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Massimo Rizzante - testo contenuto nel libro
"Non siamo gli ultimi", Effigie, MIlano, 2009
© Nuova Prosa nr. 46
4. Poesia e canaglie
Direi che "l'altra america latina" ha riscoperto la sua vocazione europea, o meglio si è immersa nuovamente nelel acque liberatrici dell'esilio e in quelle più torbide dell'emancipazione dal giogo ideologico, e come all'epoca dei grandi romanzi di rulfo, Garcia marquez, Sabato, Vargas Llosa, Cortàzar, Onetti si è rimessa in cammino sulle strade di quella che carlos Fuentes ha chiamato la "tradizione della Mancha"
Massimo Rizzante - conversazione con M. Gallego Roca
Ci sono ancora due aspetti.
Il personaggio del giovane poeta che incontriamo spesso nelle opere di Bolaño non è un poeta romantico. È generoso. È valiente, coraggioso. Ma non è un poeta lirico (non assomiglia molto a Jaromil, il protagonista de La vita è altrove di Milan Kundera, la cui giovinezza coincide con il suo "atteggiamento lirico"). Ha creduto nella rivoluzione, ma non è diventato un rivoluzionario. Non si trova mai dalla parte della Storia (è della stessa specie dei Boris Davidovic, il personaggio del romanzo di Kis, sebbene non abbia dovuto sperimentare la propria totale disintegrazione fisica e spirituale. Bolaño, nei suoi saggi, non cita mai il nome di Kis. Eppure, a mio avviso, è uno dei suoi fratelli estetici). E per questa ragione è criticato dalla destra e dalla sinistra. Non scrive poesia civile (Lorca, Neruda, Breton, Eluard, ad esempio, sono dei poeti rispettati da Bolaño. Tuttavia l'adesione sentimentale all'ideologia politica di molte loro poesie non lo riguarda). È ironico. A volte l'ironia corre parallela a una vena patetica. Ma il pathos è sempre spezzato dalla lama della provocazione intellettuale che nasce dalla sua fedeltà allo spirito "selvaggio" dell'avanguardia. Per lui valgono le parole che Bolaño ha scritto in onore di uno dei suoi maestri più venerati, il poeta cileno Nicanor Parra
: "Scrive sul dolore e la solitudine, sulle sfide inutili e necessarie, sulle parole che sono condannate a disgregarsi, così come la tribù che le ha proferite. Parra scrive come se il giorno dopo dovesse essere eseguita la sua condanna a morte sulla sedia elettrica". Parra, continua Bolaño, "è riuscito a sopravvivere". Non è poco, sopravvivere. Malgrado la sua giovane età, il personaggio-poeta lo sa: "Meglio perdere i manoscritti che la vita". Da qui il suo slancio metafisico. Da qui il suo humour.
Nel racconto intitolato Un altro racconto russo, che si trova nella raccolta Chiamate telefoniche, c'è una passaggio in cui credo di cogliere l'essenza dell'opera di Bolaño, L'opera, cioè, di un poeta antilirico, di un superstite della modernità e del suo spirito irriverente nei confronti della terribile serietà della Storia che, pure, ci ammonisce di non perdere, per quanto la storia si faccia violenta e insensata, quello spirito; di qualcuno consapevole che la vita vale sempre più dei propri manoscritti e che la letteratura, sebbene abbia bisogno di qualcosa di più "luminoso del mero atto di sopravvivere", può, se autenticamente vissuta, aiutare a sopravvivere; di chi non dimentica che nel tempo in cui vive, un tempo in cui la la necessità di sopravvivere è tale da mettere a repentaglio ogni altra forma di sopravvivenza spirituale, la linea di frontiera tra orrore e comico è sempre più labile.
