Opere di Bolaño

2066: tutto sull’opera di Bolaño

Stesura dell’opera

Se non era superiore [a I detective selvaggi], non l’avrei scritto….

Ha elementi di thriller, di romanzo rosa, di iniziazione e di epica. Ma ciò che lo definisce è la velocità, virtualmente non ci sono punti morti, non c’e’ riposo. Si svolge in molti scenari, in Messico, in Germania, ci sono ritorni verso il passato, verso la Russia prerivoluzionaria, quella rivoluzionaria e quella stalinista. C’è un periplo molto grande e dopo ritorna in messico. Infine. Termina nel 2002, ma ci sono narrazioni del 1890, perfino del 700 avanti Cristo. E’ una grande visione dell’orrore..
[Intervista di Andrés Gómez. Qué leer, luglio 2003 ]

Es una novela de género policíaco, con el agravante de que es excesivamente larga. Hay que ver hasta qué punto el género aguanta el tirón. Los listones que sostienen el armazón son de género, pero de otro, la ciencia ficción, la novela rosa
[ultima conferenza di Bolaño]

Intervista di Swinburn Cosa ci può anticipare del suo prossimo romanzo, “2666”?
Niente. Che forse sarà un pessimo romanzo. O forse no.
[Intervista di daniel Swinburn marzo 2003Intervista di Daniel Swinburn, marzo 2003]

Intervista di javier campos, 2002 Il romanzo che sta terminando, intitolato “2666, di circa mille pagine, che cos’è?
E’ una scommessa. Dato il numero delle pagine del romanzo, sarà necessariamente una forte scommessa. Anche se in realtà, qualsiasi opera letteraria dovrebbe avere questa prospettiva: un lavoro di artigianato, umiltà e pazienza, ma anche una scommessa selvaggia. l’istante in cui lo scrittore si mette in gioco e scommette su tutto o niente. Questo e’ uno dei mali, d’altra parte, della letteratura attuale. Sono molto pochi gli scrittori che si giocano il tutto per tutto. Quasi tutti preferiscono assumere una posizione media, accontentare un’illusione quella che chiamano il pubblico lettore, e assicurarsi i loro gaudagni. Che in fin dei conti non sono altro che miserabili guadagni,
[ intervista di javier Campos , agosto 2002 ]

Intervista di Antonio Lozano 2666 è un’opera tanto bestiale che può finire di rovinare la mia salute che già è di per se delicata. Finito di scrivere I detective selvaggi avevo giurato a me stesso di non scrivere mai più un romanzo: arrivai fino al punto di essere tentato di distruggerlo completamente, perchè lo vedevo come un mostro che mi divorava.
[Intervista con Antonio Lozano. Qué leer, gennaio-2001 ]

Intervista di Luis Garcia, 2000 Che cosa ci può dire di questo lavoro mastodontico, che ha annunciato in gran fanfara, dove torna al Messico de I detective selvaggi a raccontare gli omicidi di diverse donne di Ciudad Juarez? Quando pensa di terminarlo?
A maggio dell’anno 2002 sarà finito e sarà pubblicato, se va tutto bene, a settembre o ottobre dello stesso anno. Ma non lo posso dire. Tra le altre ragioni perché sarebbe troppo lungo parlare del romanzo e troppo confuso. Il romanzo è già tutto scritto nella mia testa, e in questa fase, tutto sembra funzionare bene, il romanzo sembra molto migliore di quello che realmente sarà, e probabilmente direi un sacco di sciocchezze finendo col pentirmene. La verità è che uno finisce sempre col pentirsi di tutto. Di tutte le cose che poteva fare e non ha fatto e di tutte le cosa che ha fatto e che poteva fare meglio
[ intervista di Luis Garcìa”, aprile 2001]

Intervista di S. Kohan E così bestiale che può finire di rovinarmi la salute; tremendamente messicana, complessa, terribile e allucinante. però non è colpa del Messico, ma dei suoi stessi deliri. Sicuramente darà di che parlare e probabilmente mi odieranno e non vorranno farmi più tornare in messico. E’ molto forte. Mi spavenat perfino. E’ un’opera di fantascienza
[ Intervista di S. Kohan , 2001 ]

Intervista di Melanie Jösch, 2000 Che mi dice della sua idea di scrivere un classico di mille pagine?
Commetterò molti errori e imperfezioni. Evidentemente un libro voluminoso ha alcuni vantaggi. In un libro lungo uno scrittore deve dimostrare resistenza, una capacità di inventiva costante, deve avere un respiro largo e molta capacitò di affabulazione e, naturalmente, non è lo stesso concepire una casa o un grattacielo. molte volte è piu’ abitabile una casa, però per costruire un grattacielo devi essere molto bravo, visto che devi fare dei tracciati più complicati….
[ intervista di Melanie Jösch , dicembre 2000 ]

conversazione on line, 1999 Qual è il romanzo che sogna di scrivere?
“Un romanzo che si chiamera’ “2666”.
Questo romanzo “2666”, è di fantascienza?, sarà ambientato in América Latina?
“In parte, sarà di fantascienza. Ed è ambientato nello stato di Sonora, nel nord del México, e in Arizona”.
[Converazione on line con R.Bolaño, Caracass 1999]

Andres Neuman In quale deserto andranno gli scrittori che se ne vanno lasciando un romanzo inconcluso? Quanto gli mancava a Bolaño per completare ‘2666’? un giorno, per telefono, mi parlò di un romanzone di mille pagine che da tempo stava scrivendo. Un romanzo, spiegò angosciato, ” tanto lungo come ‘le mille e una notte'”. Gli suggerii che lo chiudesse a 1001 pagine, cosa che ovviamente non fece. In un momento della conversazione, Bolaño disse che forse avrebbe abbandonato quel romanzo. Disconoscendo il suo stato di salute, gli chiesi perchè. La sua risposta esatta fu: “Perchè non sono Tolstói”.
[ Andrés Neuman ]

Ilide Carmignani «Dopo aver tradotto “2666” di Bolaño tutti gli altri libri su cui ho lavorato in questi anni mi sono sembrati invecchiati di colpo. Sin dalle prime pagine mi era chiaro che avevo a che fare con un autore destinato a lasciare una traccia fondamentale nel panorama letterario di questo inizio secolo. La sua opera è uno spartiacque»
[ Ilide Carmignani ]

 

La pubblicazione

Nella nota introduttiva alla prima edizione spagnola (2004) si legge:

Di fronte alla possibilità di una morte prossima, Roberto lasciò istruzioni affinchè il suo romanzo, 2666, si pubblicasse diviso in 5 libri che corrispondono alle cinque parti del romanzo, specificando l’ordine la periodicità delle pubblicazioni (una per anno) ed incluso il prezzo da negoziare con l’editore. Con questa decisione, comunicata giorni prima delal sua morte dallo stesso Roberto a Jorge Herralde, pensava di sostenere il futuro economico dei suoi figli.

