Varie su Bolano

Paolo Castronovo 2666 – La parte dei critici

Qualche tempo fa un amico mi provoca: “C’è un autore cileno che non è una puttana, non è nemmeno un macho alla Hemingway e non è morto ammazzato nei ’70”. L’ovvietà dell’ultimo punto non è poi così scontata. Mesi dopo scoprì che molte delle intuizioni del mio amico erano prese dal saggio in chiusura de “Il gaucho insostenibile”. Scoprii, dal canto mio, la vita e il mito di Roberto Bolano, legate insieme a doppio filo a formare un’opera letteraria scritta con avidità e lucida determinazione. Ripercorrendone le tappe, non si può non pensare a RB come ad un autore del silenzio: in molti ne hanno descritto la vita come un funambolico show da rockstar maledetta – e certi risvolti dimostrano la spregiudicatezza fuori luogo di certe case editrici, un’immagine che certamente deve molto all’impegno politico, ad un iter da vagabondo e a certe parole come “rivoluzione” e “poesia”. Per me RB ha sempre significato il silenzio, la quiete malinconica del deserto e delle coste sudamericane, e questo non perché nei suoi romanzi/poesie/racconti manchi praticamente del tutto anche solo un riferimento alla musica, ma perché il canto del Tempo che scorre non ha bisogno di altra colonna sonora se non il lento sfregare della penna su un foglio di carta spiegazzato.
la parte dei critici, 2666, Roberto Bolaño

2666 vol 1
“Che negli ultimi anni della sua breve vita Roberto Bolano fosse diventato una sorta di leggenda non stupirà il lettore di questo libro, che sin dalla prima riga verrà risucchiato in un universo che il romanziere, quali avesse le capacità evocatorie di uno sciamano, fa sorgere sotto i suoi occhi, per poi scomporlo e ricomporlo a suo piacimento. Un universo in cui, come Alice una volta attraversato lo specchio, vediamo venirci incontro i personaggi più diversi […], ognuno dei quali, per una qualche ragione, indimenticabile.”

Con il consueto tono maqniloquente ma assolutamente concentrato, Adelphi presenta il capolavoro postumo di Roberto Bolano.Lo scrittore cileno è venuto a mancare nel 2003, all’età di cinquantanni. Considerato uno degli ultimi veri intellettuali dell’America latina – anche se qui dovremmo soffermarci a riflettere sul significato bolanano del termine, Bolano aveva altri piani editoriali per 2666. E qui scattano le prime precisazioni sul romanzo e quindi su questa recensione. Originariamente lo scrittore, che da anni necessitava di un trapianto di fegato, organo che, ahimé, non saltò mai fuori, aveva imposto, per ovvie preoccupazioni circa il futuro economico della famiglia, che le cinque parti di 2666 venissero pubblicate individualmente. Si parlava di una sezione per anno, il che complessivamente faceva cinque anni. Le case editrice però, si sa, sono ingorde di burle, e le sezioni vengono pubblicate a loro discrezione. Fortunatamente Adelphi decide di pubblicare qui da noi le prime tre parti nel 2007, mentre le restanti due vedranno la luce nell’autunno del 2008.

Sarà palese quindi – e qui la precisazione – che la recensione di questo primo volume tratta solo della base della piramide, lasciando irrisolti molti nodi fondamentali. Ma tranquilli: anche se è nella quarta parte che inizieranno ad arrivare le prime spiegazioni – anche se già dalla terza parte certi cattivi pensieri iniziano a prendere forma – questa prima pubblicazione già da sola rappresenta una summa del genio affabulatorio dello scrittore cileno.

LA PARTE DEI CRITICI

Chi è Benno von Arcimboldi? Ma soprattutto, dov’è Benno von Arcimboldi? Questo si chiedono i quattro critici letterari, anzi, i più eminenti arcimboldiani d’Europa e forse del mondo. Un francese, uno spagnolo, un italiano e una giovane inglese. Pelletier, metodico, tenace, disilluso, amante di San Tommaso e sicuro di sè; Espinoza, scrittore mancato, passionale, critico talentuoso e miglior amico di Pelletier; Morini, insegnante presso l’università di Torino, paraplegico saldamente ancorato ai principi della sua sedia a rotelle, malinconico e solitario; Liz Norton, la meno fanatica dei tre, non per questo la più equilibrata se non il contrario, ammaliatrice libertina e indipendente. Arrivano ad Arcimboldi da strade diverse, università, santa curiosità o lavoro, anche se forse è Arcimboldi a trovare loro.

I quattro si conoscono ad un convegno sulla letteratura tedesca contemporanea (dove sennò?). La loro passione per lo scrittore tedesco li unisce ma è soprattutto la domanda che li avvicina: dove si trova l’uomo considerato il più grande scrittore tedesco novecentesco (vabbè, magari dopo Kafka)? Arcimboldi: nessuna parentela con il pittore italiano conosciuto dai più come “quello della verdura”…

Il lettore vede crescere la frustrazione del gruppetto che, dopo aver girato mezza Europa seminario dopo seminario, si arrende all’unica verità possibile: Arcimboldi va incontrato, oh sì. Purtroppo lo scrittore è come un fantasma. Anzi, per dirla tutta, è il fantasma, lo spettro dell’umana illusione, dei desideri sprecati e degli specchi infranti. La sua casa editrice non lo vede da anni, le notizie su di lui sono vaghe e frammentarie. Intanto, parallelamente alle ricerche, si sviluppa un’altra storia molto più passionale, ovvero il triangolo amoroso tra la Norton, Pelletier ed Espinoza, in una situazione carica di ambiguità e fortemente sessuale. La donna non sembra decidersi tra i due amanti così diversi eppure così simili per osmosi. La Norton sembra detronizzare Arcimboldi dai pensieri dei due uomini, i quali tuttavia non perdono nulla dell’amicizia e del rispetto che li lega. Morini invece sembra essere perso nei suoi pensieri, nei suoi incubi quotidiani e nella tristezza della sua cagionevole salute. Improvvisamente sembra schiudersi uno spiraglio sul mistero Arcimboldi: sembra che lo scrittore si sia recato, per qualche misteriosa ragione, in una piccola cittadina messicana di nome Santa Teresa. Non c’è neanche da discuterne: si parte immediatamente. E partono tutti tranne Morini:

“La sua salute malferma, disse, glielo impediva. Nel 1901 Marcel Schwob, che era di salute altrettanto fragile, aveva intrapreso un viaggio in condizioni peggiori per visitare la tomba di Stevenson in un’isola del pacifico. […] Una volta Schwob, sdraiato nella sua cabina si sentiva morire quando si accorse che qualcuno gli si sdraiava a fianco. Allora si girò per vedere chi fosse l’intruso e scoprì il suo servitore orientale, con la pelle verde come la lattuga. Forse solo in quel momento si rese conto dell’impresa in cui si era cacciato. Qunado giunse, dopo molte sofferenze, a Samoa, non visitò la tomba di Stevenson. Da un lato stava troppo male e, dall’altro, perché visitare la tomba di qualcuno che non è morto? Stevenson, e questa semplice rivelazione la doveva al viaggio, viveva in lui”<