Il racconto narra di un coscritto spagnolo, un sivigliano, piccolo e secco, che durante la seconda guerra mondiale si ritrova sbattuto sul fronte russo. La parola "coscritto", a forza di essergli ripetuta dai commilitoni, si trasforma nella sua testa, "nella parte oscura" della sua testa, nella parola "corista", a tal punto che, quasi per caso un giorno si ritrova a dirigere un coro di soldati. Giunge il tempo di combattere. È ferito, ed è costretto a trascorrere due settimane all'ospedale militare. Rimessosi, è inviato per errore presso un battaglione delle SS, lontano dal reggimento. È triste. La parola "coscritto", nella "parte oscura" della sua testa ricomincia a usurpare quella di "corista". Un giorno, la caserma è messa a ferro e fuoco dai russi. È fatto prigioniero e, legato su una sedia, attende tremante di essere torturato. Non conosce né il tedesco, né il russo. Nessuno, fra i russi conosce lo spagnolo. La situazione è disperata. Un soldato gli apre la bocca e con un paio di tenaglie sta per strappargli la lingua: "Il dolore che sentì lo fece lacrimare e disse, o meglio gridò la parola cazzo. Con le tenaglie in bocca l'imprecazione si trasformò e uscì nell'aria tramutata nell'ululante parola Kunst". il soldato, che conosce il tedesco, si ferma colmo di stupore. La parola Kunst , che in tedesco significa arte, ha un potere straordinario: "La parola arte. Ciò che ammansisce le belve". Il "coscritto" diventato "corista" e poi di nuovo "coscritto" si trasforma improvvisamente grazie alla magia di una parola in artista: "La parola cazzo, tramutata nella parola arte, gli aveva salvato la vita".
Ma c'è dell'altro. Per il personaggio che incarna il poeta tutto è possibile. Che cosa voglio dire? Che, per Bolaño, la vita di colui che si dedica alla poesia è una vita romanzesca: come se nel poeta coesistessero un erudito e un avventuriero, un uomo di lettere e un senza tetto. Come se tra le peripezie della parola e le peripezie della strada ci fosse una relazione necessaria. Come se tra la lingua della poesia e la lingua della gente che vive ai margini della società - questa folla umana miserabile, pericolosa ed eroica, che popola sempre più il nostro mondo - ci fosse una relazione in grado di sprigionare una desolata promessa di bellezza.
All'inizio della terza e ultima parte de I detective selvaggi
Juan Garcia Madero, il giovane poeta "realvisceralista" e voce narrante, è in auto con gli amici e indiscussi capifila del realvisceralismo messicano Arturo Belano e Ulises Lima. Con loro c'è Lupe
, la puttana adolescente che il trio ha strappato al protettore. Si stanno dirigendo verso lo stato di Sonora, un territorio desertico e costellato di pueblos, alla ricerca di Cesarea Tinajero, la fondatrice storica del movimento. Juan, per intrattenere i suoi amici, incomincia a sciorinare, una dopo l'altra, domande sulla metrica. Domande per eruditi. O almeno per poeti avanguardisti non digiuni di retorica antica. "Cos'è uno zefel? [...] Un saturnio? [...] Un chiasmo? [...] Cos'è un proce1eusmatico? [...] Cos'è un'epanalessi?". Gli amici a volte conoscono la risposta. Nella maggior parte dei casi richiedono una spiegazione. Dopo un breve tratto di strada in cui si è addormentato, Juan, risvegliatosi riprende il gioco degli indovinelli. Questa volta comincia a porre domande sul significato di alcuni vocaboli ripresi dal gergo dei bassifondi di Mexico DF: "Sapete cos'è un'albata?". Silenzio. Subito tutti cercano di scovare qualche parola bizzarra. Perfino Lupe, la piccola puttana, si diverte a domandare il significato di alcune espressioni volgari e pittoresche: l'argomento, ovviamente, le è molto meno estraneo della metrica. Il gioco termina. Cala la sera. L'auto continua a vagare per le strade del Messico. Improvvisamente Juan domanda.: "Che cos'è un epicedio?". E il passatempo ricomincia
Perché un rosario di domande sul significato di parole come "chiasmo" -o "saturnio", o "epanalessi" riesce a interessare una puttanella di Città del Messico DF? Perché una domanda sul significato della parola "chiasmo" o "saturnio", o "epanalessi" innesca un altro rosario di domande sul significato di parole come "albata" o "super carranza", o "lurias" tratte dal gergo della delinquenza di Città del Messico DF? C'è una relazione necessaria tra la parola "chiasmo" e la parola "super carranza"? Tra il linguaggio dei poeti e quello delle canaglie? O si tratta soltanto di un gioco? Di un gioco linguistico? Per Juan - come per Lima e Belano - l'indovinello non cancella la delicatezza della domanda ("Per Intrattenere i miei amici - afferma Juan - feci certe domande delicate, che sono anche problemi, enigmi"). L'erudizione, nel 1976, sulle strade desertiche del Messico, non esclude né la dimensione ludica, né il mondo "là fuori", il mondo della prosa, il mondo difficile, pericoloso, violento, tragicomico, perduto dei pueblos come della capitale.