In seguito alla sua morte e dopo la lettura e lo studio dell’opera e del materiale di lavoro,lasciato da Roberto, condotto da Ignacio Echevarría (amico da lui indicato come persona di fiducia per le questioni letterarie), sorge un’altra considerazione di ordine meno pratico: il rispetto e il valore letttrario dell’opera che fa si che congiuntamente con Jorge Herralde cambiassimo la decisione di Roberto e 2666 si pubblicasse in un solo volume, così come lui avrebbe fatto se non si fosse realizzata la peggiore delle possibilità che il processo della sua malattia offriva.

In Italia il romanzo viene pubblicato in due volumi nel 2007 (La parte dei critici, La parte di Amalfitano e La parte di Fate) e nel 2008 (La parte dei delitti, La parte di Arcimboldi). La traduzione é di ilide Carmignani.

La critica

In quale deserto andranno gli scrittori che se ne vanno lasciando un romanzo inconcluso? Quanto gli mancava a Bolaño per completare ‘2666’? un giorno, per telefono, mi parlò di un romanzone di mille pagine che da tempo stava scrivendo. Un romanzo, spiegò angosciato, ” tanto lungo come ‘le mille e una notte'”. Gli suggerii che lo chiudesse a 1001 pagine, cosa che ovviamente non fece. In un momento della conversazione, Bolaño disse che forse avrebbe abbandonato quel romanzo. Disconoscendo il suo stato di salute, gli chiesi perchè. La sua risposta esatta fu: “Perchè non sono Tolstói”.
[ Andrés Neuman ]

Ilide Carmignani «Dopo aver tradotto “2666” di Bolaño tutti gli altri libri su cui ho lavorato in questi anni mi sono sembrati invecchiati di colpo. Sin dalle prime pagine mi era chiaro che avevo a che fare con un autore destinato a lasciare una traccia fondamentale nel panorama letterario di questo inizio secolo. La sua opera è uno spartiacque»
[ Ilide Carmignani ]

Ilide Carmignani le cinque parti di 2666 più che unite per situazioni, personaggi e strategie narrative, sono connesse per lo stesso abisso, questa immensa senzazione di vuoto che i personaggi e le voci di Bolaño creano con somma maestria e il romanzo si riassume in uno spazio letterario, ma sovraccarico di realtà: Santa Teresa.
[Víctor Barrera Enderle “2666” o la escritura que continúa” ]

Ilide Carmignani Penso che 2666 appartiene al club de IL processo e Il castello di Kafka, o Alla ricerca del tempo perduto. di Proust. Un club di inconclusi romanzi immortali. [Jorge eralde, editore Anagrama ]

Il libro

Le cinque grandi narrazioni (che a loro volta contengono altre narrazioni di personaggi micro e macrocosmi che all’improvviso scompaiono per poi a volte riaffiorare in altre “parti”) così vengono descritte dal critico Víctor Barrera Enderle: nota

La parte dei critici:

è la biografia di una misurata e moderna passione letteraria. Quattro critici letterari di fine secolo, uno francese (Jean Claude Pelletier), l’altro spagnolo (Manuel Espinoza), l’altro ancora italiano (Piero Morini) e una crítica inglese ( Liz Norton), condividono un’ossessione: il misterioso scrittore tedesco Benno von Arcimboldi. Poco si sa di questo autore, salvo la sua nazionalità, la sua data di nascita (1920), e una certezza: la sua prosa è la più significativa della narrativa tedesca del dopoguerra (questo spazio fantasmatico, forgiato tra le macerie della follia nazista e una ferrea volontà di oblio). Il quartetto, cimentato, per di piu’ da un triangolo amoroso e dalla presenza misteriosa di Morini, è la evrsione metropolitana dei detective selvaggi del romanzo omonimo di Bolano, però senza il “selvaggio”: a differenza di Ulisses Lima e arturo Belano, che cercano visceralmente la loro scrittrice, Cesárea Tinajero (una Arcimboldi latinoamericana), senza distinguere in modo razionale la differenza tra realtà e letteratura, i quattro critici europei si destreggiano all’interno della dinamica delle accademie del primo mondo: congressi specializzati, dipartimenti di letteratura tedesca, viaggi di investigazione e una ricerca senza esito: desiderano incontrare Arcimboldi e collocarlo nel piedistallo che merita. Una pista sospetta li porta a Santa Teresa, neld eserto del Sonora (luogo, dove muovono i loro passi “i detective selvaggi” alla ricerca di Tinajero), nel Nord del Messico: immaginaria città di frontiera e industriale, luogo di un’orrenda serie di assassinii di donne: Trasmutazione letteraria di Ciudad Juárez , Chihuahua (in realtà Bolaño ha sopstato questa città di alcuni chilometri verso Ovest, interrandola ancor di pià nell deserto e la desolazione
Roberto Cabrera • Patricia Espinosa • Antonio Coiro 1 e Antonio Coiro 2 • Eduardo Lago •

