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Jaime Quezada

' Bolaño prima di Bolaño (1/4) '

dal libro omonimo 'Bolaño prima di Bolaño, diario di una resistenza in Messico', 2007,
scritto dallo stesso jaime Quezada. Testo pubblicato sulla Revista Lecturas, luglio 2011
© traduzione di Carmelo Pinto

•  1. Introduzione     •    2. Messico 1971-1972     •    3. Cile 1973     •    4. Spagna 1995-1996

Jaime Quezada

Bolaño prima di Bolaño (1/4)

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1. Introduzione

Jaime Quezada, poeta e saggista cileno, presidente della Fondazione Premio Nobel Gabriela Mistral, fu un testimone privilegiato del Messico e della vita in Messico di Bolano negli anni 1971 e 1972. Arrivò in Messico nel 1971 all'età di 27 anni e visse nella capitale alloggiando nella casa di León Bolaño y Victoria Ávalos genitori dello scrittore cileno.
"Avevo intenzione di restare solo qualche mese, ma prolungai la mia permanenza grazie al calore e all'ospitalità dei genitori di Roberto, che a 17 e 18 anni viveva in calusura, dentro casa. La sua adolescenza e gioventù le trascorse leggendo, rinchiuso in se stesso" , racconta Quezada che nel 2007 ha pubblicato, Bolaño antes Bolaño
"E' un diario personale, con memorie, ricordi, note personalissime, ma sempre incentrate su un giovane personaggio Roberto Bolaño, quando nemmeno lontanamente si avvicinava allo scrittore che sarebbe diventato. Anche se sin dal primo giorno mi resi conto di essere in presenza di un talento molto speciale e cioò viene fuori dalle numerose lettere che vengono citate nel libro, dove parlo di questa giovane promessa ad amici e familiari" afferma Quezada in una intervista, e continua.
....l'unico grande amico che ebbe a quell'epoca fui io. Comincia a tirarlo fuori dalla sua clausura. Gli tolsi la paura della starda. Lo portavo dappertutto. "accompagnami a visitare Octavio Paz", gli dicevo. Ebbi una grand epazienza per sopportarlo, come lui ebbe grande pazienza per sopportare me. Aveva un caratere irascibile e complicato. Non fu facile convivere con lui, però con il tempo cominciammo a volerci bene. Lui vedeva in me un appoggio, una sorta di fratello maggiore....
La Revista Lecturas ha pubblicato sul sito web un ampio estratto del libro qui riprodotto
 

1. Introduzione

Il tale Bolaño attraversò - e da solo attraversò - tutte le frontiere dei modi e delle mode del mestiere di scrittore che fin da giovanissimo si propose e impose. Conosco il caso Bolaño - perchè è un caso - dalle sue origini. In qualche halagadora modo, mi sono avvicinato precocemente al drammaturgo, al poeta, al narratore che fu Bolaño. Ma, soprattutto, al giovane-ragazzo Roberto Bolaño Ávalos in crescita continua.

Ho vissuto quasi due anni (1971-1972) a casa sua, vale a dire, la casa dei suoi genitori, a Città del Messico, calle Samuel 27, una viuzza del quartiere Colonia Guadalupe Tepeyac, molto vicino a "la Villa", il cuore religioso guadalupano. Allora lui era una ragazzo di 18, 19 anni, che era arrivato In Messico molto piccolo, e con i suoi genitori, dal Cile, vari anni prima del Golpe militare del '73, e che ora abbandonava la scuola secondaria , che se ne stava giorno e notte leggendo e rileggendo ( da Kafka a Eliot, da Proust a Joyce, da Borges a Paz, da Cortázar a García Márquez), fumando e fumando, e bevendo tazzone di te con latte, e sempre arrabbiato contro se stesso o contro qualcun altro (che magari ero io) o contro il mondo, di una rabbia che non si accordava con il suo pallidissimo volto imberbe o il suo sguardo attento di intellettuale precoce.