Nessuno a Città del Messico DF sa per davvero che cosa Belano e Lima facciano tutto il giorno. I loro spostamenti sono frequenti e segreti. Dicono di essere impegnati in un'inchiesta. Tuttavia Juan Garda Madero sospetta che consegnino piccole dosi di droga a domicilio.
"Delinquente" viene dal verbo latino delinquere, che significa "commettere un crimine contro l'ordine stabilito". Ma in origine il verbo significava anche "lasciare ai margini" o "fare o essere in difetto". II poeta, individuo per vocazione ai margini della società, e a cui fa sempre difetto qualcosa, è degno, secondo Bolaño, di essere posto al centro della rappresentazione del mondo soltanto nel caso non rinunci a concepire la poesia come un atto di trasgressione "contro l'ordine stabilito". Il poeta, in Bolaño, delinque spontaneamente, manifestandosi per ciò che è. Egli è il suo stesso misterioso crimine. E, allo stesso tempo, è un "detective" sulle tracce di un crimine misterioso, o, che è lo stesso, qualcuno semplicemente alla ricerca di qualche suo simile. Ciò non significa affatto che debba trasformarsi in un criminale. Anzi, per non trasformarsi in un vero criminale politico, o in un silenzioso collaboratore dei propri aguzzini, gli è sufficiente esplorare l'esistenza dei suoi naturali alleati - "naturali", perché "ai margini" e perché, in un modo o in un altro, esseri difettosi: tutta quella folla che popola i libri di Bolaño, composta da vagabondi, puttane, regine del porno, "cazzoni meticci", piccoli farabutti, emigrati, calciatori sfortunati, ex campioni di culturismo, vecchi scialacquatori, buoni a nulla, gauchos insopportabili.
La relazione tra il poeta e questa folla di emarginati, se è naturale, non per questo è sentimentale. Egli li guarda con distacco. Rappresentano un inesauribile laboratorio della sofferenza umana. E della crudeltà umana. Un bazar di inquisizioni e torture, tanto più romanzesco quanto più immerso nell'irreale quotidianità della cosiddetta civiltà di massa. II poeta, "orfano combattente", condivide per un tratto la loro vita, condivide la loro "anormalità", il loro essere perduti, il loro essere, come lui, dei "superstiti nati" E così facendo egli, il poeta erudito e "selvaggio", il cronista dei crimini quotidiani e dei crimini contro il gusto, lontano da chi sta dalla parte della Storia e mai schierato dalla parte del buon gusto, irriverente nei confronti di ogni criminale rispettabilità dell'arte, ci illumina sull'infinita varietà di tutto ciò che è irrimediabilmente vivo e ci attende.
NOTE
Il testo è la quarta parte di un saggio incluso in un numero monografico sull´America Latina della rivista letteraria Nuova prosa’ (46), Greco&Greco, Milano, dal titolo:
America Latina: dalle derive del realismo magico alla realtà del romanzo. Inediti, testimonianze, saggi"
la prima parte è stata pubblicata per la prima volta in internet su
nazione indiana 
Il libro e' contenuto nell'ultimo libro di Rizzante "Non siamo gli ultimi", Effigie, MIlano, 2009
Rizzante ha scritto nel 2007 L'albero. Saggi sul romanzo (Marsilio) e una raccolta di poesie Nessuno (manni ed.
Massimo Rizzante (Jesolo, 1964) ha studiato a Urbino e a Parigi. Ha fatto parte del "Seminario sul romanzo europeo" diretto da Milan Kundera (1992-1996). E’ stato collaboratore e redattore di "Baldus". Dal ’94 è redattore della rivista francese "L’Atelier du roman", e collabora a diverse riviste italiane e straniere. Insegna all’Università di Trento. Nel 1999 è uscita la sua prima opera poetica, Lettere d’amore e altre rovine (1989-1998), Padova, Biblioteca Cominiana, prefazione di Sylvie Richterova. Nel 2002 per la rivista "Riga" ha curato un numero monografico su Milan Kundera. Partecipa ad ’Akusma - Forme della scrittura contemporanea’, ed è presente nell’omonima antologia.

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