La parte di Amalfitano

Ma, che ci fa uno scrittore come Arcimboldi – ormai anziano – in un luogo come quello? Le ricerche dei critici li mettono in contatto con amalfitano, un ex esiliato cileno, ora professore nell’università di Santa Teresa. Amalfitano aveva tradotto Arcimboldi durante il suo esislio in Argentina. Dei singolari percorsi della sua vita, della relazione con il mondo e con sua figlai Rosa tratta la seconda parte. Una grande parte del disincanto dell’intellettualità latinoamericana della seconda metà del secolo XX (quella che ha subito colpi di stato, tortura, esilio, annichilimento degli ideali e tant ialtri eventi dolorosi etc.) si riflette nell’inappetenza del professore cileno.
Roberto Cabrera • Patricia Espinosa • Antonio Coiro • Brett Levinson • Eduardo Lago •

La parte di Fate

E’ un impressionante narrazione dei margini, delle disgrazie e miserie che uniscono e dividono la fronteira Messico-Nordamericana. E’ incentrato su Oscar fate, un giornalista nero di New York, specializzato in faccende politiche concerneti la comunità afroamericana, che, per cuase di forza maggiore, si trobva nelal necessità di dover coprire la cronaca di un incontro di boxe a Santa Teresa: tanto Fate coem i critici metropolitani e amalfitano si scontrano all’improvviso con la realtà: la catena di morti; le ragazze che muoiono instancabilmente di fronte all’indifferenza delle istituzioni e della gente. Il viaggio li cambia, li scuotee li disillusiona nel peggior significato che questa parola può avere: è il colpo di grazia all’epoca attuale, il suo segno ed emblema.
Roberto Cabrera • Patricia Espinosa • Brett Levinson • Antonio Coiro • Jonathan Lethem • Alex Preston • Eduardo Lago •

La parte dei delitti

E’ un insolita e sorprendente forma di esercizio letterario. La creazione rivela la sua fase occulta, la sua pulsione di morte. Già Bolaño aveva dato un incredibile anticipazione di questa prospettiva narrativa nel suo saggio breve “Letteratura + malattia = malattia” (“Literatura + enfermedad = enfermedad”). Qui un interminabile sfilata di donen anonime recupera la sua identità (vera o falsa, poco importa) e torna a morire, però questa volta in modo personale (coem avrebbero voluto Rilke y Villaurrutia, poeti nostalgici della relazione pre-moderna tra il mondo e gli uomini): la morte è la più straordinaria forza vitale e per ciò stesso, è insopportabile. Però è anche la sfilata del medesimo assassinio: la donna, esclusa dalla società, senza diritti lavorativi, senza identità sociale, è morta una e una volta ancora. Loro sono le morte della globalizzazione, quelle che segnano la liena di demarcazione tra il primo e il terzo mondo. Il colpevole? La corruzione ?, la disiguaglainza?. il maschilismo? l’emarginazione?, la xenofobia? Ciò che rimane: un immenso abisso, una forza sinistra che sembra muovere la storia dell’umanità. Dietro le morte di Santa Teresa sembrano nascondersi i misteri più oscuri del mondo: le infinite morti accadute ai margini della storia: i massacri delel conquiste, le mattanze di schiavi, gli olocausti. Davanti a quei morti la logica razionale si perde, si confonde e, nel frattempo, l’abisso continua a crescere.
Vincenzo Bonicelli della Vite •

La parte di Arcimboldi

La quinta parte si riferisce ad Arcimboldi e, per molti versi, è la storia che tanto affannosamente cercano di ricostruire i critici metropolitani. È il racconto della sua morte come tedesco tra le due guerre e della sua resurrezione come scrittore fantasma in un mondo in rovina. È anche la parte che finisce per ricongiungere (apertamente, sia chiaro) le altre parti tra loro. La biografia di un oscrittore che si incammina verso l’abisso.

Il titolo

In più di una intervista, Roberto Bolano ha detto che il titolo “2666” meritava una estenuante spiegazione, una spiegazione probabilmente così lunga, che alla fine non diede mai. Comunque, sembra che il titolo alluda a una data, o a un centro ovviamente impossibile da localizzare, o una essenza o un buco, che in ogni caso sono la stessa cosa. Nella nota editoriale che chiude il volume, Ignacio Echevarría osserva che in un altro romanzo di Bolano “Amuleto”, si menziona un cimitero del 2666,
[Alejandro Zambra – “2666”, la indiscutible obra maestra de Roberto Bolaño ]

“E li seguii: li vidi camminare con passo leggero su Bucareli fino a Reforma e poi li vidi attraversare Reforma senza aspettare il verde, tutti e due con i capelli lunghi e scarmigliati perchè a quell’ora su Reforma soffia il vento notturno che è rimasto dalla sera, e il Paseo si trasforma in un tubo trasparente, in un polmone cuneiforme da cui passano i respiri immaginari della città, e poi cominciammo a camminare per Avenida Guerrero, loro un po’ più piano di prima, io un po’ più depressa, la Guerrero a quell’ora sembra più che altro un cimitero, ma non a un cimitero del 1974, né un cimitero del 1968, né a un cimitero del 1975, ma un cimitero del 2666, un cimitero dimenticato sotto una palpebra morta o mai nata, le acquosità spassionate di un occhio che per dimenticare qualcosa ha finito per dimenticare tutto”
[ Amuleto p.71, trad Ilide Carmignani ]
Ma anche ne I detective selvaggi si fà un riferimento a quella data:

… E Cesarea disse qualcosa sui tempi che si avvicinavano, anche se la maestra supponeva che Cesarea si fosse preoccupata di disegnare quella piantina senza senso unicamente a causa della solitudine in cui viveva Pero’ Cesarea parlò dei tempi che sarebbero venuti e la maestra, per cambiare argomento, le chiese che tempi fossero quelli e quando. E Cesarea specificò una data:: verso l’anno 2600. Duemilaseicento e qualcosa…..
[ I detective selvaggi ]
Dalla voce di Ilide Carmignani :

Non si può non omettere la relazione del titolo “2666” con i versi dell’Apocalisse

