato nella maggior parte dei quotidiani sudamericani senza che io sia intervenuto, e in una di queste occasioni, come negli anni quaranta, il quarantanove, mi chiesero di inviare un racconto perché venisse premiato, ma me lo chiedevano su commissione e io non glielo scrissi mai. E anche a Cuba mi chiesero di inviare un racconto inedito per premiarlo e io gli dissi: perché non mi premiate per quello che ho scritto? Magari il racconto che mi chiedete non mi riesce bene. No, ma è che abbiamo bisogno che sia inedito. No, allora non mi interessa. Quello che mi interessa è il vostro giudizio su ciò che ho fatto e non su ciò che farò in futuro.
Che relazione ebbe coi surrealisti francesi quando visse a Parigi?
Fui amico dei surrealisti, amico intimo di alcuni di loro, ma non mi sono mai unito al loro movimento. Sono stato amico di Robert Desnos, di Antonin Artaud.
Il suo essersene andato in Spagna non indica una sua rottura con gli estridentisti? Lei se ne va nel 26 o 25…
Me ne andai in Spagna all’inizio del 25, ma ci andai da avventuriero, non per disillusioni, né per scissioni o frizioni, no; per estendere il mio mondo, per allargare il mio mondo come direbbe il picaro spagnolo; per questo me ne andai, per allargare il mio mondo. Non avevo niente contro nessuno, solo contro me stesso, contro la mia povertà, avevo già esaurito tutto quello che avevo vissuto, avevo bisogno di vivere molto più intensamente per creare nuove opere.
L’estredentismo significò un calcio per l’epoca, un rinnovamento in tutti i sensi, estetico, vitale?
Si. E in questo calcio e in questa energia solo si potrà trovare l’interno del suo mondo, nelle esperienze che vogliono porsi in contatto con la realtà, in modo ribelle, pacifico, in modo sentimentale, politico; in tutte le forme, ma solo l’esperienza dell’uomo con la realtà del suo tempo. Sarebbe sempre necessaria un’avanguardia, però l’avanguardia non si inventa, sono fatti sociali quelli che finiscono col creare una necessità che irrompe nel divenire. Non è poi sorta una gioventù che è stata contro i propri tempi come lo siamo stati noialtri.
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Preceduto da questo articolo, un mese prima ne viene pubblicato un'altro dello stesso Bolano, intitolato “El estridentismo” (rivista Plural, núm. 61, ottobre 1976) dove afferma tra l'altro:
"el artista de vanguardia es el primero en arriesgarse, el primero en tirarse al agua. El que pone la maquinita peluda del amor y la aventura a toda velocidad. Para Alain Jouffroy, y en esto se toca con los situacionistas, el artista de vanguardia es el que, por sobre todo, subvierte la cotidianidad, transformando y transformándose" (…)
“se necesitaba tener un espíritu muy heroico para sobrevivir y crear y difundir una poesía nueva en el México de 1928: un movimiento que no antecede a la revolución, pero que se va extinguiendo con esta revolución”. (…)
Los estridentistas no pudieron sostener esas barricadas ácidas de la nueva poesía, pero nos enseñaron más de una cosa sobre los adoquines” 

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