Un Gaspar Hauser questo Roberto (a immagine e somiglianza del protagonista del romanzo di Jacob Wassermann), che non usciva dalla sua stanza-soggiorno-sala da pranzo se non per andare al bagno o commentare a voce alta, mentre si stirava i capelli della sua ampia capigliatura, qualche passaggio del libro che stava leggendo. O per accompagnarmi - lui, un paziente e impaziente lettore - al bar dell'angolo, mentre io mi bevevo una birra Superior e lui, un succo di guayaba. O uscire con me nel vivere quotidiano e plurale di un Messico rivelatore di storia e di vita oltre Un domingo en la Alameda, il vivissimo e illuminante murale di Diego Rivera.

Io allora scrivevo (i giovedì) articoli di politica internazionale (in particolare il processo cileno del Governo del presidente Allende) nel quotidiano El Universal e, inoltre (le domeniche), articoli letterari per la Revista Mexicana de Cultura, supplemento domenicale del quotidiano El Nacional. Il buon Juan Rejano (uno spagnolo repubblicano esiliato in Messico e amico di Neruda) mi aveva aperto generosamente le porte del periodico invitandomi a collaborare con le pagine anzidette. E collaborai durante la mia permanenza in Messico.

Il premio Nobel a Pablo Neruda (1971) mi sorprese in Messico ed ebbi allora materia e lettura per vari mesi. E Roberto si entusiamò nel vedermi battere a macchina tutte le mattine nell'unica macchina da scrivere - una Royal portátile - che si trovava a casa sua. E, allora, stabilimmo un orario. La mattina usavo io la piccola macchina da scrivere e il pomeriggio la usava lui.

"Ho voglia di scrivere un'opera di teatro", mi disse un giorno.. E la scrisse in meno di tre settimane. Un'opera più gestuale che testuale, più mimica che parlata. Con un solo personaggio, un personaggio monologante che si burlava di Carroll, di kafka, di Joyce. E già stava leggendo e commentando Joyce - Ritratto dell'artista da giovane -. ( "devo leggermi l' Ulisse", ripeteva spesso). La piccola opera la inviò ad un concorso letterario di La Habana, io stesso lo accompagnai all'ambasciata di Cuba. Non successe niente. Ma in quel testo c'era il riassunto tacito della sua futura scrittura. "El divino botón", direbbe Cortázar. Come lamento oggi, di non aver conservato quel pezzo! forse l'unico tentativo di drammaturgia nell'opera di Bolaño.

E dopo, verso la fine del 1972, io tornai in Cile...E Bolaño continuò nel suo Messico del "La regione più trasparente"scrivendo, ora, poesie e racconti e capitoli che sarebbero divenuti in seguito temi per i suoi romanzi, E continuò una relazione di avvicinamento e di amicizia (o di coincidenze temperamentali) con quegli amici poeti e scrittori che io avevo conosciuto nel Messico dei miei tempi e della mia ressidenza. e da lì, da quel Messico - dicendo addio ai suoi genitori, se davvero disse loro addio -, a Barcellona, sempre solo, a guadagnarsi la vita e la letteratura. E se la guadagnò.

E con una narrativa alla ricerca di un linguaggio, ormai non più unico, ma multiplo. Facendo in tal modo sua la frase di Margo Glanz:

La letteratura può servire come strumento per apprendere a dis-leggere un mondo o come strumento verbale per ordinarlo. La preoccupazione di scrivere bene ha ora un'opposizione: quella di coloro che non credono più nei cerimoniali letterari.

Sin da subito, allora, io sapevo di essere in presenza di uno scrittore fuori dal comune, di un talento nato, di un intellettuale impúribus. Ebbi per lui ammirazione e apprezzamento e fede fin dall'inizio, malgrado le nostre sempre contradditorie relazioni di amicizia e di letteratura. Nonostante ciò, molto affetto e tenerezza circondò sempre questa mutua relazione di amicizia. Mi rispettava, senza dubbio, come un fratello, un compagno, un amico.