Qui sta la sapienza.
Chi ha intendimento conti il numero della bestia,
poiché è numero d’uomo;
e il suo numero è seicentosessantasei.
[ Apocalisse 13.18 ]
I personaggi poeti-scrittori (Cesarea Tinajero de I detective selvaggi o Benno Von Arcimboldi di 2666) finiscono nel deserto del Sonora e lì svaniscono, inghiottiti dall’abisso, nella città dei morti, nella città cimitero, Santa Teresa , metafora del male inesplicabile, che si riproduce all’infinito, come i grani di un rosario senza fine, di fronte all’indifferenza dei potenti e all’impotenza di chi invano vi si oppone e invano cerca un “movente”. Il male che lì si manifesta con tutta la sua ferocia, resta un mistero e nessun logica, ne’ quella deduttiva degli intellettuali, ne quella indiziaria dei detective riesce a risolvere l’enigma restituendo “di senso la realtà brutale dei fatti, trasformando in indizi le cose, correlando le informazioni che isolate sono prive di valore, stabilendo serie e ordini di significato” nota . Il motore che governa Santa Teresa è la “razionalità extra-territoriale” del profitto, la “delocalizzazzione” delle “maquilladoras” che produce “zone franche” sottratte al controllo “democratico” dove vengono azzerati i diritti civili e le relazioni umane. E’ la stessa razionalità che avvelena la terra, l’aria e le acque e i corpi, massacrati dal lavoro a 50 centesimi di dollaro l’ora, e dalla droga
Santa Teresa di cui Ciudad Juarez rappresenta l’anticipazione di uno scenario futuro, “citta che un tempo si chiamava Paso del norte – come se fosse il passo obbligato per il progresso e lo sviluppo – ” convertita “in un cimitero con il volto del carnevale… una terra che cancella il passaggio delle persone, che rifiuta la memoria” , una terra “misura di pre-brownies, pre-migranti, pre-clandestini, latin people potenziali, sempre proiettati verso ‘l’altra parte’. La geografia che li divora accetta, quale orizzonte ultimo, il senso di sradicamento e l’abbandono della memoria collettiva di una terra che li ha espulsi. Indicando un percorso in cerca di una nuova identità nomade che lascia indietro l’ambiente nativo, la famiglia, gli amici per sostituirli con un nuovo universo scintillante di tecnologia e produttivita’ di merci e cinismo urbano, prigioniero dello sfruttamento, della sopravvivenza e , qualche volte, della speranza” . nota
2666 rappresenta il male e il suo enigma:

All’improvviso qualcuno, non so chi, si mise a parlare del male, del crimine che ci aveva coperti con la sua enorme ala nera….Allora gl idissi quel che m igirava e rigirava in testa. Belano, gli dissi, il nocciolo della questione è sapere se il male (o il delitto o il crimine o come lei vuole chiamarlo) è casuale o causale. Se è causale, possiamo combatterlo, è difficile sconfiggerlo ma c’e’ una possibilità, più o meno come tra pugili dello stesso peso. Se è casuale, al contrario, siamo fottuti. Che Dio, se esiste, ce la mandi buona. E in questo si riassume tutto.
[ I detective selvaggi p.529]
Sul mistero del titolo del romanzo, c’e’ un’altra ipotesi suggestiva. Dario Voltolini riferisce in una recente intervista :

che, durante la presentazione del suo ultimo libro, Sergio González Rodríguez avrebbe affermato che Bolaño gli avrebbe confidato che fosse sua intenzione scrivere una “quinta parte” del romanzo, ambientata nel futuro cioè nel 2666. Non ci sono riscontri certi di tale affermazione che rischia, sia pure involontariamente, di alimentare le leggende sorte dopo la morte dello scrittore;
Ma, forse, questa singolare spiegazione, ha un suo fondo di verità. E’ possibile che Bolano, in qualche modo, deve averne parlato sia pur vagamente con gli amici più intimi. Fresan in suo articolo afferma:

Questa voce che non sta definendo altro che 2666 ben potrebbe essere – così fanno pensare varie associazioni a cui allude il critico ed esecutore testamentario Ignacio Echeverria nella nota che chiude il romanzo – quella di Arturo Belano, protagonista de I Detective selvaggi e presunto alter ego di Bolaño. In alcune conversazioni, en passant, Bolaño confessò di essere stato tentato di far finire Belano come una sorta di eternauta che viaggia nel tempo e trasmette dal futuro.
Rodrigo Fresan , L’ultimo caso del detective selvaggi
Il romanzo sembra essere venuto fuori da un altro mondo, da un altrove, un non qui e un non ora, da cui sembra scaturire la scrittura di Bolano. Come dice Alan Pauls:
Ecco allora il tono che lo attraversa dall’inizio alla fine: questa modulazione distante, come velata, allo stesso tempo funebre e felice, vicina e impossibile. Il che ci porta al titolo, a questo misterioso 2666. Di cosa si tratta? Una chiave numerologica? Un tocco di millenarismo satanico? A volte mi piace pensare che si tratta di un anno e, in un certo senso, di una singolare operazione di fantascienza. Una fantascienza alla Philip Dick, però anche alla Edgar Allan Poe: quella fantascienza dove i morti parlano. Perché 2666 è l’anno del romanzo: l’anno in cui il romanzo e’ stato scritto, l’anno dal quale arriva fino a noi. In questo senso, 2666 non è un romanzo sul futuro. E’ un romanzo che viene dal futuro, di quell’al di là dove la letteratura sembra nascere di nuovo
Alan Pauls, 2666 – il romanzo che viene dal futuro
Come ricorda Zambra, Echeverría ( che tra l’altro ha affermato che 2666 “opera come un punto de fuga in cui si ricompongono le differenti parti del romanzo. senza questo punto di fuga, la prospettiva del congiunto resterebbe zoppa, irrisolta, sospesa nel nulla” ), nella nota introduttiva all’edizione spagnola,

“si riferisce anche al presunto carattere incompiuto di “2666”; si presume che Bolano non riuscì a terminarlo. ma è praticamente impossibile discernere con sicurezza quali aspetti del romanzo restarono inconclusi. Ci sono, naturalmente, alcune storie che sarebbe stato possibile continuare (le cronache degli assassini, senza andare molto lontano, sono cento e rotti, pero potrebbero essere duecento o quattrocento), ma la verità è che secondo la logica interna della narrazione non c’e’ motivo perche’ debbano essere concluse. Echevarría avverte giustamente che se i “detective selvaggi” fosse stato pubblicato postumo, si sarebbe potuto leggere anche come inconcluso”
[Alejandro Zambra – “2666”, La indiscutible obra maestra de Roberto Bolaño ]

Santa Teresa

Santa Teresa è forse l’emblema della “razionalità” fredda del profitto libero da ogni vincolo “democratico”, al di fuori e al di sopra dell’etica e della legalità. Allora se le ragioni, o forse le aspirazioni se non le utopie illuministiche del primo mondo sono enumerate, definite e raprresentate come costi, i luoghi del profitto vengono delocalizzati oltre la frontiera, nelle “zone franche” tra il primo mondo e il nulla, laddove finalmente si dispiega in tutta la sua potenza la creazione di “ricchezze” mostruose, concentrate nelle mani di potenti che godono della massima impunità, al prezzo della distruzione dell’ambiente e delle relazioni umane, della memoria, della riduzione del lavoro allo stato di schivitù. Il profitto, nella sua massima astrazione non considera rilevanti i modi e le forme attraverso cui viene prodotto: sfruttamento del lavoro e dei minori, traffico di droga, traffico di clandestini, riciclaggio del denaro sporco e criminale…quei poveri corpi sono stati ridotti a segni privi di significato, carne da macello, “ossa del deserto”, esibiti, ostentati e manipolati come un codice per comunicare e minacciare il proprio potere e la propria impunità….
Santa Teresa, quindi, forse non è Ciudad Juarez, un incidente della storia, o una bizzarra anomalia di un bizzarro popolo del terzo mondo, Santa Teresa è forse il destino ineluttabile, inesplicabile, delle “moderne società industriali”, così come l’orrore delle dittature latinoamericane prima, e della indicibile miseria ora, è l’altra faccia, lo specchio nascosto in cui il primo mondo evita di specchiarsi e che invece Bolaño osserva e ci costringe a guardare.

Per descrivere questo libro molti critici hanno usato l’immagine del buco nero: Con la stessa giustizia si potrebbe parlare di un cono aperto verso l’alto, come quelli che costruiscono le cosiddette formiche leone, che si appostano nel fondo aspettando che altre formiche scivolino verso di loro per divorarle. La formica leone è Santa Teresa: Verso di essa sbandano le anime sensibili o già debilitate, quelli che sono stati feriti nell’intelletto come i critici, o nello spirito come Amalfitano, o nel cuore come Fate, o altri il cui destino stesso si presenta come ferita, come nel caso di Arcimboldi. Si potrebbe anche pensare a dei sommozzatori stanchi che si dirigono verso l’elica della nave che li farà a pezzi. Ma qui sta cio’ che e’ veramente notevole: il punto di vista del libro è quello dell’elica: il quarto libro, quello dei delitti, è il punto di incontro di tutti gli altri; alla luce di questa mattanza dobbiamo intendere il destino dei personaggi…..
Il tema, dunque, è la morte. o meglio: il tema è il vasto tempo, le inenarrabili storie personali, viste dalla soglia della morte….
Che posto avrà questo romanzo nella narrativa ispanoamericana ? Il critico Alvaro Bisama contrappone Macondo, mito dell’origine a Santa Teresa, mito della fine. Senza contraddirlo, io arrischierei una lettura un po’ meno apocalittica; invero, il mondo di Bolaño, anche se marcia verso la distruzione, è incomparabilmente più ricco di quello di García Márquez. Macondo non è solo il mito dell’origine ma anche della totalità. Il suo autore prende il povero popolo latinoamericano e, da semplice attimo della storia, lo converte in senso, in morfologia storica: di fango e canne fummo all’inizio, di fango e canne siamo quando l’ultimo Buendia se lo mangiano le formiche; la nostra verità e’ essa stessa di fango e canne… Bolaño rifiuta questa totalità. Santa Teresa non è una forma del destino; è una fine che si rende intellegibile a una pluralità infinita di destini, e il suo camp od’azione comprende tutto il pianeta
Se I detective selvaggi aveva un principio ma non un finale, 2666 ha un finale ma non un principio
[ Gonzalo Garcés – El mito del final ]

Ma se l’immagine mitica del sogno latinoamericano proposta da Garcia Márquez si è fissata sulla nostra retina di lettori sovrapponendosi spesso alla visione e alla percezione della realtà di quel continente, la lettura di 2666 di Roberto Bolaño equivale a un intervento di rimozione della cataratta.
[ Raul schenardi ]

2666 vol 1 García Márquez, nelle numerose storie che compongono il suo grande romanzo [ cent’anni di solitudine ], una specie di mito della realtà latinoamericana: la conseguenza e’ stata di vedere le città latinoamericane come popolate dalla magia, come se ci fosse qualcosa di Macondo in ognuna di esse. Il realismo magico, si è convertito, soprattutto agli occhi dei paesi del “primo mondo” nel modo di essere dei paesi latinoamericani, nella loro realtà. Al contrario credo che Bolaño si allontana completamente da qualsiasi interpretazione mitica della realtà: ad un certo punto del romanzo leggiamo ” la storia è una puttana molto semplice, che non ha momenti cruciali ma è una proliferazione di istanti, di attimi fugaci che competono tra loro in mostruosità” [p.553 parte 5] . Sebbene la violenza è uno dei motori generatori della sua storia, , come nel caso di García Márquez, in 2666 essa è profondamente connessa con la realtà. La violenza di 2666 è, purtroppo violenza reale. E Bolaño si fa carico, soprattutto ne “La parte dei delitti”, affinchè questo fatto non passi inosservato. Non è possibile creare una finzione, costruire un’interpretazione mitica di un fatto tanto orribile come quello delle morte di Ciudad Juarez . Se Macondo è il mito dell’origine di Latinoamerica, Santa Teresa è l’illustrazione di come qualsiasi interpretazione mitica (del principio o della fine), risulta risibile, inutile, assurda: nei termini di Bolaño mostruosa
Si può dire dunque, che i due assi attorno cui gira vertiginosamente questo “buco nero” sono la letteratura (incarnata nella vita e nell’opera dello scrittore tedesco benno Von Arcimboldi) e la violenza (presente non solo nelel vignette che descrivono i crimin idella città, ma anche nella visione apocalittica della Germania dopo la seconda guerra mondiale). Così Bolaño costruisce una storia della violenza e della distruzione, connettendo ambo i lati dell’atlantico. In 2666 si presenta nello stesso tempo una visione critica rigaurdo alla civilizzazione europea in decadenza e una riflessione sull’irrazionalità e isatituzionalizzazione della violenza
Santa teresa è una città limite. Una città que sta nella frontiera tra messico (e, per estensione, Latinoamerica) e stati Uniti. Una città al limite tra la realktà e la finzione. Tra la letteratura e la vita. E’ la città di Cesárea Tinajero (poeta messicana degl ianni trenta, intorno alla quale girano le storie e i personaggi de “I detective Selvaggi”) e il rifugio di Benno von Arcimboldi…E’ lo spazio della cospirazione: dell’impunità, delle classi al potere , della corruzione e dell’impero del denaro.
[Ángeles Donoso – violencia y literatura en las fronteras de la realidad latinoamericana ]