La distanza dal Cile e la sua lucidità di sismografo gli permisero di essere l'irriverente e l'iconoclasta che fu con la gente e la letteratura del suo paese natale, e di altre letterature e latitudini. Non molti si salvarono dalla ghigliottina verbale o scritta, dal gesto iracondo o ironico di Bolaño. Non si salvò nemmeno la realtà o irrealtà del Cile post golpe militare. Aveva le sue ragioni l'uomo. Anche se Bolaño non visse in situ la società cilena, molti antecedenti e dati, che in seguito sarebbero stati temi per i suoi romanzi e invenzioni creative, gli arrivavano indirettamente o da informazioni a volte disinformate. Infine ora: uno spezzare le lance e un bruciare di incensi a suo favore.

Nell'agosto-settembre del 1973, alcune settimane prima del Golpe militare, arrivò in Cile dal Messico seguendo la stessa rotta che io avevo fatto in senso inverso (Santiago-México) un paio di anni prima. Quella mattina dell'11 settembre, e in quel Santiago del Cile, mi tornò in mente all'improvviso, e in tutta la sua drammaticità e intensità, il sogno premonitoreche Roberto mi aveva raccontato mesi prima nel messico della sua/mia residenza: "nel cielo c'era una spada blu. Una grande spada blu che sorvolava le tegole marroni e rosse di Quilpué"

Solo che ora, Quilpué era tutto il Cile. E solo quel mattino interpretai in tutta la sua dimensione quel sogno di tanta vertiginosa spada.

Qui, a santiago, Restò a casa mia (Comuna de La Cisterna) in quei drammatici e selvaggi giorni, fino a che potè tornare di nuovo nel Messico di quella pienezza di vita di strada, di quei primi anni del decennio dei '60. E quando Roberto Bolaño era lontano - la stella ditante - dall'essere il narratore a tutto tondo che sarebbe diventato ventitre anni dopo. Ma era già il talentuoso ragazzo disincantato e incantato con la letteratura: Bolaño prima di Bolaño.

In quel Messico pieno di vita del '71, del '72, e con l'emotività sempre viva di un Cile molto attuale e molto presente, e negli accadimenti e circostanze del contingente-urbano, si scrissero queste pagine verosimili e per niente inventate. Varia materia nelle sue intimità e pluralità; note, frasi, appunti, riflessioni, interviste, conversazioni, lettere, motivi, dialoghi, discorsi, articoli di stampa, e, infine, testi che furono scritti nella stessa casa familiare di Bolaño, nello stesso tavolo, nella stessa macchina Royal, nello stesso tempo messicano che ho vissuto, che abbiamo vissuto.

Materia tutta, che da origine a questo libro-testimonianza molto personale nella sua pluralità di tempo, memoria, epoca. O questo mio diario con le mie e le sue annotazioni di viaggio ed erranza. O a questo quaderno di vita-vita, che, in definitiva questo è, vivere e dis-vivere addosso una vita come se fosse un libro, e viceversa, Omaggio fraterno, ed anche letterario, a un Roberto Bolaño che conobbi nella sua adolescenza (prima della sua crescita), e continuo a conoscere con ammirazione malgrado la sua inquietante frase piena di sfida:

Al centro del testo c'è la lepre

J. Q.

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Altri testi attinenti anche la biografia di Bolaño presenti nell'Archivio:
• Carmen Bolluosa: Bolaño in Messico
• Juan Pascoe Reinventar el amor, primo libro di Bolaño
• Intervista a Bruno Montanè: A due anni dalla morte di Roberto Bolaño
• Intervista a Edna Lieberman : lettere al mio fantasma
• Intervista a Carolina Lopez : Bolaño ebbe tempo di sfruttare il successo
• Carmen Pérez de Vega : la mia vita con Bolaño
• Jorge Morales : Dietro le tracce de "le poesie incalcolabili
• Jaime Quezada : Bolaño prima di Bolaño
• Santiago Gamboa : Santiago Gamboa y Roberto Bolaño, abbozzo di un'amicizia letteraria
• Miguel Huezo Mixco : Roberto Bolano in El Salvador. Supremo giardino della guerra fiorita

video ritratti di
: H. C. Moya Juan Villoro Vargas Llosa Rodrigo Fresangli amici
i traduttoriH.C. Moya & C. FranzR.Medina, A.Zambra


 

NOTE


 
 

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