Ancora una volta Bolaño è eccezionale: nessun altro scrittore latinoamericano (e forse solo Corman McCarthy tra i nordamericani ) ha compreso la densità simbolica della frontiera come lui…
…Artaud credette che il Messico era il polmone mistico del pianeta, Bolaño crede che nella caverna del femminicidio messicano si nasconde lo spaventoso segreto del mondo. Appogiandosi nel precedente etico di “Ossa nel deserto” (2002) di Sergio González Rodríguez, Bolaño dedica “La parte dei delitti” a una monomaniaca decodificazione dei crimini di Santa Teresa. Io non credevo che fosse possibile fare letteratura da tanto orrore e, nel farlo, conservare nello stesso tempo l’onore delle vittime e l’onore della letteratura, affrontando uno dei problemi morali meno praticabili della creazione artistica.
…”la parte dei delitti” [è] qualcosa di più di un apocalittico romanzo giallo: un ritratto brutale del Messico, che smette di essere questo giardino perduto di Paul Valéry dove Bolaño osserva perduti gli scrittori chilangos, per convertirsi in Santa Teresa / Ciudad Juarez , nell’ultima frontiera d di molto mondi, come se in quel punto cieco giungessero a termine la società industriale, la religione dei cristiani, l’illuminismo e la sua aura, e un lungo e abusivo etcetera, che a malapena illustra la forza escatologica di Bolaño, scrittore a volte difficile da leggere, perchè non comune trovare in un solo libro, insieme, la letteratura e la verità come sognò Goethe……
Tutta la poesia in qualcuna delle sue multiple discipline, dice Bolaño in 2666, era contenuta o poteva essere contenuta in un romnazo
“Tutta la poesia, in una qualunque delle sue molteplici forme”, dice Bolaño in 2666, “era contenuta o poteva essere contenuta in un romanzo”. [p.530 parte 5]
[Christopher Domínguez Michael – La literatura y el mal , 04/2005 ]

2666 vol 1 ..E, certamente, è infernale il mondo che descrive ne “la parte dei delitti”, “la nausea e la rabbia” che sente Harry Magaña, lo sceriffo di Huntville che segue le orme di donne statunitensi scomparse, quando vede, in una casona oscura, che qualcuno alza un pacco dal letto, avvolto in un tel odi plastica. Nausea e rabbia davanti alla violenza, l’omicidio, l’impunità, la complicità di poliziotti e giudici, nausea e rabbia davanti al disegno di uccidere, “infame interpretación de la libertad y de nuestros deseos”. M non si tratta solamente di una denuncia morale, sociale o politica. E’ un passo in più – e tanto certo quanto apapssionante – nell’investigazione della violenza come la cifra inscritta nell’identità latinoamericana, dal Cile al messico, da El salvador fino all’Argentina, che in questo libro, raggiunge, per di più, risonanze universali… …tanta somma di orrori, uno dietro l’altro; tanti corpi violati, mutilati, torturati, assassinati, tanta angoscia, tanto dolore, questa senzazione terribiel che sperimenatrono la madre delle scomparse e le sue vicine, “cosa significa stare in purgatorio, una lunga attesa inerme, un’attesa la cui spina dorsale era l’abbandono, qualcosa di molto latinoamericano d’altro canto, una sensazione familiare, una cosa che se uno ci pensava bene sperimentava tutti i giorni, ma senza l’angoscia, senza l’ombra della morte che sorvolava il quartiere come uno stormo di avvoltoi rendendo tutto più denso, sconvolgendo ogni routine, mettendo ogni cosa a rovescio” [p.230 parte 4]
[Rodrigo Pinto – Bolaño revisitado ]

..nel suo ultimo romanzo, Bolaño decide di accompagnare i suoi personaggi per i cimiteri di 2666…
..dettaglia uno per uno le centinaia di omicidi di donne giovani di Ciudad Juárez perchè nel raccontare ciascun omicidio possiamo ricordarli tutti; non solo le violenze che quotidianamente subiscono le donne di tutto il mondo, anche i milioni di tedeschi, rumeni, russi e polacchi morti nel fronte orientale della seconda guerra mondiale, come anche quelli del fronte occidentale, e gli ebreiu polacchi e tedeschi e russi nei campi di styerminio; e i latinoamericani che non riuscirono a cheidere asilo e fuggire in esilio ad ogni colpo di stato; e i negri dei ghetti statunitensi tutti i giorni; e gli schizofrenici nei manicomi; e gli alberi dei boschi; e gli alberi delle città…
[Carlos Labbé – Un mal sin nombre es un numero ]

Con o senza carte in regola, espilicitamente o immaginariamente, le centinaia di personaggi di questo romanzo si dirigono all’inferno, un inferno che qui prende la forma di Santa Teresa – la Comala o lo Spoon River di Bolaño -, una città messicana nella frontiera con gli Stati Uniti dove non c’e’ riposo, ma in compesno, abbondano i cadaveri; cadaveri di donne giovani, violentate per i due condotti – anche se un esperto assicura che è possibile violentare una donna fino a sette condotti – e dopo abbandonate nella discarica “El chile” o in in qualcuno dei numerosi angoli incolti della città
[Alejandro Zambra – Bienvenidos al infierno , 11/2004 ]

Ciudad Juarez

Città Juárez è anche, significativamente, un luogo emblematico della globalizzazione economica e del neoliberalismo, con la sua fame insaziabile di guadagno. L’ombra sinistra che copre la città e la paura continua che avvertii ogni giorno e ogni notte della settimana che vissì li, mi accompagnano ancora adesso, più di un mese dopo del mio ritorno in Brasile. Lò si vede la relazione diretta che esiste tra capitale e morte, tra accumulazione e concentrazione deregolate, e il sacrificio di donne povere, morene, mestize, divorate dall’abisso dove si articolano economia monetaria ed economia simbolica, controllo di risorse e potere di morte .
[ Rita Laura Segato, Los feminicidios de Ciudad Juárez Territorio, soberanía y crímenes de segundo estado ]

L’abisso si spalanca a pochi chilometri dalla modernissima El Paso, Texas, un’oasi di cemento, quarzo e giardini lussureggianti che sorge, come un miraggio, in mezzo al deserto. Basta attraversare il ponte internazionale Lerdo e si è già in Messico: Ciudad Juàrez, benvenuti all’inferno. Un inferno le cui vittime sacrificali sono in maggioranza giovanissime ragazze o addirittura bambine. Secondo uno studio delle Nazioni Unite, dal 1993 a oggi vi sono state violentate e uccise 382 donne, mentre quelle scomparse letteralmente nel nulla sarebbero quasi un migliaio. E in almeno 142 casi, questi omicidi sono quasi certamente opera di assassini seriali.
Ciudad Juàrez è una città di poco più di un milione di abitanti, che sorge al confine settentrionale tra Messico e Stati Uniti, nello stato di Chihuahua, alla confluenza tra Rio Grande e Rio Bravo, una zona di confine dove, ogni anno, transitano nei due sensi quasi quaranta milioni di persone, molte delle quali clandestini diretti al Nord, verso il sogno americano. Ma è anche l’epicentro delle maquiladoras, le fabbriche a capitale straniero, soprattutto statunitense, che producono a basso costo per il mercato estero: a Juàrez nel 1996 se ne contavano 372, che davano lavoro a 220 mila persone, in maggioranza donne. La città inoltre è uno snodo focale sulla mappa del narcotraffico, con l’omonimo cartello legato alla famiglia Fuentes che controlla un fiorentissimo mercato della droga.
“Al pari di tante città messicane – scrive Sergio Gonzàlez Rodrìguez, autore di un saggio fondamentale sulle stragi, edito ora da Adelphi con il titolo Ossa nel deserto – Juàrez si presenta come un enorme cortile sul retro in cui il sovraffollamento, l’accumulo di oggetti obsoleti, il verde sporadico, l’asfalto irregolare e le strade polverose convivono con l’efficienza delle macchine, le telecomunicazioni, i servizi moderni, l’industria d’avanguardia. La protesi di cemento e l’alta tecnologia con i terreni incolti cosparsi di immondizia, di plastica, buche, ruggine e brandelli di stoffa”.
[ Alfredo Passadore – “Il secolo XIX”, agosto 2006]
‘Ciudad Juarez ‘ (Roberto Bolaño e Sergio Gonzales Rodriguez)

Bolaño Venne a conoscenza, in discussioni con amici comuni, come Jorge Herralde e Juan Villoro, che stavo elaboranto un libro sul femminicidio juarense, e si mise in contatto con me per posta elettronica. Voleva conoscere dettagli molto specifici della vita delinquenziale a Ciudad Juarez. Era molto ben informato sugli assassinii seriali, consoceva il tema in profondità, però voleva che lo informassi di cose come le armi, i calibri, le auto che usavano i narcotrafficanti, o mi sollecitava che gli trascrivessi atti giudiziali dove venivan odescritti gli omicidi. Inoltre ci scambiavamo punti di vista sugl iassassini o iprobabili assassini e circa le opinioni dei criminologi e criminalisti. Era veramente ossessionato dal tema, un detective selvaggio. E il risultato delle sue conoscenze è toccante Nell’autunno del 2002 potei visitarlo a casa sua A Blanes, gia’ aveva letto Ossa nel deserto e in quell’ocacsione mi comunicò che sarei apparso come eprsonaggio nel suo romanzo, con il mi ostesso nome. ” ho rubato l’idea a Javier Marías, che gia’ ti ha inserito come personaggio nel suo romanzo Nera spalla del tempo….”, mi disse. Sorrideva e fumava, molto divertito. mentre io lo ascoltavo, sprofondavo nell’ambigua sensazione tra l’orrore e l’onore: Ancora non mi sono ripreso dall’impatto di leggermi come protagonista letterale in una simile tragedia…Fu molto generoso a recensire il mio libro e non ebbi mai l’impressione che la sua vida stava per giungere alla fine. Mesi dopo lessi 2666 e mi impressionò la trama amgistrale, la minuziosa ricostruzione dell’inferno juarense, che per ragioni letterarie situa in un posto chiamato Santa Teresa. Scrivere quelal paret deve essere stato un esercizio estremo. La vasta trascendenza di questo romanzo sarà riconosciuta nel futuro
[Sergio González Rodríguez]

Qualche anno fa i miei amici che vivono in Messico, stanchi di sentirmi chiedere informazioni, e per di più sempre più dettagliate, sulle donne assassinate a Ciudad Juarez, decisero, a quanto pare di comune accordo, di incentrare e scaricare questo compito su Sergio Gonzàlez Rodriguez, che è uno scrittore, saggista e giornalista e chissà quante altre cose ancora, e che secondo loro era la persona più informata su questo caso, un caso unico negli annali del crimine latinoamericano: più di trecento donne violentate e assassinate in un arco dì tempo estremamente breve, dal 1993 al 2002, in una città al confine con gli Stati Uniti di appena un milione di abitanti.

Non ricordo in quale anno entrai in contato epistolare con Sergio Gonzalez Rodriguez. So solo che il mio affetto e la mia ammirazione per lui non hanno fatto che crescere da allora. Il suo aiuto, tecnico, diciamo, per la stesura del mio romanzo, che ancora non ho finito e non so se mai finirò, è stato sostanziale. Ora è uscito il suo libro intervista a Sergio gonzalez Rodriguez Ossa nel deserto (Anagrama e Adelphi ossa nel deserto ), un libro che indaga direttamente sull’orrore e che Sergio ha presentato in questi giorni a Barcellona. Prossimamente il libro verrà presentato a Città del Messico e poi a Guadalajara, durante la Feria del Libro. Ed è probabile che venga tradotto in altre lingue. Ma prima sono successe altre cose. Fra queste, un tentato omicidio dal quale Sergio si è salvato per un pelo. E vari pedinamenti. E minacce e intercettazioni telefoniche Cose che avrebbero spaventato chiunque, ma che Sergio, con una calma demolitrice, ha vissuto come chi sta a guardare la pioggia.

Bisogna dire che, più che una pioggia, quel che Sergio ha osservato e poi in qualche modo vissuto é un uragano. […]
[Roberto Bolaño , ” Sergio González Rodríguez SGR sotto l’uragano, testo di Bolanobajo el huracán ” dicembre 2002 in “Tra parentesi – adelphi ]

NOTE

The Wrong Side – Living on the Mexican border – Foto di jerome Sessini
Un racconto di grande forza e potenza, come nella migliore tradizione del fotogiornalismo: questo è The wrong side, il lavoro di Jerome Sessini, tra i fotografi più interessanti di questi ultimi anni e recente acquisizione di Magnum Photos.

Jérôme Sessini racconta in questo volume il “suo” Messico. Da quando il presidente Felipe Calderón ha dichiarato guerra ai narco-trafficanti nel dicembre 2006, il Messico è piombato in un vero e proprio conflitto civile. Una guerra che ha causato una incontrollabile esplosione di violenza nell’intero paese. I vari trafficanti in conflitto fra loro, e contro le forze federali messicane. Una guerra che è già costata la vita a 26,000 persone fra trafficanti, poliziotti e civili.

Nel 2008 il fotografo ha iniziato a lavorare al suo progetto messicano: un tuffo nella guerra dei cartelli della droga in Messico. Un reportage avvincente, durato due anni, un documento prezioso che testimonia lo stato delle città più pericolose nel paese: Culiacan, Tijuana e specialmente Ciudad Juárez. Per molti anni Sessini ha viaggiato nel Messico, documentando soprattutto la frontiera con gli Stati Unti, la vita precaria e incerta che si vive in questa “terra di nessuno” protesa verso un paese che non ti vuole e afflitta da violenza, narcotraffico, prostituzione e morte.

Un racconto di grande forza e potenza, come nella migliore tradizione del fotogiornalismo: questo è The wrong side, il lavoro di Jerome Sessini, tra i fotografi più interessanti di questi ultimi anni e recente acquisizione di Magnum Photos.

Jérôme Sessini racconta in questo volume il “suo” Messico. Da quando il presidente Felipe Calderón ha dichiarato guerra ai narco-trafficanti nel dicembre 2006, il Messico è piombato in un vero e proprio conflitto civile. Una guerra che ha causato una incontrollabile esplosione di violenza nell’intero paese. I vari trafficanti in conflitto fra loro, e contro le forze federali messicane. Una guerra che è già costata la vita a 26,000 persone fra trafficanti, poliziotti e civili.

Nel 2008 il fotografo ha iniziato a lavorare al suo progetto messicano: un tuffo nella guerra dei cartelli della droga in Messico. Un reportage avvincente, durato due anni, un documento prezioso che testimonia lo stato delle città più pericolose nel paese: Culiacan, Tijuana e specialmente Ciudad Juárez. Per molti anni Sessini ha viaggiato nel Messico, documentando soprattutto la frontiera con gli Stati Unti, la vita precaria e incerta che si vive in questa “terra di nessuno” protesa verso un paese che non ti vuole e afflitta da violenza, narcotraffico, prostituzione e morte.

Le fotografie presentate in The wrong side non lasciano nulla all’immaginazione, nulla di non detto: la frontiera di Tijuana diviene lo scenario dove ogni anno muoiono migliaia di persone, coinvolte nei meccanismi innescati dallo spaccio di droga. Sessini è stato otto volte in Messico, una terra difficile da raccontare. Ha fotografato nelle strade, e poi in punta di piedi è entrato nelle case, e, con rispetto, ha realizzato scatti intimi e privati.

Il reportage di Sessini sul Messico è stato premiato nel 2010 del Premio F con queste motivazioni: “L’instancabile esplorazione che Jérôme Sessini fa della violenza legata alla droga ai confini tra il Messico e gli Stati Uniti è notevole per il suo intenso impegno in una realtà pericolosa e allarmante; per la sua attenzione ai particolari concreti e per la sua ambizione a comunicare lo scopo e la complessità del conflitto”.?

Il Premio F è promosso dalla Fondazione FORMA per la Fotografia di Milano, fondata da Contrasto. La mostra di Jérôme Sessini, The Wrong Side, sarà presentata a FORMA da novembre 2012.

Jérôme Sessini scopre la fotografia documentaria americana attraverso alcuni libri di un amico. Inizia a scattare, a ritrarre persone, paesaggi e vita quotidiana dei luoghi dove era nato e cresciuto, tenendo sempre ben in mente gli insegnamenti di Diane Arbus, Lee Friedlander, Mark Cohen e Eugene Richards.

Nel 1998 comincia la sua carriera da giornalista, e arriva a Parigi. L’agenzia Gamma gli offre l’opportunità di lavorare e di coprire il conflitto in Kosovo. Sessini da quel momento in poi è stato testimone dei principali eventi internazionali: la situazione palestinese, il conflitto in Iraq (dal 2003 al 2008), Haiti (2004), la conquista di Mogadishu da parte dei militanti Islamici e la guerra in Libano (2006). Il lavoro di Sessini ha ottenuto immediatamente fama internazionale.

Le sue immagini sono state pubblicate da numerose riviste e quotidiani, tra cui ricordiamo Newsweek, Stern, Paris-Match, Le Monde e The Wall Street Journal. Ha riscosso grande successo durante le mostre al Visa Photo Festival di